marzo 1997

La candela 16

sul libro: 'la chiave a stella' di Primo Levi

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Da quando ho cominciato a scrivere questa rubrica ho lasciato una quantità di fili sospesi; non ho quindi che l'imbarazzo della scelta per riprenderne uno, e l'occasione mi viene data da una ricorrenza, che sarà da poco trascorsa quando questo numero sarà in mano ai lettori. Mi riferisco al decennale della morte di Primo Levi.

Già molto è stato scritto su di lui, e altro sarà scritto: che cosa potrei aggiungere? Per fortuna, per ricordare Primo Levi in un modo un po' diverso, non ho - come già accennavo - che da riprendere un filo sospeso. Ricordate? (probabilmente no): oltre tre anni fa, per introdurre il tema della chiralità (anch'esso rimasto sospeso) partivo da un racconto di Levi: "L'aiutante," dal libro La chiave a stella. E dicevo: "di questo bellissimo libro riparleremo certamente in altre occasioni". Non era capitato ancora, e quale occasione migliore di questa?

Perciò ora mi lancio in un'impresa temeraria, per me che non mi sento uno scrittore: parlare del libro, descriverlo, spiegare perché l'ho detto bellissimo; dare qualche idea del contenuto, ma anche del significato, di quello che si trova in un libro al di là della "lettera". Io ci provo; voi giudicherete.

In un certo senso è un libro di racconti, legati insieme da un filo comune che è il narratore. A dire il vero i narratori sono due: c'è lui, Primo Levi, che interviene ogni tanto in prima persona; ma poi c'è il vero protagonista. Di nome (o meglio di cognome, il nome non lo usa) Faussone, piemontese come Levi, professione montatore. Come lo stesso Levi ci dice in epigrafe, citando Conrad: "MacWhirr non è il frutto di un incontro di poche ore, o settimane, o mesi: è il prodotto di vent'anni di vita, della mia propria vita. L'invenzione cosciente ha avuto poco a che fare con lui. Se anche fosse vero che il capitano MacWhirr non ha mai camminato o respirato su questa terra (il che, per conto mio, è estremamente difficile da credere), posso tuttavia assicurare ai lettori che egli è perfettamente autentico".

copertina del libro

Professione montatore, dicevo. E questo credo di doverlo spiegare, perché io prima di leggere il libro non sapevo che esistesse un tale mestiere, anche se in fondo avrei dovuto saperlo; ma ecco appunto il primo insegnamento, che con le parole di Faussone è espresso così: "Del resto è regolare: uno viaggia in auto e a tutto il lavoro che c'è quagliato lì dentro non ci pensa neanche; oppure fa i conti con uno di quei calcolatori che stanno in saccoccia, e prima si meraviglia ma poi fa l'abitudine e gli sembra naturale; del resto, anche a me mi sembra naturale che io decida di alzare questa mano e ecco che la mano si alza, ma appunto è solo per l'abitudine. È ben per questo che io ho caro a raccontare i miei montaggi: è perché tanti non si rendono conto".

Montatore. Ma non di cose piccole, come un'automobile: lui monta ponti sospesi, tralicci per l'estrazione del petrolio (derrick), colonne di distillazione alte 30 metri... Il libro è appunto una serie di avventure di lavoro di Faussone, dove s'intrecciano esperienze di viaggio (perché un bravo montatore gira il mondo, dall'India all'Alaska, dalla Russia alla Calabria) e insieme descrizioni del suo lavoro, nelle quali Levi mette in bocca al suo personaggio pensieri che anche se detti col linguaggio povero di uno che non ha studiato gran che, e non "parla tricolore", vanno dritti a questioni scientifiche e filosofiche non da poco (come la storia dello scimmiotto che non ha mai capito che tutti i filetti sono destri...).

Non posso raccontare tutto; ma vediamo la storia della colonna di distillazione. Faussone in un primo tempo deve solo montare il traliccio di sostegno, che è mestiere suo, perché lui è montatore di carpenteria, e un impianto chimico completo non l'ha mai fatto. Finisce il lavoro; e ci racconta che il traliccio si monta coricato per terra, che è più facile, e poi lo si solleva con delle gru ("e anche per me, che di gru ne ho viste parecchie, è stato un bello spettacolo, anche perché si sentiva il motore che ronzava tutto tranquillo, come se dicesse che per lui quello era una balla da niente"). Ho messo questa citazione per cominciare a indicare una caratteristica costante del personaggio: con le sue opere ha un rapporto affettivo, le descrive come animali, e talvolta come persone. Il traliccio "anche se non avevo la competenza, mi piaceva lo stesso vederlo crescere, e mi sembrava di veder crescere un bambino, voglio dire un bambino ancora da nascere, quando è ancora nella pancia di sua mamma".

Finito il montaggio del traliccio, che ora se ne sta ben dritto sul suo basamento, coi bulloni serrati come si deve, succede che il "committente" gli dice che ha visto che lavora bene e gli chiede di fare anche il resto del montaggio: quello delle colonne, che "erano quattro, tre piccole e una grossa, e quella grossa era molto grossa, ma il montaggio non era difficile. Era solo un tubo verticale di acciaio inossidabile, alta trenta metri [...] e col diametro di un metro". E qui si passa a spiegare come sia difficile lavorare con l'acciaio inossidabile, che "non consente, voglio dire che a freddo non cede... Non lo sapeva? [Faussone parla a Levi, che è un chimico] Scusi, ma io credevo che a voialtri queste cose le insegnassero a scuola. Non cede, e se lei lo scalda, poi non è più tanto inossidabile".

Ed ecco il colpo d'ala:

"Un giorno ero in cima alla torre con la chiave a stella per verificare il serraggio dei bulloni, e mi vedo arrivare lassù il committente [...]. Aveva un pennellino, un pezzo di carta e un'aria furba, e si è messo a raccogliere la polvere dalla placca di testa della colonna che io avevo finito di montare un mese prima. Io lo stavo a guardare con diffidenza, e dicevo fra di me `questo è venuto a cercare rogna.' Invece no: dopo un po' mi ha chiamato, e mi ha fatto vedere che col pennello aveva spazzato nella carta un pochino di polvere grigia.

'Sa cosa è?' mi ha chiesto.

'Polvere,' ho risposto io.

'Sì, ma la polvere delle strade e delle case non arriva fin qui. Questa è polvere che viene dalle stelle.'

"Io credevo che mi pigliasse in giro, ma poi siamo scesi, e lui mi ha fatto vedere con la lente che eran tutti pallini rotondi, e mi ha mostrato che la calamita li tirava, insomma erano di ferro. E mi ha spiegato che erano stelle cadenti che hanno finito di cadere [...] Lei non ci crede, e neanche io sul momento non ci ho creduto; ma col mio mestiere capita sovente di trovarsi in alto in dei posti come quelli, e ho poi visto che la polvere c'è sempre, e più anni passano, più ce n'è, di modo che funziona come un orologio. [...] e se ci pensa è una faccenda malinconica, quelle stelle filanti che sembrano le comete del presepio, uno le vede e pensa un desiderio, e poi cascano giù, si raffreddano, e diventano pallini di ferro da due decimi. Ma non mi faccia perdere il filo".

Infatti la storia è tutt'altro che finita, e come in ogni storia che si rispetti, il dramma deve ancora arrivare. Ma c'è prima un altro passaggio: Faussone deve riempire la colonna di anellini di ceramica, che

"dovevano servire a fare come un labirinto, in maniera che la miscela d'acqua e acido che entrava a metà colonna avesse il tempo di separarsi bene: l'acido doveva uscire dal fondo, e l'acqua dalla parte di sopra come vapore [...] Bisognava appunto che gli anelli non si rompessero, si posassero piano piano gli uni sugli altri, e che alla fine riempissero la colonna fino alla cima".

A questo scopo la colonna è stata riempita d'acqua, in modo che versandoci gli anelli questi scendano dolcemente.

Finalmente Faussone se ne va; si prende una settimana di vacanza a pesca di trote ... e quando torna a casa trova un telegramma che lo chiama d'urgenza all'impianto. Va, e trova "un quarantotto": il committente circondato da un sacco di gente, tutti ai piedi della colonna, che

"cercavano di calmare il committente e facevano dei discorsi senza senso; il fatto è che anche la colonna stava facendo un discorso, e era proprio un po' come quando uno è malato e ha la febbre e dice delle goffate, ma siccome magari sta per morire tutti lo prendono sul serio.

"Per malata, quella colonna doveva essere ben malata [...]. Aveva come un attacco ogni cinque minuti. Si sentiva come un ronzio leggero e tranquillo che poi man mano diventava più forte, irregolare, come una gran bestia che gli mancasse il fiato; la colonna cominciava a vibrare, e dopo un poco entrava in risonanza anche tutto il traliccio, e sembrava proprio che venisse un terremoto [...]; poi si sentiva come un colpo di grancassa, ma soffocato, come se venisse di sottoterra, un rumore di risacca, voglio dire come di ghiaietta che crolli, poi più niente, si sentiva solo il ronzio di prima. Tutto questo ogni cinque minuti, regolare come un orologio [...]"

Per capire qualcosa di più, Faussone e il progettista dell'impianto consultano il termografo, dove si legge registrato l'andamento della temperatura al centro della colonna.

"Ebbene, quello faceva ancora più impressione perché ci si vedeva sopra tutta la storia clinica, fin dalla sera che avevano avviato l'impianto.

"Si vedeva l'avviamento, cioè la traccia che partiva da venti gradi e saliva in due o tre ore a ottanta, e poi un tratto tranquillo, bello piatto, per una ventina di ore. Poi c'era come un brivido, fino fino che si vedeva appena, che durava appunto cinque minuti; e da allora in poi, tutta una filza di brividi, sempre più forti e tutti di cinque minuti giusti. Anzi, gli ultimi, cioè quelli dell'ultima notte, altro che brividi, erano delle onde di dieci o dodici gradi di scarto, che salivano ripide e cadevano a picco ..."

Ora basta con le citazioni: che cosa era successo? Gli anelli erano di ceramica, quindi fragili. Qualcuno s'era rotto, e i frammenti avevano formato uno strato al fondo della colonna. Il vapore si faceva strada nello strato compatto, provocando un sobbalzo che rompeva altri anelli, e alla fine tutti gli anelli erano in briciole... Mi viene in mente quello che succede quando si fa la polenta, se si smette per un po' di rimestare: delle bolle di vapore emergono con violenza, con uno sbuffo, di tanto in tanto.

Lasciatemi fare un commento da fisico: avete notato come Levi introduce di passaggio un'importante idea scientifica? Quel brivido periodico è il primo segnale di un'instabilità nel sistema, che si sta innescando; cresce d'ampiezza man mano, fino a raggiungere 10 o 12 gradi, e a quel punto ha un andamento nettamente non lineare ("salivano ripide e cadevano a picco"). In questa situazione di oscillazione limitata dalla non linearità, il sistema (la colonna malata) potrebbe restare chissà quanto; forse finché qualche saldatura non ceda sotto i continui "colpi di grancassa".

Il tutto è detto senza parere, da un "semplice" montatore, che però, come avrebbe detto Galileo, è "di finissimo discorso", e sa cogliere gli aspetti essenziali del fenomeno, e raccontarceli in modo che sembra di essere lì con lui. Prima che succeda un disastro, il progettista (che è responsabile della pensata degli anellini) interviene: spegne la colonna, e "in una mezz'ora tutto si è fermato, si è sentito un gran silenzio [...] e a me mi pareva che tutto l'impianto tirasse un respiro di sollievo [...]"

Bene, anzi male: a causa dell'errore di progetto la colonna va svuotata e gli anelli rimpiazzati con un sistema meno critico; ma lasciamo a chi vuol leggere il libro il piacere di seguire la conclusione del racconto, che riserva altri eventi.

* * *

Proprio perché conosce bene il suo mestiere, Faussone sa apprezzare anche quello degli altri: "lei lo sa che io coi preti non vado tanto d'accordo, ma si capisce che quando sono andato a Roma, a San Pietro ci sono stato, e poco da dire è un gran bel lavoro, specie se uno pensa ai mezzi che avevano allora". Michelangelo sarà contento della lode.

Qualche volta parla del padre, che di mestiere era magnino (che vorrebbe dire stagnino, ci dice Levi; ma io direi piuttosto calderaio). Spiega come si fa a lavorare il rame, "che a batterlo si incrudisce" e bisogna ricuocerlo, scaldandolo attorno a 800 °C; e poi come si stagna, con l'"acido cotto" e lo "stagno vergine".

"Vede, era un mestiere come tutti i mestieri, fatto di malizie grosse e piccole, inventate da chissà quale Faussone nei tempi dei tempi, che a dirle tutte ci andrebbe un libro, e è un libro che non lo scriverà mai nessuno e in fondo è un peccato; [...] perché lui capiva che quel mestiere, fatto sempre in quella maniera e vecchio come il mondo, finiva che moriva con lui, e come io gli ho risposto che dell'acido cotto non me ne faceva niente, lui è rimasto zitto, ma si è sentito un poco morire già a quell'ora. Perché vede, il suo lavoro gli piaceva, e adesso lo capisco perché adesso a me mi piace il mio".

Questo era Faussone, ma ora prende la parola l'autore in prima persona:

"L'argomento era centrale, e mi sono accorto che Faussone lo sapeva. Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono".

Come dice Levi, siamo proprio all'argomento centrale: intendo il vero tema del libro, che è da cima a fondo un dichiarato e appassionato elogio del lavoro ben fatto e di chi conosce un mestiere, quale che sia. Ed ecco come ha termine la giornata lavorativa di Faussone padre:

"Non voleva che il mondo cambiasse, e siccome invece il mondo cambia, e adesso cambia in fretta, lui non aveva la volontà di tenere dietro, e così diventava malinconico e non aveva più voglia di niente. Un giorno non è venuto a desinare, e mia madre l'ha trovato morto in officina: col martello in mano, l'aveva sempre detto".

* * *

Poi c'è la storia del ponte, che è forse la più bella: per il fatto in sé, ma anche per il contorno. Faussone va in India per montare un ponte sospeso. E di che razza di ponte si tratti, e che cosa capiti, lo vedremo poi. Via raccontando, ci parla dell'India: di Calcutta e dei parsi, dell'ingegnere indiano che non perde mai la pazienza anche quando la piena improvvisa sembra che debba portar via i piloni del ponte; e delle ragazze indiane, che sono tutte belle, ma "con loro niente da fare".

Il fiume nel punto dove sorgerà il ponte è largo 700 metri; e prima di cominciare la costruzione vera e propria occorre tendere le passerelle di servizio (i "catwalk", dice l'ingegnere). Come si fa a tendere dei cavi attraverso 700 metri di fiume? Ecco un'idea tutta indiana: "Un altro avrebbe preso una barca, o avrebbe sparato una fiocina come quella delle balene; lui invece ha fatto venire tutti i bambini del paese lì vicino, e ha messo un premio di dieci rupie per quello che era capace di far volare un aquilone fin sopra l'altra sponda. Un bambino c'è riuscito, lui gli ha pagato il premio, e non si è buttato via perché sono millecinquecento lire; poi allo spago dell'aquilone ha fatto annodare una cordicella più grossa, e così via fino ai cavetti d'accaio dei chetuok".

Il ponte - ci dice Levi - era "lungo e snello, sostenuto da cinque torri fatte di scatole d'acciaio, ed appeso a quattro festoni di cavo d'acciaio. Ogni festone era lungo 170 metri, e ognuno dei due cavi era costituito da una mostruosa treccia di undicimila fili singoli del diametro di cinque millimetri". Non crediate che si tratti di dettagli inutili: vedrete poi. Comunque ho fatto il conto: quella treccia doveva avere un diametro di oltre 52 cm, e pesare 1600 kg per metro di lunghezza. (Mi sono provvisoriamente dimenticato di essere un fisico, e ho scritto "pesare 1600 kg", confondendo massa e peso. Spero che nessuno mi denuncerà...)

Per mettere insieme i cavi bisogna tirare i fili, e a quello servono i catwalk: ci stanno sopra gli operai, due ogni cinquanta metri, a sorvegliare che i fili corrano dritti e non si "incavallino". Ma le passerelle sono tutt'altro che comode, perché sono leggere e ballano a ogni filo di vento. E sotto c'è il fiume, "con dentro degli affarini che si muovono, e visti di lassù sembrano pesciolini da frittura mentre invece sono le schiene dei coccodrilli" che "vengono tutti dove si monta un ponte perché mangiano le immondizie della mensa, e perché aspettano che qualcuno caschi giù. [...] La malizia di quel lavoro di tendere i fili è che i fili bisogna che abbiano tutti la stessa tensione: e su una lunghezza come quella non è tanto facile. [...] abbiamo dovuto organizzare una squadra speciale che montava di notte, prima che venisse il sole, perché di giorno capita sempre che ci siano dei fili al sole, che scaldano e dilatano, e degli altri all'ombra ..."

Il ponte è finito, e ci sono i verniciatori al lavoro, quando cambia il tempo. Fino allora aveva fatto un caldo umido, ma quel giorno, sebbene ci sia già il sole, Faussone si accorge che il sudore gli si asciuga addosso, e si sente fresco.

"Ero anch'io sul ponte, a metà della prima campata, e oltre al fresco ho sentito due altre cose che mi hanno fatto restare lì bloccato come un cane da caccia quando punta: ho sentito il ponte che mi vibrava sotto i piedi, e ho sentito come una musica, ma non si capiva da che parte venisse: una musica, voglio dire un suono, profondo e lontano, come quando provano l'organo in chiesa, perché da piccolo io in chiesa ci andavo; e mi sono reso conto che tutto veniva dal vento. Era il primo vento che sentivo da quando ero atterrato in India, e non era un gran vento, però era costante, come il vento che uno sente quando va in auto piano piano e tiene la mano fuori del finestrino. [...] Mi sono sentito inquieto, e mi sono incamminato verso la testata [...] Sono arrivato al pilone di testa, mi sono voltato indietro, e mi sono sentito drizzare tutti i peli. [...] Era come se, sotto quel fiato di vento, anche il ponte si stesse svegliando. [...] Tutto il ponte si scuoteva; la carreggiata scodinzolava a destra e a sinistra, e poi ha incominciato a muoversi anche nel piano verticale, si vedevano delle onde che correvano dal mio capo all'altro, come quando si scuote una corda lenta; ma non erano vibrazioni, erano onde alte uno o due metri [...]

"[...] dopo qualche minuto si è visto che il ponte, non che si fosse fermato, ma le onde si erano come stabilizzate, andavano e rimbalzavano da un capo all'altro sempre con la stessa cadenza. [...] verso le dieci le onde verticali erano alte quattro o cinque metri, e si sentiva tremare la terra [...] Uno dopo l'altro, si sono sentiti come dei colpi di cannone, li ho contati, erano sei, erano le sospensioni verticali che si strappavano [...] Insieme, anche la carreggiata ha cominciato a svirgolarsi, a dissaldarsi, e cadeva a pezzi nel fiume; degli altri pezzi, invece, rimanevano appesi ai travi come degli stracci.

"Poi è finito tutto: tutto è rimasto lì fermo, come dopo un bombardamento [...] Tutto era fermo come in una fotografia, salvo il fiume che continuava a correre come se niente fosse stato: eppure il vento non era caduto, anzi era più forte di prima".

Purtroppo ho dovuto smozzicare la descrizione di Levi-Faussone, ma anche così credo si possa cogliere la potenza dello scrittore. Sono solo parole: eppure, anche nella nostra epoca tutta immagini, TV e multimedia, quel ponte riusciamo a vederlo e a sentirlo, e al tempo stesso sentiamo il dolore di Faussone, e insieme la reazione profonda, viscerale, dell'uomo di fronte a una potenza superiore:

"E a me è venuta in mente un'idea stupida: ho letto in un libro che, nei tempi dei tempi, quando incominciavano un ponte ammazzavano un cristiano, anzi non un cristiano perché allora non c'erano ancora, ma insomma un uomo, e lo mettevano dentro alle fondazioni; e più tardi invece ammazzavano una bestia; e allora il ponte non crollava. Ma appunto, era un'idea stupida".

Un altro breve commento sulla scala di tempo: la catastrofe non succede in un attimo, dura diverse ore. Tutti - tecnici, operai - assistono impotenti alla lenta morte della loro opera (la parola "morte" non è mia: lo stesso autore la usa poco prima del brano che ho riportato). La dilatazione temporale rende più drammatico il racconto, tra l'altro perché il protagonista può pensare, e ci comunica i suoi pensieri.

* * *

Dicevo sopra che La chiave a stella è un elogio del lavoro ben fatto e di chi conosce un mestiere. Ma non solo, o meglio non come idea chiusa in sé. Leggiamo dalla prefazione di L'altrui mestiere, una raccolta di saggi pubblicati su quotidiani, uscita nel 1985:

"[...] sovente ho messo piede sui ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura scientifica con quella letteraria scavalcando un crepaccio che mi è sempre senmbrato assurdo [...] quasi che lo scienziato e il letterato appartenessero a due sottospecie umane diverse, reciprocamente alloglotte, destinate a ignorarsi e non interfeconde. È una schisi innaturale, non necessaria, nociva [...]. Non la conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani d'oggi, né i fisici esitanti sull'orlo dell'inconoscibile".

Oppure, dallo stesso libro:

"Ecco, sono questi i `poemì cui alludeva Pavese parlando di Melville. Non mi sono stati raccontati sul castello di prora (che sul Castoro sei non credo esista), bensì al tavolo della mensa, davanti a bicchieri di vino buono; e non da marinai illetterati, bensì dal Capitano Costanzo e dagli altri uomini dell'equipaggio, giovani e meno giovani, ingegneri cibernetici al loro primo incontro col mondo del lavoro, macchinisti orgogliosi di ogni singolo bullone delle loro macchine, marinai-operai che in quest'opera insolita e colossale hanno ritrovato le antiche virtù della competenza messa alla prova e del lavoro ben fatto. Spero che non si stupiranno né si scandalizzeranno se i loro racconti mi sono sembrati poetici. Infatti, nelle loro parole, frenate, educate, precise e prive di enfasi, ho riconosciuto la eco di un altro navigatore e raccontatore le cui avventure remote sono oggi poesia eterna: quello che aveva navigato per dieci anni per mari strani, e le cui virtù prime, più assai del coraggio che pure non gli mancava, furono la pazienza e l'ingegno molteplice".

Questo richiamo a Ulisse chiude in certo senso il cerchio dell'opera letteraria di Primo Levi, iniziata con Se questo è un uomo, dove "Il canto di Ulisse" segna forse il punto più alto. Molti hanno tentato, ma a nessuno è riuscito, di spiegare perché Primo abbia deciso di togliersi la vita. Mi chiedo se non si sentisse come il padre di Faussone: il mondo cambia in fretta, e forse gli è sembrato che per quel suo speciale genere di poesia non ci fosse più posto. Spero per tutti noi che si sia sbagliato.


 

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