gennaio 2010 - i nemici della scienza

La candela 66

il caso De Mattei, l'agopuntura, la fitoterapia, l'omeopatia

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xfjfxpiuttosto che maledire il buio, è meglio accendere una candela. Lao-Tzu

Dal punto di vista della scienza sperimentale, entrambe le ipotesi sulle origini, sia l'evoluzionista che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare.

Chi l'ha detto? L'autore si chiama Roberto De Mattei; il libro è Evolu­zionismo: il tramonto di una ipotesi. Sono gli atti del convegno "La teoria dell'evoluzione: un bilancio critico," tenutosi (a porte chiuse, pare) nella sede del CNR nel febbraio dello scorso anno.

"De Mattei? Chi era costui?" diranno i miei 25 lettori... Perdonate il pastiche collodiano-manzoniano, e rispondiamo.

Roberto De Mattei insegna Storia del Cristianesimo e della Chiesa nell'U­niversità Europea di Roma, università privata legalmente riconosciuta, istituita dalla Congregazione Religiosa dei Legionari di Cristo. E membro del Consiglio di Amministrazione del CNR (nomina MIUR) ed è stato eletto Vice Presidente, con delega alle scienze umane: lo stesso Consiglio di cui è presidente Luciano Maiani.

Molti ricorderanno la vicenda Maiani, che si svolse circa due anni fa: Maia­ni, fisico teorico di fama internazionale, era stato designato Presidente del CNR, ma commise un grave errore: sottoscrivere la lettera al Rettore della Sapienza in cui veniva contestata l'opportunità di far tenere a Benedetto XVI la "lectio magistralis" per l'inaugurazione dell'Anno Accademico. Ciò diede luogo a ro­venti polemiche, nelle quali Maiani veniva accusato di tutto e di più... In un modo o nell'altro la cosa venne risolta, e non intendo tornarci sopra, se non per una questione non proprio di dettaglio, che mi sembra nessuno avesse allora rilevato.

Una delle accuse a Maiani era questa: firmando la lettera aveva dimostrato di non essere "super partes," e quindi di non essere qualificato per l'alta cari­ca. Esaminiamo un po' da vicino questo argomento. Maiani non era "super partes" per aver espresso parere contrario a un intervento del Papa all'inaugu­razione dell'Anno Accademico. Ammettiamo pure che ciò stesse a indicare una sua posizione sfavorevole alla Chiesa (tutta da dimostrare, e io personalmente delle idee di Maiani in materia non so assolutamente nulla). Ma perché questo significherebbe non essere "super partes" riguardo alla carica di Presidente del CNR? Mi sembra se ne debba dedurre che secondo i sostenitori di questa tesi la Chiesa in materia scientifica sia una "parte"... Non so quale potrebbe essere l'altra "parte," ma comunque io questo lo chiamerei darsi la zappa sui piedi.

Torniamo però a De Mattei. Mentre il Presidente del CNR deve essere "super partes," e di sicuro nella situazione attuale si sentirà in libertà vigila­ta e si guarderà bene dal prendere una qualsiasi iniziativa o dall'esprimere una qualsiasi opinione che possa essere soggetta a critiche da una data "parte," il Vicepresidente non ha di queste remore. Come si apprende consultando il suo sito internet, ha una storia "militante" in senso politico e religioso; non ne fa mistero, e non sente alcun vincolo derivante dalla sua carica; anzi direi che della carica si serve per propagandare le sue idee. La cosa strana è che nessuna voce si è levata in campo politico per rilevare che un tale atteggiamento è ben più discutibile della "colpa" attribuita a Maiani.

* * *

Ho avuto occasione di citare brevemente questa vicenda, di cui ero venuto a conoscenza da poco tempo, in un mio intervento alla giornata di studio che si è tenuta a Pontedera il 14 novembre scorso, in memoria di Giuseppe Salcioli. Avevo intitolato il mio intervento "I nemici della scienza," e il caso De Mattei era un ovvio esempio. Ma per essere "bipartisan," nel senso di dimostrare che i nemici della scienza si trovano ovunque, ne presentai un altro, che ora vorrei sviluppare un po' di più di quanto ho potuto fare nel tempo di cui disponevo a Pontedera.

L'esempio è in certo senso locale, ma d'interesse più ampio. Si tratta di una Legge della Regione Toscana, la n. 9 del 19-2-2007, intitolata "Modalità di esercizio delle medicine complementari da parte dei medici e odontoiatri, dei medici veterinari e dei farmacisti." Il primo comma dell'art. 1 recita: 

La Regione Toscana garantisce il principio della libertà di scelta terapeutica del paziente e della libertà di cura del m,edico in adesione ai principi del codice di deontologia m,edica, nell'ambito di un rapporto consensuale ed informato tra medico e paziente.

Ed ecco l'art. 2:

Le disposizioni normative della presente legge riguardano le seguenti medicine complementari:

a) agopuntura

b) fitoterapia

c) omeopatia.

Il resto della legge stabilisce le modalità di esercizio di cui nel titolo. Il pun­to rilevante è che l'impiego delle "medicine complementari" è riservato ai medici, a ciò abilitati per mezzo di apposita prova, di cui non è interessante qui consi­derare i dettagli. Passiamo dunque ai commenti.

Tanto per esser subito chiari, riesco a vedere un solo aspetto positivo in questa legge: lo sforzo di mettere ordine, di regolamentare un campo che altri­menti restava affidato a tutte le possibili categorie di persone: dai professionisti responsabili ai praticoni a veri e propri truffatori. Speriamo che almeno in questo la legge riesca a funzionare.

Ma poi ci sono altri lati, dubbi o anche francamente negativi (secondo il mio modesto parere, si capisce). Il primo che mi viene in mente è che la legge effettua una selezione nel vasto campo delle "terapie alternative," che qui si è preferito denominare "medicine complementari." La scelta della denominazione non è neutra: mentre "alternative" suggerisce una contrapposizione, "complementari" fa pensare a un'integrazione, forse a un'assimilazione di queste tecniche di cura nella medicina "tradizionale." Il perché della selezione non è chiaro dalla legge, ma si può supporre che corrisponda a un giudizio di validità ed efficacia. Ago­puntura, fitoterapia, omeopatia sarebbero metodi di cura quanto meno efficaci, e quindi degni di riconoscimento, a differenza — che so — della chiropratica, della cristalloterapia, dei fiori di Bach...

C'è anche da dire che la Regione non si è limitata a varare una legge, ma fa propaganda alle "medicine complementari" nel suo sito internet. Infatti in

http ://www.regione.toscana.it/salute/medicinecomplementari/ index.html

si può leggere:

L'utilizzo delle medicine complementari (in sigla MC) e in continuo aumento, in Toscana come nel resto d'Italia, e anche nel mondo. Una tendenza confermata a livello nazionale dai dati Istat e, per la Toscana, da una analisi realizzata dal­l'Agenzia regionale di sanità: su 7.049 soggetti intervistati, il 19,3% ha riferito di aver fatto ricorso ad almeno un tipo di medicine non convenzionali nell'ulti­mo triennio, e circa il 70% di coloro che ne hanno fatto ricorso ha dichiarato di averne avuto beneficio.

Vale la pena di commentare questo testo. Cominciamo con l'osservare, di sfuggita, la sgrammaticatura "ne hanno fatto ricorso" al posto di "vi hanno fatto ricorso." Purtroppo questo tipo di errore è divenuto frequentissimo: sembra che ormai pochi sappiano quando usare "vi" e quando "ne." Perciò passiamo oltre...

Infatti è molto più grave il messaggio che si vuol far passare circa l'efficacia delle MC, in base a una "statistica" di nessun significato. Si parla di "7.049 sog­getti intervistati": come scelti? che domande sono state fatte? Non lo sappiamo.

Di questi, il 19,3% avrebbe fatto uso di MC nell'ultimo triennio: sia pure. Ma il peggio è l'affermazione che segue: "circa il 70% [... ] ha dichiarato di averne avuto beneficio." Beneficio? definito come? Che genere di malanni o disturbi lamentavano? Ci sono state verifiche oggettive in relazione al dichiarato "beneficio"? Quasi certamente no.

È mai possibile che il sito ufficiale di un organo costituzionale della Repubblica debba ospitare affermazioni così prive di qualsiasi fondamento non dico scientifico, ma almeno di buon senso? L'autore di queste ineffabili righe ha mai sentito parlare (per esempio) di "effetto placebo"? In soldoni: basta credere che qualcosa faccia bene (sia pure acqua fresca, e il riferimento non è affatto casuale) e il soggetto dichiarerà, in una buona percentuale di casi, di "averne tratto beneficio."E su questo tipo di fondamenti che è stata approvata (all'unanimità, a quanto pare) la legge di cui sto parlando?

* * *

Alla giornata di studio di novembre era presente l'Assessore alla Salute della Regione, e nel suo intervento conclusivo ha doverosamente replicato alle mie critiche. Per quanto posso ricordare, la replica si fondava su due punti:

- lo "statuto epistemologico" della medicina, diverso da quello di scienze come la fisica

- la comprovata efficacia delle medicine complementari di cui sopra

Esaminiamoli separatamente.

Il primo argomento è che la medicina ha uno statuto epistemologico "debole": per accettare una determinata terapia, ci si limita a richiedere che essa si dimostri efficace, senza pretendere che abbia una base teorica. In altre parole: se una cura funziona, anche se non si capisce perché, essa può venire accettata, salvo rivedere la cosa qualora insorgano altri dati sulla reale efficacia, su effetti collaterali negativi, ecc.

Premesso che non ho le competenze per imbarcarmi in una discussione ap­profondita del punto, vorrei solo osservare che non sono così sicuro che non ci sia nessuna richiesta di una sia pur minima base teorica. Questo è stato certamente vero per gran parte della storia della medicina (sebbene "teorie" che oggi a noi appaiono infondate siano sempre esistite). Ma direi che oggi la richiesta di una base teorica dell'efficacia di una cura sia piuttosto forte: è vero che la scoperta empirica dell'efficacia di un trattamento può dar luogo a un'accettazione provvi­soria, ma non mi pare che il riconoscimento ufficiale da parte dei vari organismi nazionali e internazionali venga dato sulla pura base empirica.

E proprio per questo motivo che la decisione della Regione Toscana è ap­parsa rivoluzionaria, in senso positivo o negativo a seconda dei punti di vista: i difensori della "medicina alternativa" l'hanno salutata come un primo passo verso il riconoscimento delle loro tesi, mentre i difensori della "medicina ufficia­le" l'hanno vista come un pericoloso precedente, appunto la rottura di una prassi di medicina scientifica che si sperava consolidata.

* * *

Il secondo argomento richiede un discorso un po' più lungo e differenziato, nel quale mi addentro anche se so di uscire parecchio dal mio campo specialisti­co. Ma d'altra parte nemmeno i legislatori regionali sono specialisti in materia, eppure hanno legiferato e hanno sostenuto la loro decisione con gli argomenti che si possono leggere nel sito della Regione, come ho detto...

Dato che la legge di cui stiamo parlando riconosce tre diverse terapie, occorre discuterle una per una. Cominciamo dalla fitoterapia: per quanto ne so, questa consiste nel ricavare medicamenti dal mondo vegetale. Così definita in realtà non si capisce neppure in che cosa consisterebbe questa "fitoterapia," dal momento che da sempre (addirittura dalla preistoria, direi) gli uomini hanno fatto ricorso alle piante per curarsi. (Senza contare che lo fanno anche altri animali... ). Di più: principi attivi di origine vegetale esistono tuttora nella farmacopea e sono in uso normale da parte dei medici in tutto il mondo. Mi sembra inutile fare esempi, che sono ben presenti a chiunque.

E' vero che progressivamente i principi attivi di origine vegetale sono andati perdendo terreno, sostituiti spesso da prodotti di sintesi: uguali, simili, o del tutto diversi. E altrettanto vero che ben difficilmente oggi un medico prescrive un preparato "magistrale" a base di principi vegetali, e se lo facesse non so quante farmacie sarebbero in grado di "spedire" la ricetta; ma comunque la cosa è del tutto lecita e non del tutto ignorata da medici e farmacisti.

Dunque non si capirebbe che cosa possa significare la stessa parola "fitoterapia," dal momento che l'uso delle erbe medicinali esiste nella pratica medica e farmaceutica e non abbisogna di una particolare definizione e di una particolare normativa. Viene quindi il dubbio che l'enfasi sulla "fitoterapia" sottintenda qualcosa di diverso: che i medicamenti "naturali" siano migliori (più efficaci, più sicuri, più "dolci," più in armonia con la vita ... scegliete voi). Chiaro che non sto inventando niente: queste cose si sentono dire spesso, e fanno parte di un'ideologia che vorrei chiamare "naturalista" o "naturista," se queste parole non fossero entrambe già impegnate per altri significati.

Se è così (ho detto che è un dubbio, ma un dubbio retorico, a essere onesto) il riconoscimento della fitoterapia è tutt'altro che innocente, e mi domando se tutti quelli che l'hanno votato ne fossero consapevoli.

Ma vediamo un altro lato della questione. Dicevo sopra che i preparati direttamente provenienti da vegetali sono assai poco usati nella pratica medica: perché? Credo che si possano dare due diverse risposte. La prima, che vi daranno i "naturisti" di cui sopra, è che la medicina è ormai schiava dell'industria farmaceutica; che i medici vengono educati, indottrinati e incentivati a prescrivere molecole di sintesi e in gran parte non sanno pensare ad altro. La seconda, che otterreste da molti medici, è che i prodotti di sintesi sono molto più affidabili, in quanto di composizione certa e riproducibile: prescrivendo un preparato sintetico sai che cosa prescrivi, è stato assoggettato a rigorosi protocolli di sperimentazione in varie fasi, ecc.

Per quel poco che ne ho potuto capire, ritengo che l'argomento degli inte­ressi di "Big Pharma" non sia del tutto infondato, e forse anche importante. Ma non mi pare che giustifichi la santificazione dei preparati "naturali." L'obiezione sull'incertezza di che cosa realmente si prescrive quando si ricorre a una tintura dell'erba tale o a capsule dell'erba talaltra, mi sembra ben fondata. Intanto, ogni vegetale è un complesso laboratorio chimico, nel quale si trova una quantità di composti, diversi da quello che interessa ai fini terapeutici. Si potrà magari so­stenere che è proprio questo "mix" ad avere effetti benefici, per una sinergia tra diverse componenti. E sia pure: ma resta il fatto che la composizione del "mix" è incontrollabile: anche per una stessa specie o varietà, la composizione cambia in modo sconosciuto a seconda del terreno su cui cresce, delle variazioni climatiche, dell'ecosistema di cui si trova a far parte, del momento della raccolta... Giocano poi fattori come le tecniche di conservazione, la selezione delle parti da cui ricavare l'estratto o da mettere in commercio per il decotto, e forse altro che ora mi sfugge.

E con questo, sulla fitoterapia ho scritto abbastanza.

* * *

Sull'agopuntura dirò molto meno. Stiamo parlando di una tecnica terapeutica di origine cinese antichissima, che dispone anche di un suo apparato teorico. Dobbiamo però distinguere tra questo apparato e l'eventuale efficacia della tecnica. Credo che nessuno oggi ritenga di attribuire un qualche valore scientifico al "qi" (l'energia vitale) che circolerebbe lungo canali (i "meridiani") del tipo "yin" o del tipo "yang."

Di passaggio, faccio notare come la parola "energia" sia tra le favorite nelle "spiegazioni" di tutte queste medicine alternative, nonché della bioarchitettura (le reti di Hartmann) e chi più ne ha più ne metta. In simili contesti, "ene­gia" vuol dire tutto e niente; non ha la minima relazione col concetto fisico, ma descrive una generica entità immateriale, ben assimilabile allo "spirito," (soffio, ανεμος). E sempre di passaggio, ricordo che il dualismo materia-energia compare purtroppo anche in discorsi di fisica seria, ed è uno dei τοποι preferiti di tanti divulgatori...

Messa quindi da parte la teoria, sembra però verificata una certa efficacia dell'agopuntura in senso analgesico. Sono state fatte ipotesi per spiegare questo fatto: a parte l'effetto placebo, di cui riparleremo a proposito dell'omeopatia, si è anche supposto che la stimolazione prodotta dagli aghi provochi una produzione di endorfine, che hanno appunto azione analgesica. Tuttavia analgesico non significa terapeutico: la soppressione o riduzione di un dolore può ovviamente essere benvenuta, ma non elimina la causa di questo. In tal senso un effetto analgesico può perfino essere pericoloso, in quanto fa mancare un "segnale d'allarme" che ha una precisa funzione.

In realtà i fautori dell'agopuntura vanno molto più in là: la semplice consultazione di qualche sito internet ci farà scoprire che l'agopuntura avrebbe capacità terapeutiche, per una vastissima gamma di patologie. Il che di per sé basta a stimolare il mio scetticismo: un trattamento indicato per un largo spettro di malanni, molto probabilmente non ne cura davvero nessuno...

* * *

Passiamo infine all'omeopatia, a mio parere l'aspetto peggiore della legge di cui stiamo parlando, che già giudico complessivamente infelice. Di che cosa si tratta penso sia ben noto, ma riassumiamo velocemente. L'omeopatia (come dice il nome stesso: ομοιος= simile, uguale) è la teoria formulata da Hahnemann più di due secoli fa, secondo cui lo stesso principio che causa una malattia può curarla se somministrato in dose estremamente ridotta ("similia similibus curantur").

E già ovvio a una mente educata (condizionata, direbbero gli omeopati) alla scienza moderna che una tale teoria non ha il minimo fondamento; ma poi gli omeopati la precisano indicando che cosa significa "dose estremamente ridotta" : un preparato omeopatico viene realizzato per mezzo di successive diluizioni in acqua, fino alla "potenza" (questo è il termine omeopatico) 12C e ben oltre. Credo tutti sappiano che cosa significa 12C: è una diluizione di una parte di principio attivo in 10012 = 1024 di solvente. Ma ho visto pubblicizzati anche dei preparati 1000C, ossia una parte in 1O2000, e dubito che qualcuno riesca a rendersi conto di che cosa rappresenta un numero del genere!

Piccola divagazione: ho appena scritto "credo tutti sappiano," perché ritengo davvero che sia così, come credo che ci siano ben poche persone che non conoscono il proprio segno zodiacale, anche tra quelli che manifestano il più assoluto scetticismo verso l'astrologia. E una cosa su cui forse varrebbe la pena di riflettere... Fine della divagazione.

Chi mi sta leggendo certo non ignora l'ovvia obiezione che a simili diluizioni nel preparato omeopatico non c'è di regola neppure una molecola di principio attivo, ed è anche ben nota la risposta degli omeopati: i preparati omeopatici non sarebbero semplici soluzioni diluite, grazie al trattamento di agitazione (loro dicono "succussione" ) che produrrebbe la "dinamizzazione" dell'acqua. Ossia: l'acqua così trattata conserverebbe "memoria," nella sua struttura molecolare, del principio attivo con cui è stata in contatto. Poiché suppongo che anche questa teoria della "memoria dell'acqua," e di presunti esperimenti che avrebbero dovuto confermarla, non vi sia sconosciuta, mi esonero dal parlarne, se non per riprendere brevemente il tema epistemologico degli statuti deboli e forti.

Voglio dir questo: qui non siamo più nel campo della medicina, ma in quello della fisica e della chimica: scienze a statuto epistemologico indiscutibilmente forte. Ciò vuol dire che per dar credito a una qualsivoglia asserzione si pongono due requisiti:

a) che essa abbia un fondamento sperimentale verificato e riproducibile

b) che non sia in conflitto con teorie a loro volta già solidamente fondate e accettate.

Il punto a) non richiede commenti. Quanto a b), che può apparire meno ovvio, osservo questo. A prima vista si potrebbe pensare che un'asserzione che abbia un solido fondamento empirico debba essere accettata, anche se appare in contrasto con teorie già stabilite: non è forse così che procede la scoperta e l'innovazione? La risposta è senz'altro affermativa, ma non in modo incondizionato. In realtà è questione di grado, e anche di ambito di applicazione.

Vediamo qualche esempio storico. Le caratteristiche delle righe spettrali, come si erano studiate nella seconda metà dell'800, si erano mostrate incompati­bili coi modelli teorici derivati dalla meccanica e dell'elettromagnetismo classico: è uno dei punti citati quasi ovunque come "crisi" della fisica classica. In que­sto caso fu l'esperienza dei dati spettrali ad averla vinta, e portò a riconoscere che si doveva abbandonare la meccanica classica quando si scendeva alla scala atomica.

Ma è proprio questo un esempio di ciò che intendevo sopra con "ambito di applicazione": la fisica classica era un corpo teorico sicuramente solido e ben fondato, ma in un certo ambito di fenomeni, sempre su scala macroscopica. Non si poteva (non si doveva) escludere che cambiando l'ordine di grandezza delle dimensioni (atomi in luogo di pianeti o anche di particelle sia pure piccole) la meccanica newtoniana perdesse di validità. E così è stato, come sappiamo.

Un secondo esempio lo prendo ancora dall'ambito microscopico, e riguarda la nascita del concetto di fotone. Non posso qui rifare la storia, e debbo limitar­mi a qualche "flash" senza giustificazione. A quel tempo fisici anche illustri non riuscivano ad accettare il carattere corpuscolare della radiazione elettromagnetica, e ci fu chi propose (lo stesso Einstein, per breve tempo) una spiegazione alternativa per alcuni fenomeni, come l'emissione spontanea o l'effetto Compton: tale spiegazione richiedeva di rinunciare alla conservazione dell'energia in quei fenomeni. Ma la conservazione dell'energia era considerata un principio così fondamentale per tutta la fisica che la detta alternativa non riuscì a im­porsi, e tramontò definitivamente quando esperimenti più dettagliati e raffinati mostrarono che l'esistenza dei fotoni, unita alla conservazione dell'energia nei singoli eventi microscopici, era la sola interpretazione possibile.

Ecco che cosa intendevo scrivendo "questione di grado": prima di rinun­ciare a una teoria ben fondata, o a un principio costitutivo assolutamente fon­damentale, ci vogliono prove sperimentali davvero stringenti. In poche parole, il fondamento epistemologico della fisica non è banalmente empirico.

Tornando alla "memoria dell'acqua," la situazione è molto diversa. In primo luogo, il requisito a) non è soddisfatto: gli esperimenti non sono stati confermati, anzi... In secondo luogo, accettare questa "memoria" andrebbe contro tutto ciò che sappiamo sulla struttura di atomi, molecole e loro legami: un quadro teorico che ha un vastissimo campo di conferme sperimentali, nello stesso ambito al quale dovrebbe applicarsi l'ipotetica nuova scoperta. Ecco perché la memoria dell'acqua è stata bocciata, e di conseguenza succussione e dinamizzazione sono senza fondamento scientifico.

Sappiamo quale sia la risposta da parte dei fautori dell'omeopatia alle consi­derazioni che ho appena fatto; risposta che ci riporta allo "statuto epistemologico debole" della medicina: non ha importanza che non si sappia dare una salda base teorica alla pratica omeopatica, dal momento che questa si dimostra efficace. E così siamo condotti a discutere questa supposta efficacia... Avrebbe poco senso che io tentassi di approfondire il punto, visto che il materiale pubblicato è vastissimo, e se ne può trovare quanto se ne vuole con ricerche in internet. Da quello che ho potuto capire non esistono prove scientifiche serie, ossia condotte con metodi analoghi a quelli comunemente in uso per valutare l'efficacia di un qualsiasi trattamento medico, che dimostrino il valore terapeutico dell'omeopatia. Gli studi condotti a questo scopo hanno mostrato che quando un effetto positivo è statisticamente significativo, esso non differisce da quello riconducibile all'effetto placebo, di cui ho già parlato. Va da sé che gli omeopati non accettano simili conclusioni, ma a questo punto la questione pare essere più materia di fede che di razionalità scientifica.

Volendo riassumere il mio punto di vista in modo netto e forse brutale, e rivolgendomi agli onorevoli legislatori regionali che hanno votato la legge di cui stiamo parlando, direi: dando la vostra benedizione all'omeopatia vi siete resi fautori di una superstizione, se non complici involontari di una truffa. E ciò accade perché la vostra formazione culturale è antiscientifica alla radice, e quindi non vi permette di accorgervi di ciò che state facendo.

L'affermazione che ho appena fatta è pesante, ma ne sono pienamente con­vinto. Intendo dire che nella nostra società operano a molti livelli fattori "cultu­rali" che vanno contro la comprensione del modo di procedere della scienza, del suo valore. A molti livelli, perché vanno dal più banale "senso comune," di cui i politici possono essere schiavi quando pensano ai propri elettori, al livello eleva­to di molta "cultura" umanistica, filosofia inclusa. Il tema meriterebbe un più ampio sviluppo, che qui non posso permettermi, anche perché debbo avviarmi a concludere; ma non posso farlo senza aver toccato un altro aspetto.

* * *

Come si spiega il successo delle medicine alternative (o complementari che dir si voglia)? Se vogliamo capire da dove nasca l'idea della Legge n. 9, è a questa domanda che dobbiamo rispondere. Infatti la legge non sarebbe neppure stata concepita, se alla radice non ci fosse una "domanda" popolare. La discussione che ho condotta fin qui, per quanto sommaria, basta almeno a mostrare che dal mio punto di vista la validità terapeutica non c'entra, e il richiamo che la legge fa alle "libertà" del paziente e del medico neppure: è l'esistenza di una domanda da parte dei cittadini (elettori) che fa la differenza.

La risposta non può essere semplice, e certo io non pretendo che la mia sia vera e completa; ma vorrei accennarla ugualmente. A mio parere entrano in gioco almeno due componenti. La prima è un certo fascino dell'incognito, del misterioso, del sovrannaturale: lo stesso che fa il successo di tanta letteratura e cinema dei generi "horror" e "fantasy," che si tratti di Harry Potter, di Dan Brown, o del recentissimo Avatar. Possiamo esprimere la stessa idea con Amleto: "Ci sono più cose tra cielo e terra, Orazio, di quante ne sogni la nostra filosofia."

Intendiamoci: non voglio apparirvi come un supercilioso e iperscientista spregiatore di tali generi: anche se mi sono tenuto lontano dagli esempi che ho appena fatto, non ho disdegnato, specialmente in passato, la fantascienza o la letteratura fantastica, da Borges a Lovecraft, per fare un paio di esempi. È un gioco al quale si può giocare, secondo me, e che può anche insegnare qualcosa; a patto di non prenderlo sul serio e di non confonderlo con la realtà. Quando però il fascino del mistero "esonda" nel modo di vivere, e influenza certe scelte vitali, come quelle per la propria salute, la musica cambia; e purtroppo direi che in non pochi casi l'argine che dovrebbe dividere i due mondi sia piuttosto debole: da qui l'affidarsi alle medicine alternative, sentite come qual­cosa di più vicino a una realtà più profonda o più alta della fredda "medicina scientifica."

L'aggettivo "fredda" non l'ho scritto a caso, perché introduce alla seconda spiegazione. E una sensazione che credo largamente condivisa, che la medicina moderna si sia disumanizzata: che il malato sia visto dal medico troppo poco come persona, e molto come "corpo" da riparare. Molteplicità di esami, strumentazione complessa, incomprensibile, a volte soverchiante (avete mai fatto una risonanza magnetica?); burocrazia asfissiante, medici cui bisogna strappa­re le parole di bocca, "consensi informati" da firmare senza perdere tempo a leggerli... È una curiosa coincidenza che proprio mentre questa puntata era in preparazione, mi sia capitato di attraversare una trafila del genere. Non ha importanza che io entri in dettagli, ma ho potuto constatare in prima persona come l'elevata professionalità e abilità tecnica dei medici possano convivere col clima generale di un moderno ospedale, dove ti puoi sentire più un oggetto o una pratica che non un essere pensante, un complesso d'idee, sentimenti, magari paure...

A tutto ciò si contrappone il modo umano, "distico," personalizzato, che viene sentito come proprio delle medicine alternative. Di questo non ho diretta esperienza, ma sicuramente è l'immagine diffusa, che credo sia una componente importante del loro successo.

Ed ecco la responsabilità della politica: che dovrebbe sì venire incontro a una profonda esigenza dei cittadini, ma non nel modo sbagliato della Legge n. 9. Dovrebbe invece intervenire sul funzionamento del sistema sanitario, per cercare di correggerne il difetto di fondo che tutti sentiamo. Ma mi rendo conto che questo è come chiedere la Luna, quando possiamo già essere felici se il sistema funziona in modo almeno accettabile, se la corruzione e gli sprechi sono contenuti, se le cariche direttive sono attribuite a persone non troppo incapaci... Insomma, dovrei accontentarmi, visto che passando da una regione all'altra si può trovare di molto peggio.

Sinceramente non so; e su questa incertezza vi lascio, promettendo per la prossima volta un tema totalmente diverso.

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