Ricordi di Dina Vallino

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 Ricordando il 21 marzo 2014, giorno della lunga operazione chirurgica che Dina sopportò assai bene riprendendosi prontamente, ma che precedeva di circa 4 mesi la sua morte, ci piace portare alla conoscenza del lettore, tra le tante, alcune delle più significative espressioni di stima e affetto per Dina che i famigliari hanno ricevuto dopo la sua morte. Scegliamo tra le più brevi. Rimandiamo ad altra occasione la pubblicazione sul Sito delle lettere più lunghe e complesse ( Marco e Stefano Maccio').

 Giovedì 4 agosto 2014 una collega di Dina scrive: caro Marco, quanto tempo ho atteso prima di farmi viva, perdonami, ma ero così smarrita, senza trovare le parole per dirti la mia vicinanza. Dina in questi giorni è continuamente presente nei miei pensieri. Io però vorrei condividere con te in questo momento l'ultimo incontro di venerdì 13 giugno. Ho avuto il privilegio di portare la seduta di R., non so se riuscirò a fare una buona memoria di quel gruppo, ma quell'intuizione di Dina sulla carrozzina e soprattutto sulla rinuncia di R. al cammino, e a cascata tutti i pensieri e le parole regalate al fine di offrire spunti per affrontare l'impasse come solo Dina sapeva fare, è stato importantissimo. Con Riccardo nel gioco si è potuto accantonare il passeggino, ho condiviso con i genitori questa ipotesi e mi sembra che li abbia colpiti, R. arriva in seduta con un bel triciclo che pedala da solo. Ora sono partiti, ma come risvegliati dal torpore, come del resto noi curanti. Un approccio davvero grande ancora da scoprire nella sua immensa portata e originalità.

 Una giovane collega che cura i bambini malati terminali: perdere Dina è perdere un pensiero fresco, indeclinabile in una teoria psicoanalitica, unico perché aveva in sé tutta la profondità della sua esistenza. È stata una maestra vera, aveva uno sguardo acuto, aperto, deciso verso un futuro che non fosse convenzionale e preconfezionato. Ne sento la mancanza come persona e come appartenente alla specie umana. Abbiamo perso molto con lei. Cercherò di conservare con cura ciò che mi ha insegnato:" La cura".

 Una collega in supervisione scrive: Ora sono tornata, mi spezza un po' il fiato pensare di non rivederti. Ti ringrazio, non finirò mai di ringraziarti, per questi anni, hai lasciato un segno molto forte dentro di me. Mi ricordo quella volta che mi sono bloccata con la schiena e tu volevi prendere un taxi e venire da me. Mi ricordo un'altra volta che avevo un forte mal di stomaco e tu nonostante fossi appena uscita da una giornata di studi, mi hai chiamata e ti sei raccomandata che non mangiassi più arancini di riso, perché ci mettono dentro le schifezze. Mi ricordo quando hai perso la tua gatta e ce lo hai detto ci siamo commosse insieme. Ti porterò sempre nel cuore in un posto speciale, cercherò di fare tesoro di tutto quello che mi hai passato in questi anni. Forse quello che più mi è rimasto è un senso di amicizia, trasversale, che comprende il rispetto, vicinanza, solidarietà, comprensione, divertimento, a prescindere dalle differenze di ruolo e di generazione, che è rimasto nel mio modo di fare coi miei pazienti e che tu hai avuto con me e mi hai insegnato a mettere nel mio lavoro.

 Una collega della SPI scrive: è stato un durissimo colpo. Con lei se ne va una parte fondamentale della mia vita professionale e affettiva. Ricordo le sue lezioni come tra quelle più utili, coinvolgenti e chiare.

 Una collega della SPI scrive: Dina lascia per tanti di noi, colleghi e amici, un grande vuoto ma anche affettuosi ricordi e preziosi e vitali insegnamenti, un esempio di passione per il lavoro e per la conoscenza, di sensibilità, di coraggio, di creatività e di rigore. Ora molti momenti ritornano vivi e mi sembra di sentire la sua voce che, con grande profondità forza e autorevolezza, ci accompagnava nella esplorazione del mondo vitale del bambino. Ricordo anche momenti conviviali, le cene a casa di Giuliana e quella a casa mia, dove avevamo parlato di gatti, avventure e disavventure, ma anche di ricette culinarie e poi quell'ultimo convegno, organizzato da lei e dal suo gruppo, piccolo momento ricco e prezioso a cui avevo partecipato. L'ultima volta che l'ho incontrata è stato in occasione delle lezioni, nel marzo scorso: lei usciva e io entravo, un affettuoso saluto sulla porta, in cui mi ringraziava proprio per quella mia partecipazione.

 Un  collega di Milano scrive: ho un ricordo del tutto vivido della mia formazione con lei e in particolare della sua capacità di trasmettere la psicoanalisi con estremo rigore e un profondo rispetto per l'altro. Se l'intero movimento psicoanalitico perde con lei una figura dallo straordinario spessore intellettuale ed etico, a me viene a mancare un riferimento interno sicuro, non solo per il mio lavoro, per il quale alla Dina sarò sempre grato.

 Una collega scrive: sei stata la mia analista. Ero una ragazza di 28 anni, senza pace. Tu una donna solida, sincera, discreta. Mi hai ridato un buon motivo per fermarmi. La nostra analisi è stato il mio salvavita, di questa vita che ci è toccata, come ci piaceva dire. Quanta vita Dina, quanta vita anche nel grande dolore che oggi mi toglie il fiato.

 Un collega di Roma sostiene che: Dina Vallino è autrice di lavori che fanno parte ormai del nostro bagaglio clinico scientifico. È impareggiabile il suo contributo all'insegnamento clinico e teorico della psicoanalisi infantile.

Un'amica di Roma ha appena letto su Repubblica il necrologio della Spi: il mondo mi è traballato intorno, un'emozione infinita, che oggi è ancor più incontenibile. Anche se disponessi di infinite parole sarebbero sempre finite e troppo limitate per dire il segno profondissimo, incancellabile che Dina, nel suo essere meraviglioso e unico, ha posto in me. Fare a meno di lei è qualcosa che non può essere pensato. Anche se oggi il dolore è sovrastante, penso che non possa averci davvero lasciato e che la sua straordinaria forza e veggenza spirituale ci chiami ad una nuova comunione con lei. Come possa avvenire non lo so, ma Dina ha sempre illuminato dal profondo la nostra condizione umana con una lievità e una discrezione di approccio che sapeva risanare.

 Una collega e amica riferisce le parole di Dina per quando si sta molto male: lasciarsi fluttuare, stare a galla, non osteggiare, non pretendere di stare benissimo. Aggiunge che 5 giorni prima di morire si sono parlate al telefono e Dina le ha detto piangendo:”questa volta non ce la faccio, questa volta non ce la faccio”. Ho capito che mi voleva salutare. Durante la visita ha aggiunto: “Vorrei ancor vivere, mi piace la vita, guardare il cielo sul terrazzo, i fiori, prendere il caffè, far da mangiare... Sono preoccupata per Marco, senza di me, non c'è più nessuno che lo controlla per le malattie”.

 Una collega di Roma scrive: attenta, discreta, rispettosa, profondamente coinvolta con la vita di chi le stava di fronte, non ho mai incontrato una persona così, non potrò mai dimenticarla, sto rileggendo i suoi libri

 Una collega di Roma sostiene che c'è qualcosa che rendeva unica Dina e cioè la capacità di condividere il dolore che non ha parola. Da cosa poteva venire ciò? Avanza l'ipotesi che questa capacità, e il suo pensiero originale, si affermasse non malgrado la sua salute difficile, ma “scaturisse silenziosamente proprio dalla sua situazione difficile”. Una collega di Milano aggiunge: sapevo delle sue sofferenze e il modo coraggioso in cui le affrontava la rendeva ai miei occhi testimone credibile quando “spesso con poche significative parole mostrava anche le difficoltà come opportunità di crescita”.

 Ricordi sintetici raggruppati:nraffinata clinica, dotata di una geniale capacità di descrizione e penetrazione clinica, straordinaria per cultura e acutezza clinica, persona “dalle mille idee e pensieri profondi regalati a noi tutti con generosità, creativa innovatrice dei metodi di cura, la sua eredità non sarà dispersa, siamo vicini al mondo infinito dei bimbi e dei genitori che ha aiutato; persona impareggiabile, straordinaria dal punto di vista umano, le sarò sempre grata e non la dimenticherò mai.

 Un collega di Padova scrive: mi hai insegnato ad avere un altro ascolto, un'altra libertà di pensiero, uno sguardo inatteso sul bambino, un rispetto più profondo per l'altro. Sei andata e tornata tante volte nel luogo immaginario. Mi è sempre piaciuto parlare con te.

 Un collega di Milano: una delle lezioni della Dina per me era stata questa: mio padre morì mentre non ero più in analisi ormai, però andavo in supervisione da lei. Ricordo come fosse oggi che parlai di un sentimento controtransferale imbarazzante: l'incontro con i pazienti addolciva il mio dolore. Chi curava chi? E Dina folgorante: la relazione cura.

 Una giovane collega di Firenze scrive: ci è entrata dentro non insegnandoci il suo metodo, ma vivendo con noi il suo pensiero: ci ha parlato di cose grandi come le relazioni e gli affetti, chiedendoci di studiare insieme a lei, di condividere la sua stanza colorata di storie e di menti che si nutrivano a vicenda. Anche i nostri corpi ha nutrito, accogliendoci a pranzare insieme e condividendo i sapori reciproci; eravamo persone che si possono anche voler bene insieme a lei, anche questo ci ha regalato; ci ha lasciato immagini che teniamo care nella mente: la sua poltroncina, il suo sorriso, le sue brontolate buone, di persona saggia ed onesta che ci vuole anche bene. È entrata nelle nostre famiglie: i nostri mariti ed i nostri figli sono tristi con noi per la sua perdita. Ci ha regalato il nostro gruppo, che ha voglia di coltivare e far crescere le proprie radici nate con lei e che, da dentro i nostri cuori, continuerà a farci sentire meno soli e sperduti, anche in momenti dolorosi come questi.

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