Esportare la democrazia?

Postato da Marco Macciò il 26 settembre 2014 in saggi, critica, recensioni

 

C'è un dubbio  che in questo periodo mi  inquieta: stiamo scivolando verso una condizione di mala informazione, vicina a quella degli i anni Sessanta?  c'è bisogno ancora oggi di avviare un processo di contro-informazione? Tanti sono gli argomenti in questione, in primis mi pare quelli economici  europei. Ma anche la politica estera appare un terreno fertile per la  disinformazione e l'ipocrisia. 

E' difficile districarsi nei fatti,o stabilire quali sono le cause e quali le conseguenze. Ma insomma, venendo al dunque, mi pare si possa dire che siamo in un periodo storico definibile come di "esportazione della democrazia". Mi domando se questa politica, nelle sue varie aree di intervento, dall'Afganistan, all'Iraq, alla Libia, alla Siria ecc. sia un politica accettabile per l'opinione pubblica progressista o non debba invece essere respinta, come a suo tempo si denunciava, da destra, giustamente,  la  "esportazione della rivoluzione". L'idea di fondo è che se i mutamenti non nascono all'interno di una nazione, essi, qualora, imposti dall'esterno, si traducono in immani disastri. In poche parole vi sono paesi in cui, invece dell'arrivo della democrazia, arriva la guerra civile o, peggio ancora, la frammentazione dello Stato nelle mani di vari signori della guerra locale;  vige così la massima insicurezza, l'uomo è lupo per l'altro uomo e  a milioni si contano i profughi e a centinaia di migliaia i morti. Si è iniziato con l'Afganistan: l'informazione occidentale ha propagandato la guerra  come giustificata dalla necessità di liberare le donne afgane dal burqa e dalla discriminazione; certo la società afgana è arretrata; certo ci sono molte donne afgane che hanno studiato in Occidente o che ne vivono il fascino e che sono pronte ad accogliere gli occidentali come liberatori; ma dovrebbe farci riflettere che anche la propaganda fascista presentava l'invasione dell'Etiopia come liberazione di una parte della popolazione dalla schiavitù. Aveva allora ragione Mussolini?  In Italia c'era una dittatura, ma certo non c'era la schiavitù. I risultati sono inaccettabili per un pensiero progressista: la donna afgana non è liberata, tranne che in zone ristrette; nel resto del paese domina la guerra civile, con i fenomeni connessi di vendette personali e banditismo e con la minaccia imprevedibile delle bombe portate dai droni. Se dieci anni fa si poteva dunque sperare nella esportazione della democrazia, è ora il momento di mutare ideologia: la democrazia non può essere esportata, occorre affidarsi ai lenti processi locali, favorire dall'esterno il maturare di questi processi, accettare come inevitabili i periodi di arresto. Insomma rinunciare allo spirito onnipotente occidentale, riconoscere che non c'è in atto una guerra di civiltà, poiché l'invasione di nazioni indipendenti non diffonde una civiltà superiore, ma precipita le nazioni nel caos e insicurezza e al contrario promuove  un incremento della barbarie. Questo è il punto che vorrei prossimamente sviluppare.

Concludendo: è profondamente irrazionale sostenere una politica volta alla liberazione delle donne afgane con bombe ed eserciti, i fatti lo hanno dimostrato. Inoltre: perché allora non voler liberare tutte le donne del mondo? E' questo un terreno privilegiato per la disinformazione. In conclusione: noi non siamo onnipotenti, non possiamo difendere con i bombardamenti  i diritti umani di quelle  donne afgane che li rivendicano. Non siamo in grado di farlo. Dispiace ma è così.

Naturalmente la guerra non è di civiltà, ma per il controllo economico: basta che sia assicurata la costruzione e gestione dell'oleodotto afgano; il resto del paese può sprofondare  in una infinita guerra civile, va bene così, risultato raggiunto. Io qui mi sto occupando di altro, delle idee dell'opinione pubblica, delle nostre idee e della disinformazione pianificata.

Bibliografia: a mia conoscenza la risposta più convincente alle famose e brutali  invettive della Fallaci che, dopo l'11 settembre 2001, invitava alla guerra    a motivo del tentativo in atto, a suo dire,  della civiltà islamica di islamizzare l'Occidente (opinione che appare strabiliante)  (La rabbia e l'orgoglio, 2001),  si trova nella prima delle lettere di Tiziano Terzani  contenute nel suo libro Lettere contro la guerra, ed. TEA, ove,  con un argomentare analitico e una indagine ad ampio raggio, sostiene l'opportunità  per l'Occidente di condurre una autocritica e di puntare sulla pace.  E' condivisibile  anche l'articolo di Goffredo Buccini i in Corriere della sera dell'11 settembre 2014 (p.39), che, sebbene con un argomentare spezzettato e allusivo,  dovuto probabilmente a una forma di autocensura, tuttavia è esplicito nel sottolineare lo smarrimento del pensiero progressista e la necessità di rinunciare alla troppo facile politica guerrafondaia.

 

torna indietro di una pagina
cultura  |  guerra  |  politica  |  società  |  storia  |  aggiungi un commento

Logo e suggerimenti grafici: Emilie Barret - HTML : Nino Martino - Sviluppo del sistema di gestione dei contenuti (CMS): Roberto Puzzanghera | login