Cantanti, ballerine, prostitute

“Lei apre la sua grande bocca e ne esce la voce, la piu volgarmente, la più delicatamente, la più spiritosamente tenera che ci sia” (Edgar Degas)
colazione sull'erba
Olimpia
 
 
Renoir
 
I bevitori  d'assenzio
 
Renoir
 
xxx
 
ballerina
 
seminudo di donna di schiena
 

 

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A Parigi, già tra il Secondo Impero e la Terza Repubblica, nel clima di realismo creato da letterati e pittori dell’epoca, le immagini della donna angelicata e della sensuale e voluttuosa seduttrice di stampo decadente sfumano per lasciare spazio ad una nuova figura di donna, più vera, tratta dalla quotidianità, nella quale i gesti e gli atteggiamenti du tutti i giorni divengono degni protagonisti di un’arte che cerca, insieme alla liberazione dalle rigide convenzioni accademiche, anche quella dalla morale borghese dell’epoca.

Già Baudelaire aveva indicato la via da seguire scrivendo, a metà del secolo, “il vero pittore è colui che ricaverà dalla vita presente il suo lato epico, colui che con i suoi colori e con il suo disegno farà capire quanto siamo grandi e poetici con le nostre cravatte e i nostri stivali di vernice."

Il messaggio di Baudelaire viene immediatamente raccolto dai pittori impressionisti, innanzitutto da Edouard Manet, che fa, del suo corpuspittorico, il più grande affresco della modernità di quell’epoca. Così, per animare i suoi dipinti con la “presenza del reale” e la “verità colta vivacemente ed intensamente” Manet suscita scandali e rifiuti alle Esposizioni annuali dei Salons con i nudi delle sue Colazione sull’erba eOlympia, ritratti sfrontati di donne contemporane liberate, insieme agli abiti, appunto di quella morale borghese che ormai non si adatta più alla complessa e variegata realtà sociale della Parigi del secondo Ottocento. 

Più tardi Emile Zola trasporrà nella sua Nanà le caratteristiche diOlympia

Allora Nanà diventò la donna di moda, che vive di rendita sulla stupidità e sui vizi dei maschi, signora dei marciapiedi di lusso. Fu un lancio rapido e definitivo, una conquista della celebrità nel mondo galante , alla gran luce delle pazzie del denaro e delle audacie grossolane e a buon mercato della bellezza. Ella regnò subito fra le donne più costose. Le sue fotografie si esponevano nelle vetrine, i giornali la citavano. Quando passava in vettura sui boulevards la folla si voltava e la nominava con l’emozione di un popolo che salutava la sua sovrana, mentre lei confidenziale, adagiata nelle sue vesti fluttuanti , sorrideva allegramente sotto la pioggia di riccioli biondi che incorniciavano l’azzurro dei suoi occhi cerchiati di scuro e il rosso delle labbra dipinte. Fu un prodigio; quella ragazza giunonica, così goffa sulla scena, così ridicola quando voleva far la parte della donna onesta, sapeva recitare nella realtà la sua parte d’incantatrice senza il minimo sforzo. Con una pieghevolezza serpentina, un modo sapiente di vestirsi in casa, che sembrava casuale ed era di un’eleganza squisita di una distinzione nervosa di gatta di razza, questa aristocratica del vizio, superba, ribelle, schiacciava col suo piede Parigi da padrona onnipotente. Ella imponeva il suo stile, le grandi dame la imitavano…

Tuttavia in mezzo al lusso, fra tutta la sua corte, Nanà si annoiava da morire. Le sue notti erano piene di denaro mescolato ai pettini e alle spazzole; ma non se ne contentava, sentiva come se le mancasse qualche cosa, provava un senso di vuoto che la faceva sbadigliare. La sua vita si trascinava oziosa riconducendo le stesse ore monotone. L’indomani non esisteva, ella viveva come un uccello, sicura del suo cibo, pronta a dormire sul primo ramo che le capitava. La certezza di essere nutrita la teneva distesa tutta la giornata senza fare il più piccolo sforzo, addormentata nell’ozio, in una sottomissione da convento, quasi prigioniera del suo mestiere di ragazza di piacere… e in questo abbandono di se stessa conservava soltanto la cura della sua bellezza, occupata continuamente a guardarsi, a lavarsi, a profumarsi dappertutto, orgogliosa di potersi denudare in ogni momento e davanti a chiunque senza dover arrossire…

 Sulla scia di Manet anche gli altri Impressionisti dipingono le donne tra le folle dei Caffè - Concerto, dell’Opera, dei locali all’aperto e dei numerosi ritrovi parigini. Sono indifferentemente attrici, cantanti, ballerine, cameriere, lavandaie, prostitute, modiste… ma possiedono tutte un dato comune: appartengono alla realtà spicciola degli incontri e delle frequentazioni quaotidiane degli artisti che le ritraggono.

Così è per Degas, Renoir e soprattutto Henri de Toulouse – Lautrec.

Lautrec è il pittore della donna per eccellenza; erede diretto degli Impressionisti e instancabile esploratore della realtà, egli supera la lezione impressionista scavando dietro la maschera sociale, alla ricerca dell’interiorità delle sue donne.

Il periodo più fecondo della sua produzione inizia nella seconda metà degli anni Ottanta, dopo il suo definitivo trasferimento a Montmartre. I suoi soggetti sono le stesse ballerine e lavandaie di Degas che però Lautrec ritrae soppraffatte dalla fatica, esauste, che mostrano senza veli tutta la loro carica di umanità. L’artista esegue, in questa fase, numerosi schizzi e disegni che hanno il carattere di veri e propri studi sociali

Negli anni Novanta, attratto dal Mulin Rouge, il locale – simbolo delle notti di Montmartre, Lautrec dedica una serie di opere alle stelle del momento, La Goulue, e Jean Avril.

Nelle donne di Lautrec si leggono la condizione sociale e il carattere e si assiste al superamento dell’ immagine della donna come oggetto di desiderio e di piacere e alla rivelazione della sua sostanziale umanità.

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