Un saggio critico di Dina Lentini

Pierre Loti e la metafisica dell'abisso

modernità di uno scrittore "esotico"

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“Avec une obstination puérile et désolée, depuis ma prime jeunesse, je me suis épuisé à vouloir fixer tout ce qui passe, et ce vain effort de chaque jour aura contribué à l'usure de ma vie. J'ai voulu arrêter le temps, reconstituer des aspects effacés, conserver de vieilles demeures, prolonger des arbres à bout de sève, éterniser jusqu' à d'humbeles choses qui n'auraient dû être qu' éphémeres...” Pierre Loti, Prime jeunesse, Un court Prelude

L'ultimo rifugio

ritratto di Pierre Loti ad opera di Henry Rousseau, detto il douanierRitratto di Pierre Loti ad opera di Henry Rousseau, "le douanier"...

Il viaggiatore che, seguendo la costa atlantica francese da nord verso Bordeaux, decidesse di fermarsi nella Charente Marittima, si troverebbe ancora oggi immerso in un paesaggio estremo, antico, pieno di charme e di suggestione. Arrivando a Rochefort potrebbe spostarsi sull'île d'Oleron e, a parte il viadotto che ormai la collega alla terraferma, trovarla sostanzialmente la stessa di un tempo, alla fine dell'Ottocento, quando Pierre Loti la percorreva a piedi per raggiungere la dimora degli antenati. L'atmosfera è rimasta quella di un paese tra terra e mare, un luogo dove bisogna andare apposta, lontano e protetto. Certo gli abitanti non vivono più solo dei prodotti delle vigne e dell'ostricoltura, ma le strade hanno le stesse case bianche e basse della tradizione, le distese salmastre di stagni rimandano l'aroma aspro della palude mescolato al profumo dei fiori selvatici e degli arbusti odorosi delle dune e delle spiagge di sabbia fine. Lui, il grande nostalgico che ha voluto essere seppellito proprio in quell'isola e in quella casa di Saint Pierre, che era stata venduta e che lui era riuscito a ricomprare, non sarebbe comunque soddisfatto. Quello che ai nostri occhi sembra un miracolo di conservazione e di rispetto del paesaggio e della tradizione abitativa del luogo apparirebbe a Loti come l'ennesima omologazione turistica e culturale di un territorio che avrebbe voluto bloccare com'era, per sempre.

Una vocazione, un destino

Scrittore dell' ”altrove”, più che semplice scrittore di viaggi, Pierre Loti è rimasto legato tutta la vita ad un'intuizione precoce, avuta, come racconta lui stesso, in età infantile.(1)

Ricostruendo i primi segni della sua nascita come essere pensante, capace di tristezza e di sogno, l'autore crede di capire che la sua maturazione sia avvenuta non progressivamente per accumulo di conoscenze, quanto, piuttosto, per illuminazioni improvvise. In uno di questi “scarti” che permettono l'abbandono dell'incoscienza e della semplice vita animalesca, Loti individua l'elemento che avrebbe poi caratterizzato il suo universo mentale. Si tratta della tensione a porsi oltre, verso l'ignoto, l'infinito. La tendenza presente nel bambino in forma ancora confusa si svilupperà poi nel giovane adulto come ansia, destinata a diventare parossistica, di vedere e conoscere ogni spazio, ogni estensione dell'aria, del mare, delle terre:

“j'apercevais furtivement toutes sortes d'infinis, dont je possédais déjà sans doute, dans ma tête, antérieurement à ma propre existence, les conceptions latentes...” (2)

La problematica di Loti si sviluppa su questi due poli, apparentemente in contraddizione: da un lato, l'isola o un suo equivalente simbolico, dall'altra la dimensione dell' infinito.

La soggettività di Julien Viaud/ Pierre Loti, si forma nel mondo chiuso e caldo degli affetti familiari, nel cerchio protettivo di un ambiente dominato da figure femminili. Si tratta di un mondo che unisce alla severa religione del dovere della tradizione ugonotta la passione per l'educazione e la cultura. Qui il giovanissimo Julien può esplorare i tanti volti di una natura selvaggia, vitale e possente, dedicarsi allo studio del disegno e del pianoforte che lo accompagneranno per sempre. Qui, attraverso i racconti delle nonne, delle zie, delle prozie, l'area di Rochefort e gli spazi immensi della Saintoge fino all'isola gettata sull'Atlantico assumono il carattere del luogo caro dove vive sedimentata la memoria delle generazioni precedenti. La proiezione verso il futuro e verso l'estraneo è fornita dalle esperienze di viaggio e di studio della sorella maggiore, ma soprattutto dalle lettere e dai reperti di viaggio che arrivano dal fratello, l'ufficiale medico che morirà in mare, giovanissimo, segnando in qualche modo il destino letterario e umano di Loti. La rottura di questo mondo incantato avviene presto, nell'adolescenza, quando il lutto e la miseria si abbattono sulla famiglia e il diciassettenne Julien, non più ostacolato nella sua volontà di entrare alla Scuola Navale, si imbarcherà sul Borda, primo passo sulle tracce del fratello e base della futura lunghissima carriera di ufficiale di marina.

(1)Le Roman d'un enfant

(2) Le Roman d'un enfant

Miti personali

Le esperienze del lutto e della separazione rafforzano, nella sensibilità del giovane Julien, la riflessione sull'ineluttabilità della solitudine e dello spaesamento. Si tratta, come si è detto sopra, di paure profonde già presenti nella dimensione infantile che elementi esterni hanno confermato ed esasperato. I miti personali di Loti, la casa e il viaggio, in continua irrisolta contrapposizione, si formano ben prima che la realtà e la vita reclamino i loro diritti sulla famiglia Viaud. Già l'esperienza del bambino aveva indicato al futuro Loti gli aspetti ambivalenti e tenebrosi del “foyer”, del focolare tanto amato. Lì, nel cuore della casa, l'adorata immagine materna potrebbe svanire, la presenza silenziosa delle vecchie zie, così rassicurante, potrebbe scivolare verso l'immobilità, gli oggetti cari raccolti e custoditi potrebbero consumarsi e sbriciolarsi col tempo e, anche se dovessero conservarsi, non direbbero più nulla agli altri. Del resto, basta così poco a riannodare i fili del ricordo, a far rivivere le generazioni precedenti, ma anche a renderle del tutto estranee, fantasmi che hanno vissuto la stessa vita nello stesso posto, godendo dello stesso paesaggio e della stessa luce, ma che non comunicano più nulla se non una distanza infinita. Il segreto di una vita, di un tempo, di una casa, di un sogno resta insondabile.

E' quindi già nel foyer che nasce Pierre Loti. Assegnandosi questo nome Viaud non si limita a scegliere un nome d'arte, non esegue semplicemente una delle sue tante trasformazioni, benché la più importante. Definisce se stesso in quell'identità che sin da bambino aveva intuito di possedere ed è questa che lo porterà lontano, ad esplorare l'inesplorabile, vero pellegrino del mondo. (3)

Nei panni di Loti, Viaud avrà accesso ad un'apertura totale verso l'infinito, un infinito non lineare, affascinante e pericoloso, che assume i caratteri della vertigine e dell'abisso. Sempre come Loti, Viaud scoprirà gli aspetti altrettanto inquietanti del luogo protetto al quale tanto si desidera tornare e dal quale un'angoscia mascherata da noia o da nostalgia ci spinge a ripartire, in un'eterna sfibrante oscillazione.

(3)Alain Quella- Villéger, Le pèlerin de la planète, Aubéron 2005

Successo e oblio

In tutta l'attività di Loti, nella dimensione letteraria e artistica, ma anche nel culto del collezionismo e del travestimento, nella costruzione del personaggio mondano ed eccentrico, il filo conduttore, da lui stesso dichiarato, è sicuramente il tentativo di sottrarsi alla visione del nulla, al fantasma della solitudine, della mancanza di significato e della morte. Si è visto come elementi esogeni abbiano agito su un'angoscia profonda, primitiva, capace di segnare un'intera vita. Ma si tratta anche di un malessere che, in Loti, apparentemente estraneo a riflessioni filosofiche, ha motivazioni intellettuali e caratteristiche complesse.

Solo recentemente la critica ha lavorato in questa direzione. Per molto tempo hanno gravato negativamente sullo scrittore sia l'immagine artificiosa ed equivoca da lui stesso creata, sia una comprensione parziale della sua opera, inquadrata nella letteratura “esotica”. Paradossalmente, proprio la Francia che lo aveva esaltato in vita, incoronandolo accademico di Francia e portandolo, appena quarantenne, al successo e alla ricchezza, lo ha poi dimenticato. Nel confronto con altri, Anatole France e soprattutto Marcel Proust, è stato accusato di superficialità e istintività e relegato tra gli autori minori. I critici gli hanno rimproverato l'invenzione di storie dalla trama romanzesca inconsistente, la scarsa immaginazione, la creazione di personaggi inverosimili, privi di individualità e interscambiabili. Loti ha avuto, nondimeno, un successo popolare forte e ha riscosso la simpatia della stessa élite intellettuale francese, che forse ha colto nel livello apparentemente ingenuo della sua scrittura il rinvio a significati più profondi.

Basti pensare a Proust, che leggeva, faceva leggere, amava Loti. (4)

D'altra parte, il rapporto con la patria si rivelò sempre difficile e oscillante non solo sul piano artistico. Loti ha svolto impegni militari e diplomatici in un arco di tempo piuttosto vasto, dalla guerra franco-prussiana del 1870 fino alla Grande Guerra e ha avuto modo di sperimentare direttamente il ruolo esercitato dalle nazioni europee e particolarmente dai francesi in Medio Oriente e in Cina nella fase più aggressiva del colonialismo di fine Ottocento e del primo Novecento. Schierato da sempre a favore della Turchia, suo paese prediletto, Loti destabilizzava la visione storica corrente ponendosi in difesa dei popoli extraeuropei oppressi dalle potenze occidentali. Per lui l'altrove non fu mai uno spazio di conquista, ma di conoscenza e di scambio, di immersione nella lingua, nella tradizione, nell'identità di un popolo e di una storia diversi. La denuncia dei massacri compiuti dai francesi nell'area vietnamita è del 1883, segue la polemica contro la politica occidentale in Cina durante la rivolta dei Boxers. Attaccato come negazionista dell'olocausto armeno, Loti cadrà in disgrazia. L'ultima impresa la compirà durante la Grande Guerra, allorché, ormai più che sessantenne e forzatamente mandato in pensione, riuscirà a farsi riassumere in servizio espletando non solo il ruolo di reporter di guerra, ma proprio quello di staffetta capace di veicolare informazioni sui vari fronti bellici a favore del suo paese.

(4) M. Pierre Costil, Loti et Proust, XI Congrés de l'Association internationale des etudes francaises. Cahiers,1960, Vol 12, N 1

Ricerca esistenziale e dissoluzione della personalità

La relazione complicata con la Francia non è altro che un aspetto, in Loti, del rapporto difficile tra l'io e l' '”altrove” e tra l'io e l'altro. La sua ansia, favorita dalle necessità del servizio in marina, lo trascina da un polo all'altro del mondo. Ha visto tutto, dalle Americhe all'Africa, dalla Bretagna all'Asia, dai Paesi Baschi alle isole oceaniche, dal Mediterraneo al Giappone. L'altrove finisce per coincidere con l'Oriente, con il sole del deserto, con la luce ancora presente tra le rovine di civiltà morte, con la massa animalesca del mare chiuso sui suoi abissi. E nella corsa verso immense distese prive di confine l'io si frantuma, si disperde, si ricompone, si illude, cerca conforto. E, puntualmente, torna indietro. In Suleïma (1882) Loti racconta l'amore per una donna, conosciuta in Algeria poco più che bambina, lasciata, rincontrata dieci anni dopo. La storia si sviluppa su due livelli temporali, ma anche sui due spazi contrapposti nello schema caro a Loti: da un lato l'Africa, dall'altro la casa paterna dove egli ha portato una piccola tartaruga raccolta laggiù chiamata Suleïma, come la ragazza. Alle pagine di questo romanzo Loti affida la sua riflessione sul suo destino di errante condannato senza posa a tornare per essere poi deluso e a ripartire per riprovare quell'esaltazione che rivelerà altre delusioni. Alla fine, dice Loti, i ricordi dei paesi visti, i volti amati, i paesaggi superbi, tutto diventa vago e si confonde. Difficile che un incontro d'amore avvenga sullo stesso piano, difficile che due esseri arrivino davvero a donarsi qualcosa che non sia solo un momento di consolazione o un senso di pietà, a intuire l'animo dell'altro. E la stessa ebbrezza data dal paesaggio tende ad offuscarsi nella memoria, lasciando il passo all'altro inquietante volto del sole, quello di demone meridiano. Eppure, è impossibile anche restare. Nella casa le ombre avvolgono stanze morte, gli oggetti collezionati hanno perso il senso di quel momento in cui sono stati raccolti e non dicono più niente, la notte porta l'incubo della propria vecchiaia in solitudine e il rimpianto di aver respinto una vita semplice nel proprio angolo di mondo per disperdersi in tante vite in tanti luoghi restando estraneo a se stesso e agli altri. Il banco verde, in fondo alla corte della casa, all'ombra degli arbusti e dei fiori, è sempre là. E' il banco dove, ragazzo, si sedeva a studiare, a pensare al fratello. E' quel banco verde che Loti fa coincidere con il proprio io. Lì nulla è cambiato, gli stessi fiori, gli stessi insetti, lo stesso gioco di luci fra le piante. E' il luogo buono, che per rimanere tale deve risultare fermo e immobile. L'ansia che scaturisce da questa fissità può diventare insopportabile.

In un romanzo precedente, uno dei più celebri, Aziyadè (1879), Loti aveva rappresentato un' altra figura di donna in un altro spazio, quello turco nel quale forse egli si è maggiormente identificato. Se Suleïma è una povera cavalletta del deserto, Aziyadè è una raffinata cortigiana orientale che sintetizza l'idea voluttuosa, sensuale dell'amore come trasgressione, abbandono e dramma. Roland Barthes ha ben colto le ambivalenze della figura di Aziyadè, nome e simbolo del proibito, sublimazione di piaceri interdetti e dell 'esperienza della deriva e della depravazione. In questo caso l'io si scinde: da un lato, il giovane ufficiale che si lascia andare, a Istambul, all'avventura pericolosa con i ragazzi asiatici; dall'altro, il figlio dell'Occidente educato nella severa religione protestante che deve riprendere la strada di casa dove può in parte recuperare l'innocenza perduta. In questa storia di un soggetto che cerca e nega se stesso, la trama diventa inconsistente e persino non credibile. Una donna giovanissima (forse un ragazzo) reclusa nell'harem e un ufficiale di marina di stanza a Istambul vivono un'intensa relazione d'amore. Devono lasciarsi. La donna muore di dolore. Ed è una donna il cui volto e il cui carattere sfumano nell'indefinito, senza una vera identità. L'unico elemento forte e poetico nel romanzo è l'immagine della barca che scivola sulle acque nella notte orientale portando l'abbraccio dei due innamorati: l'immagine della deriva. Giustamente Barthes sottolineava, già nel '72, il carattere schizoide dell'esperienza di Loti mostrando, proprio per questo romanzo, Aziyadè, il gioco relativo al nome dell'eroe, che è Loti nell'invenzione letteraria, che è anche il nome dell'autore dell'opera, o meglio il nome scelto dall' autore, che è Viaud: Loti è dentro o fuori il romanzo? dov'è lo scrittore? (5)

(5) R.Barthes, Nouveaux essayis critiques, Paris, Seuil 1972)

l'annullamento del tempo e dello spazio- società bloccate- la metafisica dell'abisso

Dedicando uno o più romanzi ad ogni paese visitato, Loti ha descritto il viaggio nella diversità e nella speranza di un approdo. Di fatto tale viaggio assume l'andamento della coazione a ripetere e il movimento fuga/ritorno non si risolve. Il soggetto resta intrappolato all'interno di se stesso, l'altro resta un enigma. Madame Chrysanthème (1887) racconta un'esperienza di estraneità quasi assoluta, l'impossibilità, nonostante lo sforzo, di penetrare i codici di comportamento e di comunicazione. In questo romanzo la donna sposata per contratto temporaneo, lo stile di vita, il paesaggio giapponese assumono una diversità aliena, incomprensibile. Benché abbia tentato un' immersione profonda nelle realtà extraeuropee, Loti arretra di fronte agli aspetti arcaici e primitivi di società che attraggono per il loro fascino e che poi appaiono bloccate e morte.

D'altra parte, nel movimento di ritorno, anche il mondo occidentale e l'universo conosciuto rivelano la stessa trappola. Ciò che, in quanto semplice e primitivo, avrebbe dovuto garantire un approdo sicuro, si trasforma in un abisso selvaggio e paralizzante. In Mon frère Yves (1889) il mondo chiuso e fermo nella desolazione antica è la Bretagna. La casa che il marinaio Yves ha tanto desiderato rivedere è una povera casa di paglia nel nulla di una landa triste, all'interno di una comunità dispersa nella campagna che conduce la stessa vita dura e senza orizzonti degli antenati, chiusa nella propria lingua arcaica. E' un mondo medioevale, dove il destino è segnato e accettato. Ma lo spazio più cupo è la natura selvaggia che si nasconde nel cuore di Yves. E' il vizio del bere, che affligge i marinai, ma è soprattutto il fondo nero che si nasconde in ogni uomo.

La Bretagna domina, nella sua dimensione arcaica e inquietante, Pêcheur d'Islande (1886), forse il libro di più grande successo di Loti. L'occhio di Gaud Mével, la giovane protagonista, segue dalla finestra la terra dura e terribile proiettata sul mare, cogliendo come un pittore impressionista tutte le sfumature del mondo celtico e della sua atmosfera. E' uno sguardo presago del destino che si ripete nel tempo, uno sguardo abituato a scrutare l'orizzonte, la distesa di mare implacabile che le strapperà Yann, lo sposo di una settimana.

La morte in mare, tanto descritta da Loti, da un lato è una riproposizione continua della morte del fratello. Si moriva e si continua a morire travolti dalla tempesta, ma anche dalla malattia. Chi moriva a bordo veniva seppellito in mare seguendo la cerimonia terribile dell'immersione. Loti tornerà vent'anni dopo sul luogo esatto, nei mari del sud, sulla tomba liquida del fratello. Ma per un altro verso il mare diventa simbolo di una forza brutale incomprensibile, estranea agli uomini che credono che le infinite distese siano state create per loro. Il mare è la vertigine della materia che si richiude su se stessa, vero abisso della bruta vita animalesca silenziosa e cieca. E' un abisso metafisico, analogo a quello delle tante isole disseminate all'interno anche delle terre più civilizzate, un abisso segnato dalla ripetizione sempre uguale. Dovunque, il clima riprende il suo ciclo identico, le generazioni si succedono, la luce è eternamente implacabile, la bruma continua ad avvolgere le cose, gli elementi primordiali riaffiorano con la loro brutalità fine a se stessa.

Il tempo e lo spazio sono quindi bloccati e il tentativo di eternizzare un buon momento è destinato allo scacco perché quel momento è già fragile e inconsistente, particella di un processo più ampio di movimento e di immobilità che lo sovrasta.

Le società sono bloccate per motivi soggettivi e antropologici, perché impenetrabili ad ogni estraneo che non può comunicare e trasformare nulla e perché il primitivo è annidato nella natura umana, nonostante ogni sforzo di evoluzione.

Le società sono bloccate per motivi di carattere metafisico, perché la tensione verso l'infinito comporta un continuo salto all'indietro verso la struttura rigida dell'essere.

La tendenza di Loti al travestimento, le sue fughe, la multiformità artistica, persino l'ambiguità sessuale risultano essere strumenti di indagine, tecniche di esplorazione infinita per allontanare lo sguardo da quella rigidità definitiva che è la morte, per aggrapparsi al piacere di vivere.

Pochi, nell'ambito della letteratura di viaggi, hanno descritto con tanta ricchezza e passione la natura dell'avventura sul mare. Ancora oggi la sua narrazione affascina perché semplice e autentica. E perché si presta a letture diverse. Le tematiche dell'altrove e della frantumazione dell'io, la scrittura fortemente simbolica, la personalità complessa e il tipo di battaglie affrontate ne fanno un autore sicuramente moderno.

Anche la sfiducia nella logica, nella filosofia e nella religione rientrano in un quadro di cultura contemporanea, di crisi dei fondamenti, di passione laica.

Forse, come dice in Mon frère Yves , Loti, avrebbe voluto poter definire la propria vita e chiuderla nel modo voluto, come si fa con le storie che si inventano nei libri..

Con tutto ciò, Viaud/Loti continuò fino all'ultimo la sua ricerca verso l'estremo, riuscì a fissare per sempre nella sala turca della sua casa-museo il volto di Aziyadé e, ultima impresa, a conquistare il suo spazio appartato nel giardino degli antenati, nell' île d' Oléron, in faccia all'oceano, tra i muri delle case bianche dove crescono le violacciocche rosse.

riferimenti bibliografici dell'articolo

Bibliografia Pierre Loti

Pierre Loti, Oeuvres , Editions La Bibliothèque Digital

Pierre Loti, Oeuvres complets, Calman Levy, undici volumi


Saggi critici su Pierre Loti

Viene qui data un'indicazione di massima relativa alle opere e alla letteratura critica su Pierre Loti. A partire dagli anni '70-'80, con la ripresa dell'interesse verso questo autore, i saggi critici si sono moltiplicati, sono nate molte iniziative culturali (premi, mostre, performance), l'edizione originale delle opere di Calman Levy è stata rieditata e completata. Il lavoro più interessante e articolato è stato quello dello scrittore Quella-Villeger che ha curato, fra l'altro, l'edizione delle varie annate del Journal intime e può considerarsi oggi il massimo esperto di Loti. Loti è ormai largamente tradotto anche in italiano.

Alain Buisine, Pierre loti: l'ecrivain et son double, Tallandier 1998

Yves La Prairie, le vrai visage de Pierre Loti, L'Encre de Marine 1995

Alain Quella-Villéger, Le pèlerin de la planète, Aubéron 2005

Alain Quella-Villéger, Pierre Loti, l' incompris, Presse de la Renaissance 1986

Alain Quella-Villéger, Istanbul. Le regard de Pierre Loti (une soixantaine de photographies de , Pierre Loti, Renaissance du Livre, 1997)

Alain Quella-Villéger, Chez Pierre Loti: una maison d'ecrivain-voyageur, Aubéron 2008

Alain Quella-Villéger, et Bruno Vercier, Pierre Loti dessinateur, ed Bleu autour 2009

Alain Quella-Villéger, Pierre Loti photographe, 2012

M. Pierre Costil, Loti et Proust, XI Congrés de l'Association internationale des etudes francaises. (Cahiers,1960, Vol 12, N 1)

R.Barthes, Nouveaux essayis critiques, Paris, Seuil 1972


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