giugno 2007

Candela 57

sul libro “ il sistema periodico”, di Primo Levi - parte seconda (la parte prima è la candela 56, N.d.R.)

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Come forse ricorderete, nella puntata precedente mi sono chiesto come mai Primo Levi non avesse pensato di fare il fisico. Ma basta leggere il capitolo dedicato al potassio, per scoprire che in realtà quell'idea gli era passata per la mente, anche se con tutt'altre motivazioni da quelle che suggerivo io.

Ecco qua: siamo nel 1941, Primo è al quarto anno di studi, la Wehrmacht ha invaso tutta l'Europa. Cominciano ad arrivare anche a Torino le notizie di ciò che sta capitando agli ebrei. Primo e alcuni suoi amici si riuniscono nella scuola elementare ebraica, e cercano nella Bibbia “la giustizia e l'ingiustizia e la forza che abbatte l'ingiustizia”. Ma

... il cielo sopra noi era silenzioso e vuoto: lasciava sterminare i ghetti polacchi, e lentamente, confusamente, si faceva strada in noi l'idea che eravamo soli, che non avevamo alleati su cui contare, che la forza di resistere avremmo dovuto trovarla in noi stessi. Non era dunque del tutto assurdo l'impulso che ci spingeva [...] ad arrampicarci con furia e pazienza su pareti di roccia che conoscevamo male [...] Un chiodo entra o non entra: la corda tiene o non tiene; anche queste erano fonti di certezza.

La chimica, per me, aveva cessato di esserlo. [...] non potevo più ignorare che la chimica stessa, o almeno quella che ci veniva somministrata, non rispondeva alle mie domande. [...] tutte le verità rivelate, non dimostrate, mi erano venute a noia o in sospetto. Esistevano teoremi di chimica? No: perciò bisognava andare oltre, non accontentarsi del quia, risalire alle origini, alla matematica ed alla fisica. Le origini della chimica erano ignobili, o almeno equivoche: gli antri degli alchimisti, la loro abominevole confusione di idee e di linguaggio, il loro confessato interesse all'oro, i loro imbrogli levantini da ciarlatani o da maghi; alle origini della fisica stava invece la strenua chiarezza dell'occidente, Archimede ed Euclide. Sarei diventato un fisico, ruat cœlum: magari senza laurea, poiché Hitler e Mussolini me lo proibivano.

A quei tempi, al quarto anno gli studenti di chimica dovevano seguire un breve corso di esercitazioni di fisica

diretto da un giovane assistente, magro, alto, un po' curvo, gentile e straordinariamente timido, che si comportava in un modo a cui non eravamo abituati. Gli altri nostri insegnanti, quasi senza eccezione, si mostravano convinti dell'importanza ed eccellenza della materia che insegnavano [...] Quell'assistente, invece, aveva quasi l'aria di scusarsi davanti a noi, di mettersi dalla nostra parte [...] In breve, tutte le ragazze del corso s'innamorarono di lui.

Primo ha già fatto diversi tentativi di essere preso come interno presso questo o quel professore, ma tutti — chi rifacendosi in modo esplicito alle leggi razziali, chi adducendo pretesti inconsistenti — hanno respinto la richiesta. Una sera per caso incontra per strada l'Assistente, e fa anche a lui la stessa domanda.

L'Assistente mi guardò sorpreso; in luogo del lungo discorso che avrei potuto aspettare, mi rispose con due parole del Vangelo: “Viemmi retro”.

E così l'Assistente ammette il giovane allievo nel suo laboratorio all'Istituto di Fisica Sperimentale e gli mostra la strumentazione che dovrà usare, per indagare su un problema aperto:

Al di là dei monti e del mare  [...] esisteva un sapiente di nome Onsager, del quale lui non sapeva nulla salvo che aveva elaborato una equazione per descrivere il comportamento delle molecole polari in tutte le condizioni, purché si trovassero allo stato liquido. L'equazione funzionava bene per le soluzioni diluite; non risultava che nessuno si fosse curato di verificarla per soluzioni concentrate, per liquidi polari puri, e per miscele di questi ultimi. Era questo il lavoro che mi proponeva, e che io accettai con indiscriminato entusiasmo: preparare una serie di liquidi complessi, e controllare se obbedivano alla equazione di Onsager. Come primo passo avrei dovuto fare quello che lui non sapeva fare: a quel tempo non era facile trovare prodotti puri per analisi, ed io avrei dovuto dedicarmi per qualche settimana a purificare benzene, clorobenzene, clorofenoli, amminofenoli, toluidine ed altro.

La conversazione di Primo con l'Assistente prende però una piega diversa, quando questi gli espone i suoi veri interessi:

Lui era un fisico, e più precisamente un astrofisico, diligente e volenteroso, ma privo di illusioni: il Vero era oltre, inaccessibile ai nostri telescopi, accessibile agli iniziati; era quella una lunga strada che lui stava percorrendo con fatica, meraviglia e gioia profonda. La fisica era prosa: elegante ginnastica della mente, specchio del Creato, chiave al dominio dell'uomo sul pianeta; ma qual è la statura del Creato, dell'uomo e del pianeta? La sua strada era lunga, e lui l'aveva appena iniziata, ma io ero suo discepolo: volevo seguirlo?

Qui debbo aprire una parentesi personale. Secondo il racconto di Levi, questi fatti datano dal 1941: sei anni prima che io entrassi all'università. Ora a me appare piuttosto inverosimile che colloqui di tal fatta potessero svolgersi quasi al tempo del mio primo ingresso in un Istituto di Fisica. Certamente l'atmosfera nell'ambiente romano che mi trovai a frequentare era del tutto diversa, e solo per brevità non mi soffermo a descriverla.

D'altra parte non mi sento proprio di tacciare Levi di aver inventato di sana pianta, a soli fini letterari, l'ambiente e il personaggio... Qual è dunque la spiegazione? Ne azzardo una, derivante da qualche esperienza che feci in seguito girando per le università italiane.

L'ambiente da me conosciuto — non dimentichiamolo — era quello della scuola di via Panisperna, anche se ai miei tempi ormai l'Istituto di Fisica si era trasferito in una sede più ampia e più moderna: quella che occupa tuttora nella Sapienza di Roma. Ma allora e anche per diversi anni a venire debbono essere sopravvissuti qua e là per l'Italia dei “relitti” di un altro modo d'intendere e di praticare la fisica, dove forse un personaggio come l'Assistente poteva sussistere, avendo intorno “polvere e fantasmi secolari” (parole di Levi).

Comunque il nostro studente, per quanto affascinato, non si lascia conquistare:

Non inforcai il nuovo gigantesco ippogrifo che l'Assistente mi offriva. In quei mesi i tedeschi distruggevano Belgrado, spezzavano la resistenza greca, invadevano Creta dall'aria: era quello il Vero, quella la Realtà. Non c'erano scappatoie, o non per me. Meglio rimanere sulla Terra, giocare coi dipoli in mancanza di meglio, purificare il benzene e prepararsi per un futuro sconosciuto, ma imminente e certamente tragico.

Primo si mette dunque al lavoro: trova un bottiglione di benzene tecnico (purezza 95%) che deve sottoporre a distillazione frazionata e poi — secondo quanto prescrivono i manuali — a un'ultima distillazione in presenza di sodio. E qui nasce il problema:

Frugai invano il ventre dell'Istituto: trovai dozzine di ampolle etichettate, come Astolfo sulla Luna, centinaia di composti astrusi, altri vaghi sedimenti anonimi apparentemente non toccati da generazioni, ma sodio niente. Trovai invece una boccetta di potassio; il potassio è gemello del sodio, perciò me ne impadronii e ritornai al mio eremitaggio.

E così il nostro chimico, entusiasta ma ancora inesperto, sta preparando il disastro... Segue rigorosamente il manuale (a parte la sostituzione del sodio col potassio — ma tanto sono gemelli): distilla il benzene in un palloncino in cui ha messo un po' di potassio (“mezzo pisello”, dice il manuale); alla fine estrae il potassio dal pallone e lo sotterra nel cortile dell'Istituto. Poi

Presi il pallone ormai vuoto, lo posi sotto il rubinetto ed aprii l'acqua. Si udì un rapido tonfo, dal collo del pallone uscì una vampa diretta verso la finestra che era vicina al lavandino, e le tende di questa presero fuoco. [...]

A cose finite, quando tutti i brandelli incandescenti furono spenti, rimasi in piedi per qualche minuto, atono e come istupidito, con le ginocchia sciolte, a contemplare le tracce del disastro senza vederle. Appena ebbi ripreso un po' di fiato, scesi al piano di sotto e raccontai l'episodio all'Assistente.

Il quale gli fa saggiamente notare che un pallone vuoto non s'incendia: certamente c'era rimasto vapore di benzene, ma quanto al potassio, era sicuro che fosse stato tolto tutto?

Tutto, risposi io: ma mi venne un dubbio, risalii sul luogo dell'incidente, e trovai ancora a terra i cocci del pallone; su uno di essi, guardando bene, si scorgeva, appena visibile, una macchiolina bianca. La saggiai con la fenolftaleina: era basica, idrossido di potassio. Il colpevole era trovato [...]

L'Assistente mi guardava con occhio divertito e vagamente ironico: meglio non fare che fare, meglio meditare che agire, meglio la sua astrofisica, soglia dell'Inconoscibile, che la mia chimica impastata di puzze, scoppi e piccoli misteri futili. Io pensavo ad un'altra morale, più terrena e concreta [...]: che occorre diffidare del quasi-uguale (il sodio è quasi uguale al potassio: ma col sodio non sarebbe successo nulla), del praticamente identico, del pressappoco, dell'oppure, di tutti i surrogati e di tutti i rappezzi. [...] Il mestiere del chimico consiste in buona parte nel guardarsi da queste differenze, nel conoscerle da vicino, nel prevederne gli effetti. Non solo il mestiere del chimico.

* * *

Non tutti i capitoli de Il sistema periodico sono autobiografici. Alcuni sono racconti fantastici: sugli antichi cercatori di piombo, sull'isola Desolazione (un'isola vulcanica nella quale in una grotta a un certo punto spilla il mercurio); sulla storia di un atomo di carbonio. Altri sono esperienze di vita da chimico o della vita di fabbica, ma non sue personali; una breve la trovate più avanti.

Poi c'è un capitolo che ha un carattere del tutto diverso dal resto del libro, ed è la lieve storia intitolata “Titanio”. Vi si narra di una bambina curiosa e di un uomo “molto alto” che in cucina sta dipingendo un armadio di bianco.

Era incomprensibile come tutto quel bianco potesse stare in una scatoletta così piccola, e Maria moriva dal desiderio di andare a guardarci dentro. [...]

L'armadio era così lucido, pulito e bianco che era quasi indispensabile toccarlo. Maria si avvicinò all'armadio, ma l'uomo se ne accorse e disse: – Non toccare. Non devi toccare –. Maria si arrestò interdetta, e chiese: – Perché? – al che l'uomo rispose: – Perché non bisogna –. Maria ci pensò sopra, poi chiese ancora: – Perché è così bianco? – Anche l'uomo pensò un poco, come se la domanda gli sembrasse difficile, e poi disse con voce profonda: – Perché è titanio.

Dato che Maria è troppo tentata di andare a toccare l'armadio bianco-titanio, l'uomo ha un'idea:

[...] trasse di tasca un grosso gesso bianco, e disegnò sul pavimento un cerchio intorno a Maria. Poi disse: Non devi uscire di lì dentro.

Ora l'uomo può lavorare tranquillo: Maria non osa passare il cerchio magico, mentre anche la credenza, le sedie e il tavolo diventano belli e bianchi.

Finalmente l'uomo ritornò in cucina. Maria chiese: – Signore, adesso posso uscire? – L'uomo guardò in giù a Maria e al cerchio, rise forte e disse molte cose che non si capivano, ma non pareva che fosse arrabbiato. Infine disse: – Sì, si capisce, adesso puoi uscire –. Maria lo guardava perplessa e non si muoveva; allora l'uomo prese uno straccio e cancellò il cerchio ben bene, per disfare l'incantesimo. Quando il cerchio fu sparito Maria si alzò e se ne andò saltellando, e si sentiva molto contenta e soddisfatta.

Tutto qui. Ma il fisico che è in me non può fare a meno di aggiungere: già, ma perché il titanio (ovviamente il biossido di titanio) è così bianco? Perché ha un così alto “potere coprente”? L'uomo non poteva spiegarlo a Maria, e forse non lo sapeva neppure; e come suol dirsi, non è questa la sede... Ma è così che spesso Levi accenna a problemi anche profondi, della chimica o della fisica: non sono soltanto le bambine curiose, come sapete, a chiedersi sempre “perché?”

* * *

Un altro racconto breve, ma molto meno leggero, è “Zolfo”. Vi si descrive il turno di notte di Lanza, operaio in un'industria chimica. Deve avviare e sorvegliare non so che reazione in cui entra un certo solfodiene. Segue le procedure prescritte, controlla termometro e vuotometro...

Di scatto fu in piedi, gli orecchi tesi e tutti i nervi in allarme. Il fracasso della pompa si era fatto di colpo più lento e più impastato, come sforzato: e infatti, l'ago del vuotometro, come un dito che minacci, risaliva sullo zero, ed ecco, grado dopo grado, cominciava a pendere sulla destra. Poco da fare, la caldaia stava andando in pressione.

Spegni e scappa. Spegni tutto e scappa. Ma non scappò [...]

La caldaia non era fatta per la pressione, e poteva saltare da un momento all'altro [...] Ma la paura gli si era risolta in collera, e quando la collera sbollì gli lasciò la testa fredda e sgombra. E allora pensò alla cosa più ovvia: aprì la valvola della ventola d'aspirazione, mise questa in moto, chiuse il rompivuoto e fermò la pompa. Con sollievo e con fierezza, perché l'aveva studiata giusta, vide l'ago risalire fino a zero [...] e inclinarsi di nuovo docilmente dalla parte del vuoto.

Si guardò intorno, con un gran bisogno di ridere e di raccontarla, e con un senso di leggerezza in tutte le membra. [...] Avvitò il tubo pescante, mise in moto il compressore, e gloriosamente, in mezzo a fumi bianchi ed all'aspro odore consueto, il getto denso della resina andò a placarsi nella bacinella di raccolta in un nero specchio lucente.

Lanza si avviò al cancello, ed incontrò Carmine che stava entrando. Gli disse che tutto andava bene, gli lasciò le consegne e si mise a gonfiare le gomme della bicicletta.

Questa è la qualità unica di Levi: ci sa parlare della Hyle e dello Urstoff (la sostanza primigenia) o del calcolo differenziale; ma si vede bene che conosce e ammira il lavoro antico e oscuro dell'artigiano; conosce e rispetta la fatica e il pericolo del mestiere operaio.

* * *

In un ricordo di Primo Levi, apparso su “Repubblica” il 6 aprile, Tzvetan Todorov scriveva:

Proprio qui sta la forza di Primo Levi: senza mai perder di vista la distinzione insormontabile fra Bene e Male, tener comunque conto di tutte le possibili sfumature. Levi riesce a mantenere questo difficile equilibrio: non diventare né nichilista, né manicheista, farsi carico di giudizi di valore senza tuttavia trasformarsi in rigido moralista. In lui le vittime non saranno mai idealizzate, e i carnefici non saranno demonizzati; lui, comunque non confonderà carnefici e vittime.

Del vanadio (intendo delle sue proprietà chimiche) non so proprio niente, ma importa poco, visto che nella storia che segue il vanadio è solo un pretesto; o forse un'occasione di quelle che la vita si diverte a fabbricare, come avrebbe detto Levi. Ma questa storia fornisce un chiaro esempio di ciò che dice Todorov.

La ditta in cui Levi lavora importa dalla Germania una certa resina per vernici, che mostra un comportamento singolare: miscelata con un certo tipo di nerofumo, rifiuta di fare il suo dovere, ossia di “asciugare” all'aria come ogni buona vernice. Di conseguenza Levi scrive alla fabbrica tedesca, segnalando il fatto, e si apre così un lungo scambio epistolare, nel quale a un certo punto un “Doktor L. Müller” informa il corrispondente italiano che il difetto lamentato può essere curato aggiungendo alla vernice lo 0.1% di naftenato di vanadio. E qui finisce il ruolo del vanadio nella storia.

Müller. Cera un Müller in una mia incarnazione precedente, ma Müller è un nome comunissimo in Germania, come Molinari in Italia, di cui è l'esatto equivalente. Perché continuare a pensarci?  [...]

... e poi, ad un tratto, mi ritornò sott'occhio una particolarità dell'ultima lettera che mi era sfuggita: non era un errore di battuta, era ripetuto due volte, stava proprio scritto “naptenat”, non “naphthenat” come avrebbe dovuto. Ora, degli incontri fatti in quel mondo remoto io conservo memorie di una precisione patologica: ebbene, anche quell'altro Müller, in un non dimenticato laboratorio pieno di gelo, di speranza e di spavento, diceva “beta-Naptylamin” anziché “beta-Naphthylamin”.

Com'è facile immaginare, la scoperta scatena il ricordo... Il Doktor Müller era un pezzo grosso del laboratorio dove Levi, avendo per sua fortuna quella specializzazione di chimico (e quindi in qualche misura utile) era stato messo al lavoro nel corso della deportazione ad Auschwitz. Era stato Müller che forse solo per ragioni di decoro aveva fatto ottenere a Levi l'autorizzazione ad essere raso due volte alla settimana anziché una come tutti gli altri; sempre su suo ordine, aveva ricevuto un paio di scarpe di cuoio; e un giorno gli aveva chiesto: “Perché ha l'aria così inquieta?” (“dandomi del ‘lei’ ”, osserva Levi, e commenta: “costui non si rende conto”).

Levi ha sempre sognato di ritrovarsi, da uomo a uomo, con uno degli “altri”:

L'incontro che io aspettavo, con tanta intensità da sognarlo (in tedesco) di notte, era un incontro con uno di quelli di laggiù, che avevano disposto di noi, che non ci avevano guardati negli occhi, come se noi non avessimo avuto occhi. Non per fare vendetta: non sono un Conte di Montecristo. Solo per ristabilire le misure, e per dire “dunque?” Se questo Müller era il mio Müller, non era l'antagonista perfetto, perché in qualche modo, forse solo per un momento, aveva avuto pietà, o anche solo un rudimento di solidarietà professionale. Forse ancora meno: forse si era soltanto risentito per il fatto che quello strano ibrido di collega e di strumento, che pure insomma era un chimico, frequentasse un laboratorio senza l'Anstand, il decoro, che il laboratorio richiede; ma gli altri intorno a lui non avevano sentito neppure questo. Non era l'antagonista perfetto: ma, come è noto, la perfezione è delle vicende che si raccontano, non di quelle che si vivono.

Attraverso il rappresentante della ditta tedesca, Levi indaga sul Doktor Müller, e le informazioni concordano: molto probabilmente si tratta di quel Müller, quello di Auschwitz. Levi decide di scrivergli, per conferma, accompagnando la lettera con una copia dell'edizione tedesca di Se questo è un uomo; la risposta arriva, affermativa, dopo due mesi.

Da qui nasce una corrispondenza più ampia, con un complesso intreccio tra giudizi storici, responsabilità personali, perdono, coscienza... Müller esprime il desiderio di un incontro, ma Levi è combattuto:

Che fare? Il personaggio Müller si era “entpuppt”, era uscito dalla crisalide, era nitido, a fuoco. Né infame né eroe: filtrata via la retorica e le bugie in buona o in mala fede, rimaneva un esemplare umano tipicamente grigio, uno dei non pochi monocoli nel regno dei ciechi. Mi faceva un onore non meritato attribuendomi la virtù di amare i nemici: no, nonostante i lontani privilegi che mi aveva riserbati, e benché non fosse stato un nemico a rigore di termini, non mi sentivo di amarlo. Non lo amavo, e non desideravo vederlo, eppure provavo una certa misura di rispetto per lui: non è comodo essere monocoli. Non era un ignavo né un sordo né un cinico, non si era adattato, faceva i conti col passato e i conti non gli tornavano bene: cercava di farli tornare, magari barando un poco. Si poteva chiedere molto di più a un ex-SA?

Mentre Levi prepara una difficile risposta, alla fine Müller gli telefona: entro qualche settimana sarebbe venuto in Liguria, potevano vedersi? Levi preso alla sprovvista dice di sì, ma:

Otto giorni dopo ricevetti dalla Signora Müller l'annuncio della morte inaspettata del Dottor Lothar Müller, nel suo sessantesimo anno di età.

Così finisce il capitolo del vanadio, che è il penultimo del libro; Levi lascia il lettore a meditare su quella “morte inaspettata”. E lo stesso faremo qui.

* * *

Per finire: Primo Levi mi manca. Di lui e alcuni pochi altri credo di poter dire che la loro assenza ci priva di qualcosa di cui oggi ci sarebbe un gran bisogno; qualcosa che non so esprimere in parole, o almeno non so farlo “col massimo rigore e col minimo ingombro”, per cui mi astengo. Spesso mi capita di chiedermi che cosa Levi direbbe di fronte ai fatti del mondo di oggi, e quanto sarebbe utile sentire i suoi giudizi, pacati ma fermi. Non faccio esempi: ognuno può trovarne per proprio conto, e purtroppo in abbondanza.

Ma mentre penso questo, so anche che il rimpianto è inutile; possiamo invece rileggere i suoi pensieri, e trarne sostegno per costruire i nostri giudizi.

 

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