Il sole ha una sorella assassina? Giunta all’estremità del mondo, Nemesis si trasformò in oca selvatica, ma Zeus, mutatosi in cigno, riuscì a prenderla

l mito di Nemesi
Nemesi portava un ramo di melo in una mano e una ruota nell’altra, e in capo una corona adorna di cervi; uno scudiscio pendeva dalla sua cintura.
Era figlia di Oceano e di Notte e la sua bellezza era paragonabile a quella di Afrodite. Nemesi, era una dea-Ninfa, ed era onorata a Ramnunte in Attica, dove, secondo Pausania, il comandante in capo dei Persiani, che si preparava a innalzare un trofeo marmoreo per celebrare la sua conquista dell’Attica, fu costretto a ritirarsi quando gli giunse notizia della sconfitta navale di Salamina; il marmo fu allora usato per farne una statua della dea-ninfa locale. Si suppone che da quel giorno in poi tale dea-ninfa divenne la personificazione della “Vendetta divina”.
Taluni dicono che Zeus un giorno si innamorò di Nemesi, la madre la nascose. Zeus minacciò la madre di gettarla nel Tartaro, e allora la Notte, riluttante, dovette abbandonare Nemesi. Ma Nemesi, per sottrarsi alla cupidigia di Zeus, fuggì assumendo forme di animali. Zeus, però, continuò a perseguitarla, anch’egli in forma di animali. Giunta all’estremità del mondo, Nemesi si trasformò in oca selvatica, ma Zeus, mutandosi in cigno, riuscì a violarla e dall’uovo che Nemesi depose nacque Elena, causa della guerra di Troia. Questa versione era confermata da Apollodoro nella sua Biblioteca.
Nemesi nei miti si trasforma nella dea della Giustizia e della Vendetta che perseguitava i malvagi e quelli che non sapevano fare buon uso dei doni loro elargiti dalla sorte. Essa non dava tregua a chi avesse, in qualunque modo, turbato l’ordine naturale e sociale.
Nemesi aveva l’appellativo di Adrastea (ineluttabile o colei alla quale non si sfugge). Siccome personificava l’indignazione degli dei, la si immaginava vegliante su quanto fosse di irreligioso nelle parole e negli atti degli uomini. Perciò, quando qualcuno stava per dire qualcosa di poco ortodosso, premetteva a scanso di guai “adoro Adrastea”, come ad esempio Platone (Dello Stato, V): “Adoro Adrastea per ciò che sto per dire, e cioè che io reputo minor peccato il farsi involontariamente omicida, che trarre altri in inganno intorno alle buone e giuste e oneste cose”.
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Nel linguaggio moderno il termine Nemesi assume il valore oppositivo non solo di nemico ma di antagonista per eccellenza, il cattivo contro cui si deve confrontare l’eroe, il castigo che l’eroe deve subire e anzi affrontare e sconfiggere per poi riaffermare la propria sicurezza e il proprio eroismo.
Nel corso degli anni Ottanta si iniziò ad ipotizzare l’esistenza di una stella compagna del Sole e che le ruota attorno chiamata Nemesis.
Proviamo a ricostruire questa ricerca.
Uno.
65 milioni di anni fa
Analizzando gli strati dei depositi marini visibili nella gola del Bottaccione, nei pressi di Gubbio, il geologo Walter Alvarez e alcuni colleghi si resero conto dell’esistenza di un anomalo straterello scuro, spesso pochi centimetri in corrispondenza del passaggio dal periodo Cretaceo a quello Terziario, databile circa 65 milioni di anni fa. Proprio in quel breve lasso di tempo, la razza dei dinosauri, dominatori incontrastati del nostro pianeta per oltre 150 milioni di anni, si estinse in modo drastico e inspiegabile. La vera scoperta rivoluzionaria fu però la presenza di una più che anomala abbondanza dell’elemento chimico chiamato iridio. Esso è estremamente raro sulla crosta terrestre e ne rappresenta soltanto la decimiliardesima parte. A causa della sua elevata densità (più di venti volte quella dell’acqua) l’iridio è sprofondato verso il centro della Terra, insieme agli altri elementi pesanti quali il ferro e il nichel, durante le fasi primordiali del nostro pianeta, quand’esso era ancora allo stato fuso. Ebbene nello strato di Gubbio tale elemento era presente con un’abbondanza quasi 200 volte superiore a quella riscontrabile in qualsiasi altro luogo. L’unica soluzione plausibile era che qualche corpo alieno, di caratteristiche simili ai pianeti terrestri nelle loro fasi originarie, avesse depositato lo strato incriminato. Questi corpi sono in effetti ancora presenti nel Sistema Solare, rappresentandone i mattoni primordiali: i cosiddetti asteroidi, per le zone più interne, e le comete, per le zone più esterne. Ricerche effettuate in varie parti del mondo dimostrarono che terreni, così ricchi di iridio, erano riscontranbile un po’ ovunque, dalla Danimarca al Colorado, dal Nuovo Messico alla Nuova Zelanda. Era come se la Terra fosse stata letteralmente ricoperta di una sottile patina, circa 65 milioni di anni fa. Patina corrispondente alla caduta di un oggetto celeste. In sintesi secondo il fisico statunitense e premio nobel Luis Alvarez, padre di Walter, a condurre all’estinzione dei dinosauri e del 70 per cento circa di tutte le specie del pianeta è stato l’impatto di un asteroide del diametro di 10 chilometri che si sarebbe schiantato, alla velocità di 72 mila chilometri l’ora, 65 milioni di anni fa su Chicxulub, nella penisola messicana dello Yucatàn, aprendo un cratere del diametro di 175 chilometri.
Cratere d’impatto nello Yucatan
L’asteroide è stato chiamato, proprio in onore del premio nobel, 3581 Alvarez. L’entusiasmo suscitato dalla scoperta degli Alvarez fece individuare altri strati d’argilla risalenti allo stesso periodo e delinearono una realtà sbalorditiva: circa 65 milioni di anni fa, non uno, ma almeno cinque colossali asteroidi si dovevano essere schiantati sul nostro pianeta nell’arco di qualche millennio. Da quel momento in poi tantissimi geologi sono alla ricerca di crateri d’impatto sul nostro pianeta e le loro scoperte si susseguono negli anni.
È un dato di fatto che gli asteroidi o i nuclei di comete sono caduti effettivamente in passato sulla Terra ed è logico quindi attendersi che vi possano cadere in futuro. Il nostro pianeta reca ancora oggi i segni di giganteschi impatti avvenuti in un lontano passato, tra questi il Meteor Crater in Arizona e il Red Crater nell’Africa sudoccidentale.
foto del cratere d’impatto di una meteora in Arizona
Red Crater
Più recente è invece l’impatto avvenuto in Russia il 30 giugno 1908, dove un grande meteorite (alcuni ritengono che si trattasse di un piccolo nucleo cometario) si è abbattuto nella zona del fiume Podkamennaia Tunguska, in Siberia, da noi ricordato nell’articolo sul mito di Fetonte. Gli impatti sopra descritti indicano che le conseguenze di un simile evento non sono di poco conto. Molti si chiedono: quali effetti potrebbe produrre sugli esseri viventi la caduta di un corpo (meteorite o cometa) di circa 10 chilometri di diametro?
Ma proseguiamo con la nostra analisi. Nel 1982, Richard Grieve, geologo canadese, pubblicava una lista di tutti i crateri da impatto presenti sulla Terra a partire da 600 milioni di anni fa. Questi risultati aprivano la porta a un nuovo tipo di analisi, in grado di fornire un ulteriore supporto alle ipotesi sulle estinzioni biologiche.
wolfe Australia
Nel 1984 David M. Raup e Jack J. Sepkoski, paleobiologi all’Università di Chicago, dopo aver analizzato le estinzioni dei fossili marini degli ultimi 230 milioni d’anni, conclusero che esse mostravano una sorprendente ripetitività, con un periodo di circa 26 milioni d’anni. In tutto furono individuate 12 estinzioni, delle quali 8 erano particolarmente ben identificabili, coinvolgendo in alcuni casi la scomparsa di oltre il 50% delle famiglie animali. Nello stesso anno, Michael Rampino e Robert Stothers della NASA (l’ente spaziale americano) rileggendo attentamente gli stessi dati precedenti e analizzandoli con metodi statistici molto sofisticati, confermarono la ciclicità delle estinzioni, identificando però un periodo più lungo, pari a circa 31 milioni di anni.
Collegare estinzioni e crateri era questione di poco, e lo scenario finale si presentava più o meno nel seguente modo: per una certa causa — ancora da scoprire, ma sicuramente non terrestre — ogni 26-28 milioni d’anni (o 31-32 secondo l’ipotesi alternativa) il nostro pianeta viene investito da uno sciame cometario molto intenso, in grado di lasciare un segno più che tangibile non solo sulla crosta terrestre, ma anche sulle specie viventi. Si parla di comete e non di asteroidi, in quanto solo le prime, facendo parte di un’enorme nube pressoché omogenea, possono essere associate a eventi di tipo ripetitivo, mentre i secondi possono solo dare il loro indiscusso contributo di tanto in tanto, senza una regolarità ben precisabile. Ma che cosa poteva strappare con regolarità grappoli di comete dalla lontanissima nube che circonda il nostro sistema planetario ed immetterle in traiettorie capaci di incontrare i pianeti più interni?
Quattro teorie si sono imposte tra le tante: l’esistenza di una piccola stella compagna del Sole; il pianeta X; l’interazione della nostra stella, e del suo corteo di pianeti, con la materia presente nella Galassia; un pianeta errante.
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Prima di addentrarci nell’esame delle diverse ipotesi è importante sottolineare come la formulazione di queste teorie abbia ridato vita a un movimento scientifico e filosofico che sembrava essersi concluso nel secolo scorso: il catastrofismo. Agli albori dell’Ottocento, con lo studio dei primi fossili e la nascita della paleontologia, un acceso dibattito agitò il mondo scientifico dividendolo in due: da una parte i “catastrofisti”, che vedevano l’evoluzione della Terra forgiata da collisioni con corpi celesti e altre immani catastrofi, dall’altra gli “Uniformisti”, che la attribuivano invece agli stessi lenti e costanti cambiamenti che si verificano tutti i giorni sotto i nostri occhi. Lo scontro, che in alcune fasi fu caratterizzato da feroci polemiche, si risolse con la schiacciante vittoria degli “uniformisti”. Ben presto i “catastrofisti” furono completamente emarginati dal mondo accademico con una protervia che, in non pochi casi, raggiunse toni da crociata rallentando lo studio della storia del nostro pianeta, e se fino al secolo scorso la “scienza ufficiale” negava addirittura l’esistenza delle meteoriti, il dogmatismo contro ogni lettura catastrofica riguardante eventi passati si è mantenuto inalterato.
Due
Nemesis, la compagna nascosta
La nube di Oort
Prima di approfondire l’argomento Nemesis è il caso di parlare della Nube di Oort; essa è situata ai margini estremi del nostro sistema solare e non è stata mai osservata direttamente, in quanto troppo lontana ed oscura perfino per i telescopi più sofisticati.
immagine pittorica della nube di Oort
La prima ipotesi riguardo alla sua esistenza risale al 1932, quando Ernst Opik formulò la teoria secondo la quale le comete di lungo periodo potessero nascere da una nube di corpi celesti, posizionata ai confini del nostro sistema solare. Circa due decenni dopo, fu l’astronomo olandese Jan Oort a riprendere l’idea, partendo dalla constatazione che le orbite delle comete fossero molto instabili, destinate a collidere con il Sole o con altri pianeti, oppure ad essere espulse dal nostro sistema stellare. Determinò, infine, che la nube fosse una sorta di deposito di forma sferica. Ogni tanto, una casuale interazione dei campi gravitazionali avrebbe determinato una modifica nell’orbita originaria di uno di loro, provocandone la “caduta” verso il nostro Sole, creando una cometa.
raffigurazione dell’ipotesi nube di Oort
Gli studiosi hanno posizioni diverse sull’effettiva estensione della nube di Oort, per cui ci si affida per lo più a stime approssimative e basate su eventuali calcoli matematici. Alcuni ritengono che essa si trovi tra le 2000 e le 5000 Unità Astronomiche dal Sole (L’unità astronomica (UA) è una misura di distanza in astronomia, definita esattamente come 149.597.870,7 chilometri, che corrisponde approssimativamente alla distanza media tra la Terra e il Sole, ed è usata per misurare distanze all’interno del nostro sistema Solare. Serve a semplificare le misurazioni di distanze enormi e viene abbreviata in UA (italiano) o AU (inglese), fino ad arrivare alle 50000 Unità di distanza; altri, invece, pensano che possa estendersi dalle 100.000 UA fino alle 200.000, ad una distanza siderale veramente notevole dalla nostra stella. Gli scienziati calcolano che, nonostante l’elevatissimo numero di comete presenti nella nube di Oort, ognuna di essa è separata dall’altra da decine di milioni di chilometri. La nube costituirebbe una parte residuale dell’antichissima nebulosa da cui si formarono il Sole ed i pianeti del nostro sistema stellare, circa 5 miliardi di anni fa.
Come abbiamo precedentemente detto, l’esistenza della nube di Oort è solo ipotetica, per l’impossibilità di essere osservata ad una distanza così vertiginosa. L’importanza teorica della nube di Oort è determinata dal fatto che da essa si discostano alcuni corpi, aventi orbite molto instabili, o per vicendevoli collisioni, che cambiano traiettoria, dirigendosi verso il Sole dal quale sono riscaldati, assumendo l’aspetto di quelle che noi chiamiamo “comete” . La sfida maggiore per l’astronomia moderna è il fatto che la nube di Oort è invisibile. Da quelle distanze insondabili il Sole appare come qualsiasi altra stella, ed è notte perenne. Non c’è luce solare che le comete possano riflettere verso i nostri telescopi, la loro è un’esistenza di buio e di attesa. Per questo la nube di Oort rimane un’ipotesi, estremamente plausibile e la migliore a nostra disposizione, ma pur sempre un’ipotesi.
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L’arrivo nel sistema solare di una cometa isolata proveniente dalla nube di Oort, però, non poteva certamente giustificare la ciclicità delle estinzioni sul nostro pianeta. Fu Richard Muller per primo a formulare l’ipotesi che il Sole avesse una stella compagna misteriosa battezzata Nemesi come la dea greca. Da quel momento “Nemesis” è il termine impiegato nell’ambito astronomico per indicare un’ipotetica stella compagna del nostro Sole, ed è stata suggerita indipendentemente da due gruppi di specialisti nel 1984.
Alla ricerca di Nemesis
L’ipotesi Nemesis ha esercitato immediatamente un grande fascino, ispirando da un lato l’omonimo romanzo di Isaac Asimov, ma dall’altro anche teorie del complotto (Quando si parla di “Nemesis” si fa riferimento a una potenziale minaccia cosmica, che teorie cospirazionistiche utilizzano per spiegare cataclismi e ipotizzare una cospirazione scientifica o governativa per nasconderne l’esistenza).
La caccia a Nemesis si è scatenata immediatamente.
Il romanzo Nemesis di Isaac Asomov
Come dicevo Il nome di Nemesis per l’ipotesi della stella compagna del Sole fu avanzata – sulla base dei calcoli dell’astrofisico teorico Jack G. Hills, e Richard S. Muller, quest’ultimo professore di fisica a Berkeley. Dopo aver letto gli studi (1984) di David M. Raup e J. John Sepkoski, il team di indagine condotto da Richard Muller, collegò tale estinzione di massa alla ipotetica stella Nemesis, la quale – lontanissima da noi, a decine di migliaia di unità astronomiche – disturberebbe il serbatoio di comete della Nube di Oort, accelerandone e decelerandone migliaia se non milioni di esse. Alcune di tali comete, potrebbero così spingersi verso il centro del Sistema Solare, e colpire la Terra, alterando le condizioni di vita e determinando estinzioni di massa su scala globale.
Nemesis sarebbe appunto la fantomatica stella — forse mai realmente «nata» data la sua piccola massa — in grado di perturbare violentemente la nube cometaria nei punti della sua traiettoria più prossimi al Sole. Questa, di massa pari a 0,1 masse solari sarebbe posta su di un’orbita molto eccentrica che la porterebbe ad un afelio (distanza massima dal Sole) di 150 mila Unità Astronomiche e ad un perielio (distanza minima dal sole) di 26-30 mila Unità Astronomiche, con un periodo di circa 26-28 milioni di anni, in accordo con i dati sulle estinzioni e sui crateri, riportati dai due gruppi di scienziati.
Quasi contemporaneamente un altro gruppo stava lavorando alla ricerca della medesima risposta. Erano gli astrofisici, Marc Davis di Berkeley e Piet Hut dell’Institute for Advanced Studies di Princeton: in un lavoro pubblicato sulla rivista “Nature”, teorizzarono l’esistenza di una stella nana, una sconosciuta compagna del sole che, con un percorso molto ellittico, orbiterebbe con la nostra stella attorno a un centro comune di gravità. La battezzarono anche loro Nemesis.
immagine artistica di una stella nana
Una stella “nera” è un corpo astrale spento. Un simile oggetto celeste emette solo radiazioni nel lontano infrarosso: è un corpo quasi nero, quasi invisibile, difficilissimo da identificare. Una stella simile ha origine da una massa d’idrogeno relativamente piccola (dieci volte inferiore a quella del Sole): dopo un breve periodo di attività termonucleare, la stella si spegne, contraendosi. Il gas rimasto “cade” verso il centro di gravità, e la stella poi si raffredda, diventando un corpo oscuro.
Secondo l’ipotesi di Davis e Hut, la vendetta di Nemesis si scatena ogni 30 milioni di anno quando, percorrendo la sua orbita, essa si avvicina alla nube di Oort, alterando gli equilibri gravitazionali e determinando una colossale pioggia di comete sul sistema solare: la maggior parte di esse, dopo averlo attraversato, si perde nell’Universo, altre annegano nel Sole, altrmov).
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Nella primavera del 1995 è stata osservata per la prima volta una nana bruna. Si tratta di un corpo astronomico non sufficientemente piccolo o freddo per essere definito un pianeta (è un po’ più grande cioè del pianeta più grande, Giove) ma neanche grande o caldo a sufficienza per entrare a fare parte a tutti gli effetti della categoria delle stelle. Una nana bruna non ha la massa critica sufficiente per avviare il processo di fusione dell’idrogeno al suo interno e, quindi, a emettere luce visibile come il nostro sole. La scoperta, riportata su Nature, è stata fatta da tre astronomi guidati da Raphael Rebola dell’Istituto astrofisico delle Canarie che hanno identificato i deboli segnali all’infrarosso emessi dal corpo celeste, nelle Pleiadi. La nana bruna è stata battezzata Teide 1. Due anni dopo, nel 1997, l’astronoma Maria Teresa Ruiz, del dipartimento di astronomia dell’Università del Cile, grazie ai telescopi dell’Eso (l’osservatorio europeo nell’emisfero meridionale) che sorgono sulle Ande cilene, a La Silla ha osservato una nana bruna relativamente vicina a noi: la separano dal sistema solare solo 33 anni luce e si trova nella costellazione dell’Idra. Maria Teresa Ruiz ha chiamato questa stella mancata “Kelu-1”, che significa “rosso” nella lingua dei Mapuche, un’antica popolazione pre-colombiana della zona centrale del Cile.
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A questo punto, occorreva solo trovare Nemesis. Prima è stata fatta una ricerca nei cataloghi, per vedere se ci fossero oggetti il cui moto e le cui caratteristiche potessero essere ricondotti a quelli di Nemesis, non trovando niente, si passò alla ricerca diretta. La più potente indagine panoramica mai realizzata, effettuata grazie al telescopio spaziale WISE, ha escluso l’esistenza di qualsiasi oggetto più massiccio di Saturno fino a 10.000 UA di distanza e uno grande come Giove fino a 100.000. WISE è in grado di individuare una nana bruna a 150 anni luce di distanza.
Scrive Lisa Randall in l’Universo invisibile: Ma il vero chiodo nella bara per questa teoria è il catalogo delle ricerche a infrarossi degli oggetti di tutto il cielo, notevolmente migliorato, che oggi includerebbe la stella Nemesis, se esistesse. Il wide-field infrared survey explorer della Nasa, che è stato lanciato nel 2009 e ha raccolto dati importanti sino a febbraio 2011, avrebbe dovuto vedere questa ipotetica stella di tipo nana rossa se fosse esistita, ma ciò non è avvenuto.
Ovviamente Nemesis potrebbe ora trovarsi in un punto diverso della sua orbita, e per questo non essere osservabile. Ma c’è un’altra questione; più recentemente nuovi calcoli hanno dimostrato che le caratteristiche orbitali della stella Nemesis farebbero sì che risenta dell’influsso della gravitè di altre stelle che si trovano intorno al Sole. La sua orbita, dunque, non potrebbe essere così stabile da spiegare la periodicità delle estinzioni.
Scrive, ancora, Randall: Perchè questi incontri caratterizzati dal potenziamento del campo gravitazionale (avente come conseguenza un aumento della frequenza degli impatti) possano avvenire con una periodicità di circa 30 milioni di anni, occorre che il sistema sia molto grande, con un semiasse maggiore (metà della lunghezza dell’ellisse) dell’ordine di uno o due anni luce. Un difetto di queste ipotesi è che le stesse o le nubi interstellari renderebbero instabile un così grande sistema binario, rovinando la regolarità prevista degli incontri e producendo una variabilità delle frequenze sull’arco temporale degli ultimi 250 milioni di anni.
Insomma, non può essere colpa di Nemesis, la cui esistenza resta una mera ipotesi, e che nessuno ha mai visto. Peraltro, sebbene in passato si pensasse altrimenti, sembra che la maggior parte delle stelle come il Sole siano in realtà stelle singole, e non abbiano alcuna compagna. Dunque, l’ipotesi Nemesis ha perso di concretezza nel corso degli anni.
Ci sono ancora oggi ricercatori testardi e romantici che passano al setaccio la regione di spazio in cui dovrebbe stare, ma con il trascorrere del tempo la sua esistenza diventa sempre più improbabile. Il fatto che Nemesis non sia visibile neanche con i più sofisticati strumenti, ha portato i fautori di questa teoria a stimare che la stella sia molto lontana, nei pressi dell’afelio.
Nel frattempo la regolarità delle estinzioni è stata confutata da studi più dettagliati, rendendo inutile l’ipotesi Nemesis. L’idea, infine, presenta un problema intrinseco: l’orbita necessaria per generare un periodo di ventisei milioni di anni è talmente ampia che Nemesis verrebbe facilmente disturbata a sua volta dalle stelle di passaggio, e il periodo orbitale della stella finirebbe per oscillare anche del trenta per cento, palesemente in contraddizione con le presunte regolarità nei tempi delle estinzioni.
In ogni caso, se Nemesis si trova al suo afelio, la rivedremo nei pressi del Sole solo tra circa 13-14 milioni di anni, chissà dove sarà l’Umanità per allora…
La Nemesis di Isaac Asimov
Un’altra edizione Mondadori del romanzo Nemesis di Isaac Asimov
Asimov, padre indiscusso della Fantascienza, nel suo romanzo, crea una sistema solare in orbita intorno alla stella Nemesis. Un gigante gassoso, Megas con la sua luna, Eritro.
Asimov immagina, il concretizzarsi del giudizio divino in una stella, Nemesis, che celata da una nube di polveri interstellari, si stia dirigendo verso il nostro sistema solare minacciando di sconvolgerne il delicato equilibrio gravitazionale. Gli abitanti di Rotor, un satellite artificiale orbitante attorno alla Terra, sono i primi a scoprire l’esistenza di Nemesis. Janus Pitt, a capo della comunità di Rotor, aspira a colonizzare il sistema della nuova stella, per formare così una nuova società etnicamente e culturalmente omogenea, completamente indipendente dal “guazzabuglio terrestre”. Per questo, Rotor, avvalendosi della tecnica dell’iperassistenza e di valenti scienziati come Eugenia Insigna, raggiunge il nuovo sistema stellare mantenendo segreto ogni dettaglio, compreso il rischio che Nemesis possa mettere in pericolo la stessa civiltà Terrestre. Ma i Terrestri non sono così sprovveduti e vengono ben presto a conoscenza dei segreti di Rotor. L’inseguimento dei terrestri ha inizio, con motivazioni diverse, l’odio da parte del capo dei servizi segreti Tanayama, il desiderio di rivedere la figlia Marlene, nata dalla relazione con Eugenia Insigna, da parte dell’agente Fisher. Li attendono anni luce di distanza ed un misterioso pianeta, Eritro, da cui Marlene è fatalmente attratta.
Il romanzo non fa parte dei cicli della Fondazione o dei Robot, con cui Asimov ha conquistato gran parte dei suoi lettori, ma riprende alcune delle tematiche più affascinanti come il potere di intuire i pensieri altrui, o l’esistenza di forme di intelligenza completamente diverse dalla nostra. In questa sede non posso che augurarvi buona lettura.
Tre
La nube molecolare
La seconda teoria si riferisce al moto oscillatorio del Sole; la nostra stella, durante la sua rotazione attorno al centro della Galassia che compie in circa 240 milioni di anni, si alza e si abbassa rispetto al piano galattico di circa 200 anni luce, attraversandolo ogni 32-33 milioni di anni, valore in buon accordo con i dati terrestri di Rampino e Stothers. Questi ultimi ipotizzano poi che lungo il piano galattico vi sia un’alta concentrazione di nubi molecolari, in grado di perturbare con la loro enorme massa la fascia cometaria ogni volta che il Sole si avvicina. Si immaginava che la causa fosse il passaggio del Sole attraverso regioni particolarmente dense della zona della Via Lattea in cui ci troviamo. La nostra galassia, infatti, ha una struttura a spirale, con una serie di bracci che si avvolgono intorno a un nucleo centrale barrato. Noi ci troviamo su uno di questi bracci, o forse in una zona più periferica, non è ancora chiaro, e ci muoviamo all’interno di esso. L’idea era che questo passaggio fosse in grado di innescare qualche cambiamento significativo nelle condizioni della Terra e del sistema solare, tra cui, appunto, l’aumento degli impatti di asteroidi o comete.
Sembrava un’ipotesi abbastanza promettente, ma non ha retto la prova dei fatti; ulteriori studi hanno dimostrato che non c’è alcuna correlazione tra questi passaggi e la periodicità osservata. E anche questa periodicità è tutt’altro che accettata unanimemente dalla comunità, scientifica. È molto difficile riuscire a interpretare correttamente i reperti fossili, per cui non esistono prove davvero schiaccianti che le estinzioni siano periodiche.
Scrive Lisa Randall: “(…) alcune ipotesi basate sul moto del Sistema solare attraverso i componenti moti della galassia, parevano alternative promettenti. Queste ipotesi non introducevano nulla di nuovo e di strano; suggerivano invece che le reali variazioni di densità che il Sistema solare incontra quando passa attraverso i bracci a spirale della galassia o attraversa il piano galattico, avrebbero potuto indurre variazioni del tasso di perturbazione della nube di Oort. Queste passaggi ripetuti attraverso regioni ad alta densità potrebbero teoricamente spiegare le periodiche piogge di comete.”
I bracci sono sede di una maggiore concentrazione di nubi molecolari giganti, le enorme concentrazioni di gas molecolare cui abbiamo accennato in precedenza. Quando il Sole attraversa queste regioni più dense, le nubi molecolari esercitano una maggiore forza gravitazionale, che in linea teorica potrebbe causare perturbazioni più intense e perciò generare un incremento periodico degli impianti. Un potenziale problema di questa ipotesi è che i bracci a spirale non presentano una simmetria perfetta né hanno una velocità di rotazione fissa rispetto al Sole. Pertanto il Sole probabilmente non li attraversa con una certa periodicità.
Il secondo problema è che il Sistema solare non attraversa i bracci a spirale della galassia tanto spesso. Ci sono solo quattro grandi bracci a spirale e forse due più piccoli; un anno galattico è piuttosto lungo, pertanto negli ultimi 250 milioni di anni ci sono stati meno di quattro attraversamenti dei bracci a spirale più grandi. Infatti, poiché i bracci si muovono nella stessa direzione del Sistema solare (anche se a velocità diversa), gli attraversamenti sono probabilmente separati da un intervallo di 80-150 milioni di anni: sono troppo rari per riuscire a spiegare le caratteristiche delle estinzioni o dei crateri da impatto.
Questa teoria, infine, incontra però delle opposizioni da parte di alcuni astronomi, i quali ritengono che l’ipotesi del moto oscillatorio del Sole sia basata su dati di fatto molto aleatori. Inoltre la composizione isotopica dell’iridio dimostra che il meteorite responsabile dell’estinzione dei dinosauri apparteneva al sistema solare, escludendo così l’ipotesi che il moto del Sole nel piano galattico, possa indurre la cattura di pianetini o di altre scorie interstellari.
Quattro.
Il Pianeta X
Una terza ipotesi ha provocato un rinnovato interesse per il Pianeta X, che è stato a lungo cercato oltre Nettuno e Plutone. L’idea che potesse esistere un altro pianeta oltre l’orbita di Nettuno iniziò a delinearsi nel XIX secolo, proprio in virtù dell’entusiasmo seguito alla scoperta di quest’ultimo nel 1846, del resto, la sua esistenza era stata postulata per via matematica, in base ad alcune discrepanze osservate nell’orbita di Urano, Saturno e Giove, e solo in seguito era stata confermata con l’osservazione. Anche Nettuno presentava simili anomalie, e quindi venne naturale pensare che esistesse un ulteriore misterioso “pianeta X”. Insomma, l’idea che esista un ulteriore pianeta nel sistema solare ancora da scoprire c’era già da prima.
Nel 1930, l’astronomo Clyde Tombaugh scoprì Plutone, ma si capì rapidamente che un oggetto così piccolo non poteva spiegare le anomalie nell’orbita di Nettuno.
Nel 1978 presso l’Osservatorio Navale di Flagstaff in Arizona, un giovane astronomo di nome James Christy, intento al normale controllo delle immagini fotografiche di Plutone, si accorse a un tratto della presenza di qualcosa: qualcosa di incerto e indistinto, ma di decisamente diverso da Plutone. Consultato il collega Robert Harrington, giunse alla conclusione di essersi imbattuto in una luna: Caronte.
Fu davvero un brutto colpo per lo status di Plutone in quanto pianeta. Status che comunque non era mai stato particolarmente solido. Se in precedenza gli spazi occupati da Plutone e dalla sua luna erano stati considerati tutt’uno, ciò significava che in realtà Plutone era molto più piccolo di quanto si supponesse: addirittura più piccolo di Mercurio. Insomma sette lune del sistema solare, compresa la nostra, sono più grandi di lui. Plutone, infatti, è stato classificato pianeta nano, insieme alla sua orbita particolarmente ellittica e inclinata rispetto a quella degli altri pianeti, e al fatto che, nella regione di spazio in cui si muove, ci sono molti altri oggetti di dimensioni paragonabili.
Nel 1985 due scienziati americani postularono l’esistenza di un Decimo pianeta del sistema solare.
I due ricercatori – erano *Daniel P. Whitmire* e *John J. Maltese*, della University of Southwestern della Louisiana. Essi avevano lavorato all’ipotesi della stella compagna del Sole, ma ipotizzarono che – invece della presenza di una stella compagna – il candidato alla causa delle estinzioni di massa sulla Terra fosse in realtà
un Decimo pianeta, in grado di strappare ad intervalli regolari alcune comete della Nube di Oort, e di inviarle verso l’interno del Sistema solare.
Essi pensarono ad un pianeta la cui orbita fosse ellittica, e quasi perpendicolare al piano dell’eclittica (il piano dove giace l’orbita terrestre). Un pianeta massivo, posto ad una distanza media di 80 unità astronomiche dal Sole, e dal periodo di rivoluzione di circa 700 anni, con
un’orbita soggetta ad un movimento di precessione di 56 milioni di anni. In tal caso, ogni 28 milioni di anni circa, la sua presenza scatenerebbe intense piogge cometarie verso il centro del Sistema Solare, proprio a causa della precessione della sua orbita.
Questo lentissimo movimento di precessione dell’orbita del Pianeta X, lo porterebbe a transitare due volte nei pressi della parte più interna della Nube di Oort con l’afelio del pianeta vicino al piano dell’eclittica, disturbando le orbite degli oggetti di Oort, e scatenando dunque piogge
cometarie verso la parte interna del Sistema solare. Le periodiche estinzioni di massa sulla vita terrestre, sarebbero dunque causate da tale fenomeno celeste. Con stupore, Whitmire e Matese riconobbero che la loro ipotesi del Decimo Pianeta li aveva condotto all’esistenza di un corpo
celeste simile a quello proposto pochi anni prima da *Robert S. Harrington* [(1943 – 1993) è senza ombra di dubbio lo scienziato che più di ogni altro ha dedicato sforzi alla ricerca del Pianeta X, fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso. Solo la prematura morte ha posto fine alla sua infaticabile ricerca] e *Tom Van Vlandern* dell’Osservatorio
Navale americano, i quali erano partiti da altre premesse: spiegare i moti anomali di Urano e Nettuno, la soprattutto l’origine di Plutone e le strane anomalie del sistema di Nettuno e soprattutto del suo satellite Tritone.
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Dovrebbe essere un oggetto grande, simile a Nettuno; si stima che la sua massa dovrebbe essere dieci volte quella della Terra. Dovrebbe avere un’orbita molto ellittica, per le solite ragioni che abbiamo già descritto prima, e dovrebbe trovarsi molto lontano dal Sole. Un oggetto del genere potrebbe essere un gigante gassoso espulso all’esterno del sistema solare da Giove all’epoca della formazione dei pianeti, oppure un vero e proprio pianeta alieno, catturato dal Sole appena nato quando era ancora circondato dalle altre stelle della sua cucciolata. O magari un vero e proprio pianeta ramingo interstellare (ipotesi che approfondiremo nel prossimo capitolo).
Nonostante anni di ricerche non si trovavano prove dell’esistenza del pianeta X; e anche le prove indirette non hanno mai portato all’identificazione di alcun vero nuovo pianeta.
Dal 2016 però l’idea è tornata prepotentemente in auge, grazie soprattutto all’astronomo Michael Brown, colui che ha scoperto Eris, Makemake e Haumea, e ha contribuito a inserirli tra i pianeti nani insieme a Plutone e Cerere. La sua ricerca non si è mai fermata; egli pur consapevole che WISE ha escluso l’esistenza di pianeti più massicci di Saturno entro 10.000 UA, ha ipotizzato l’esistenza di un pianeta di dieci masse terrestri (un nono della massa saturniana) in un’orbita ellittica lunga 15.000 anni a circa 600 UA dal Sole. Al dicembre 2022 gli astronomi hanno rintracciato più di seicento Oggetti Trans-Nettuniani, detti anche Plutini. Uno di questi, battezzato Varuna, è grande quasi quanto la luna di Plutone. Ormai gli astronomi sono convinti che di questi oggetti potrebbero essercene miliardi. Il problema è che molti di essi sono terribilmente scuri.
Recenti osservazioni compiute con un telescopio radio che si trova in Cile hanno escluso la presenza di pianeti, delle dimensioni ipotizzate da Brown, fino a 200 volte la distanza del Sole dalla Terra.
Qualche astronomo continua a pensare che da qualche parte possa comunque esistere un Pianeta X, un oggetto enorme, forse dieci volte più grande di Giove, ma così lontano da sfuggire ai nostri strumenti. La sua individuazione sarebbe davvero una delle più grandi scoperte di questo secolo. Sicuramente verrebbe battezzato Nemesis, ma auguriamoci che abbia di meglio da fare che vendicarsi di noi.
Il Pianeta X e la teoria di Nibiru
L’esistenza di un ipotetico pianeta X è stata formulata dallo scrittore azero Zecharia Sitchin (Baku 1920 – New York City 2010) che ha chiamato questo pianeta Nibiru. La sua teoria trova un grandissimo numero di pagine web a suo sostegno.
Prima di approfondire l’argomento occorre fare una breve presentazione:
Gli Anunnaki. Nella mitologia sumera il termine “Anunna”, poi reso in accadico come Anunnaki/Anunnaku, indica l’insieme degli dei sumeri, e più tardi degli dei assiro-babilonesi. Essi erano costituiti in un’assemblea, presieduta da An, dio del cielo. Tale assemblea era composta da sette dei supremi, di cui facevano parte i quattro principali dei creatori: An, Enlil, Enki e Ninhursag, con l’aggiunta di Inanna, Utue, Nannae e di 50 dei minori, detti anche Igigi. L’origine del termine Anunnaki deriverebbe dalle parole AN-cielo, KI-terra, quindi, si vuole far intendere che questi sarebbero: “coloro che dal cielo sono discesi sulla Terra”.
Sitchin nel suo libro “Quando i giganti abitavano sulla terra” ci dice che gli Anunnaki sono molto alti ma anche che sono simili a noi. Infatti hanno manipolato il proprio DNA con il nostro, questo spiega la parte della Bibbia dove Dio disse: “facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”.
Secondo l’autore, Adamo fu geneticamente progettato circa 300.000 anni fa, quando i geni degli Anunnaki vennero uniti a quelli di un ominide. Poi, secondo la Bibbia, vennero celebrati matrimoni misti: sulla Terra abitarono i Giganti, che presero in moglie le discendenti di Adamo, dando alla luce “uomini eroici” figure che Sitchin riconduce ai semidei delle tradizioni sumere e babilonesi, tra cui il famoso re mesopotamico Gilgamesh, colui che rivendicò il diritto all’immortalità e Utnapishtim, l’eroe babilonese del Diluvio.
Fin dal suo primo libro, Il pianeta degli dei, Sitchin ricostruisce la storia di Nibiru riallacciandosi alla suggestiva interpretazione di alcune tavolette sumere redatte in lingua cuneiforme che narrano dell’esistenza del pianeta Nibiru, il pianeta “dell’incrocio”, abitato dagli Anunnaki.
A riprova della sua teoria, Sitchin fa riferimento al ritrovamento di un oggetto straordinario, ora conservato presso il Museo nazionale di Berlino, un cilindro accadico risalente al 2400 a.C. con un’incisione che riporterebbe una raffigurazione del Sistema Solare comprendente non soli i pianeti classici, ma anche Tiamat, il mitico pianeta tra Marte e Giove e lo stesso Nibiru.
Secondo Sitchin gli Anunnaki sarebbero quindi degli alieni provenienti da Nibiru, un pianeta del nostro sistema solare. Secondo questa tesi avrebbero avuto un ruolo importante nella veloce evoluzione della civiltà umana iniziando in particolare da quella sumerica. I signori provenienti da Nibiru, sin dall’antichità, sarebbero scesi sulla Terra per sfruttare le risorse minerarie del nostro pianeta. Quando il pianeta Nibiru giunse nel punto della sua orbita più vicino alla Terra fu inviata una prima spedizione di esseri viventi capeggiata da Enki, un nome che ricorre spesso nella mitologia dei Sumeri. I luoghi scelti furono la Valle del Nilo (Egitto), la Valle dell’Indo e la Mesopotamia.
Dai racconti di Sitchin e dalle affermazioni dell’altro ufologo Robert Dean, ogni qualvolta che il pianeta X passa vicino agli altri pianeti questo crea delle forze magnetiche che provocano danni a livello globale, come per esempio nel diluvio universale. Al suo passaggio, le forze che si generarono, causarono il dislocamento della calotta di ghiaccio del Polo Sud, aiutata anche dal fatto che stava finendo l’ultima era glaciale. Come sulla terra, ci furono dei danni su Nibiru, anche se in maniera minore date le sue dimensioni relativamente più grandi rispetto alla terra.
Nibiru è un pianeta errante?
Scrivono Giuseppe Ferlenga, Silvia Cipriani, Daniele Pavone, in Cronache Ufo, (…) “Lo stimato Zecharia Sitchin attraverso i suoi studi di sumero antico, avrebbe individuato uno di questi pianeti [un pianeta errante]. Il decimo pianeta, infatti, per gli antichi sumeri era chiamato Nibiru e, secondo le traduzioni di Sitchin, sembrerebbe abitato da un “divino” popolo che avrebbe il merito di aver dato origine alla razza umana: gli Anunnaki.
Quando la NASA il 20 luglio del 2005 annunciò la scoperta di un decimo pianeta nel sistema solare, la notizia fece il giro del mondo in pochi minuti. In realtà, un gruppo di astronomi collegati alla NASA scoprì il decimo pianeta nel 2003; per quale motivo l’ente spaziale americano attese 2 anni per darne annuncio al mondo?
Il nome che la NASA diede al decimo pianeta è 2003-UB313 poi chiamato Eris (Nel mito greco, personificazione della discordia, sorella e compagna di Ares, secondo Omero, e figlia della Notte. Fu rappresentata come un demone alato n.d.a.), ma la cosa che sbalordisce è il fatto che tale pianeta sembrerebbe essere stato ben noto agli antichi sumeri.
Secondo Sitchin, e non solo, il pianeta Nibiru, o 2003-UB313 in base a come lo si vuol chiamare, altro non sarebbe che un pianeta del sistema solare dall’orbita molto ellittica che si troverebbe a passare, in prossimità della Terra, ogni 3600 anni.
Questa teoria sembrerebbe confermata anche dal fatto che gli astronomi sono riusciti ad individuare un “decimo pianeta” sono nel 2003, cioè in una fase di ormai grande vicinanza con la Terra, se le traduzioni di Sitchin fossero confermate dai fatti, il popolo abitante su Nibiru si troverebbe trasportato, in maniera del tutto naturale, per miliardi di chilometri nell’universo, semplicemente abitando sul loro pianeta. Non appare fantascientifico pensare che, tale popolo, possa agevolmente visitare la Terra, o altri pianeti, quando si trovi in prossimità di questi corpi celesti”.
La realtà di Eris, tuttavia, è ben diversa; è un pianeta nano, Ha un’orbita fortemente eccentrica, con afelio di 97,56 UA e perielio di 37,7 UA; il periodo orbitale è di 560 anni; il diametro è stimato in 2400 (± 100) km; la massa è superiore del 27% rispetto a quella di Plutone. Ha un satellite, Disnomia, del diametro di circa 250 km.
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Diverse critiche sono state mosse contro Zecharia Sitchin, tra cui quella di fondare la sua teoria sulla traduzione generalmente errata sia di singole parole, sia di porzioni di testo. Nei primi periodi che Sitchin elaborò la sua fantasiosa teoria e pubblicò i primi testi, il Sumero era una lingua nota a pochi specialisti. In seguito diverse pubblicazioni di massa ben accessibili ne hanno diffuso la conoscenza e permesso a molti di verificare se la traduzione di Sitchin era esatta.
Per “trovare” Nibiru, bisognerà cercare ancora….
Cinque.
Pianeti erranti
Finora ci siamo concentrati su minacce sconosciute “interne” al sistema solare. Ma che succede se la minaccia viene dall’esterno? È una possibilità che val la pena esplorare in quanto permette di parlare di una recente affascinante scoperta.
Siamo abituati a pensare che i pianeti girano tutti intorno a una stella. Del resto, ne abbiamo trovati moltissimi che fanno parte di altri sistemi stellari (a gennaio 2023 se ne contavano 5300, ma se ne scoprono di continuo). Questa, però, non è una regola generale.
L’idea che potessero esistere pianeti vaganti senza una stella cui fossero gravitazionalmente legati è stata a lungo una mera speculazione teorica, finché, nel 2011, non se ne sono stati osservati dieci. La parola “osservare” non deve trarre in inganno; non sono stati fisicamente “visti”, come vediamo i pianeti del nostro sistema solare o, quando siamo molto fortunati, alcuni pianeti extrasolari. Un pianeta senza una stella è sostanzialmente un pianeta che non emette luce, se non quel po’ di calore residuo che ancora mantiene dalla sua formazione, e che causa una debole emissione infrarossa. Questo, in effetti, è uno dei sistemi con cui possiamo vedere indirettamente un pianeta errante. Nel dicembre 2021 con questo metodo sono stati trovati tra 70 e 170 candidati pianeti erranti.
Un altro sistema è un po’ più complicato, e tira in ballo la teoria della relatività generale, che dice che qualsiasi massa è in grado di deformare lo spazio-tempo. Per capire il concetto, in genere si fa questo esempio: immaginiamo un telo elastico. Ovviamente, è una superficie liscia e piatta; se però al centro mettiamo un peso, il telo tenderà a deformarsi creando una sorta di imbuto. Lo stesso accade allo spazio-tempo, che possiamo immaginare come una specie di impalcatura sulla quale si regge tutto l’Universo, composta dalle tre dimensioni spaziali – lunghezza, altezza e larghezza – più quella temporale.
Ora, un pianeta errante, per quanto piccolo, è comunque in grado di generare una deformazione misurabile dello spazio-tempo. Quando passa davanti a una stella, ne deformerà un po’ l’aspetto, e noi potremo osservare questa deformazione. Questo sistema si chiama “microlensing gravitazione” ed è quello con il quale sono stati scoperti i primi pianeti vaganti.
Come si vede, ambo i metodi di osservazione sono indiretti, ma sufficienti a stabilire che questi pianeti effettivamente esistono. In genere si tratta di oggetti piuttosto grandi, di dimensioni simili a quelle di Giove, ma ne è stato osservato anche uno di dimensioni paragonabili a quelle della Terra.
Una domanda che da subito si sono posti gli scienziati è come si siano formati. Le ipotesi sono sostanzialmente due: la prima è che siano nati come qualsiasi altro corpo celeste che osserviamo nell’Universo, ossia grazie all’addensarsi di gas e polvere sparsi in giro. È lo stesso meccanismo che porta alla formazione delle stelle e, in seconda battuta, dei pianeti che vi orbitano intorno.
In genere i sistemi stellari nascono da nubi di materiale che prima formano un disco, al cui centro la materia si addensa fino a formare la stella. Dal materiale risultante, sempre per addensamento, si formano i pianeti.
Ebbene, un pianeta errante si sarebbe formato da solo, e non dal disco da cui nascono i sistemi stellari.
L’altra ipotesi è forse quella che ci interessa di più; un pianeta errante sarebbe un pianeta normalissimo, che gira quindi intorno a una stella, e che a causa di una qualche perturbazione – il passaggio nei dintorni di un corpo più grande, come una stella o un pianeta – esce dalla sua orbita e inizia a vagare per lo spazio. Non è detto che tutti i pianeti erranti siano freddi e inospitali; potrebbero avere oceani di acqua liquida riscaldati dal decadimento radioattivo nei loro nuclei.
Può un pianeta errante con la sua presenza scatenare intense piogge cometarie verso il centro del Sistema Solare? Forse sì, ma la periodicità?
La Terra potrebbe diventare un pianeta errante? Magari perché uno di questi oggetti ci passa vicino a perturbare la nostra orbita?
Da un punto di vista strettamente teorico sì, è possibile.
Si stima che i pianeti vaganti siano abbastanza numerosi nella nostra galassia; il loro numero dovrebbe essere paragonabile a quello delle stelle, quindi parliamo di centinaia di miliardi.
La probabilità che un pianeta solitario possa avvicinarsi a noi a sufficienza per sbalzarci via dalla nostra orbita è meno che trascurabile. Inoltre, per crearci problemi non basta che ci passi vicino, deve anche avere un’orbita e una velocità ben precise. Va da sé che non abbiamo mai osservato un pianeta errante così vicino a noi. Quello più prossimo si trova a 7,1 anni luce di distanza.
Pianeti erranti e fantascienza
Nella serie classica di Star Trek, il Cavaliere di Gothos, l’equipaggio dell’astronave si imbatte in un pianeta errante: Data astrale: 2124.5 – “Il primo ufficiale Spock riferisce in luogo del capitano James Kirk. Stiamo orbitando attorno ad un pianeta non registrato nel deserto stellare. Per quattro ore abbiamo fatto ogni possibile ricerca strumentale, ma del Capitano Kirk”.
Nella serie star trek enterprise, dal titolo “la caccia”, l’astronave di Archer incrocia un pianeta alla deriva nello spazio senza appartenere ad alcun sistema stellare. Il pianeta ospita forme di vita grazie al suo nucleo attivo e caldo. Lì trova una nave di umanoidi che sta cacciando degli esseri indigeni, esseri che si scopre presto essere intelligenti, addirittura telepatici, perché si mettono in contatto col capitano Archer.
La serie più celebre, infine, è la italo-britannica Spazio 1999, ideata nel 1973 da Gerry e Sylvia Anderson. Gli autori immaginano una realtà nella quale, dopo la sua conquista, la Luna viene trasformata, oltre che in una base avanzata per le future esplorazioni spaziali, in un gigantesco deposito di scorie radioattive provenienti dalla Terra. Il 9 settembre 1999 John Koenig assume il comando della base lunare Alpha per organizzare e gestire i preparativi per una spedizione esplorativa sul pianeta Meta, di recente scoperta. L’arrivo del nuovo comandante coincide con una serie di decessi misteriosi che colpiscono gli addetti a un deposito di scorie nucleari e gli astronauti candidati alla spedizione. Ben presto si rileva un repentino aumento del campo magnetico generato dalle stesse scorie. Koenig non fa in tempo a intervenire: il 13 settembre 1999 si innesca un’esplosione di incredibile violenza, tale da provocare l’uscita della Luna dall’orbita terrestre. Il satellite inizia la sua deriva nel cosmo mentre gli abitanti di Alfa, se da un lato sperano in un miracoloso ritorno, dall’altro si augurano di poter trovare un pianeta sul quale ricominciare un’esistenza normale. La serie si conclude dopo due stagioni e in qualche modo si intuisce il destino finale degli Alphani: sebbene la colonia del futuro non sia mai mostrata, la sua esistenza conferma che gli Alphani hanno finalmente raggiunto il loro scopo e trovato una nuova casa, su un pianeta ribattezzato “Terra Apha” abbandonano la Luna prima che si allontani dall’orbita del Pianeta.
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Solingo
Nei primi giorni di gennaio la rivista Science ha raccontato che un pianeta errante è stato scoperto. Ha più o meno la massa di Saturno. Solingo vaga per le vastità della Via Lattea, a circa diecimila anni luce dal centro galattico. È stato scoperto da un gruppo di ricercatori guidati da Subo Dong, della Peching University di Pechino.
Scrivono Giuseppe Ferlenga, Silvia Cipriani, Daniele Pavone, in Cronache Ufo che: (…) Vari studiosi hanno ipotizzato che vi possano essere delle civiltà evolute abitanti su pianeti erranti; pianeti che, non appartenendo ancora a nessun sistema stellare, si troverebbero ad errare nell’Universo.
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“Adoro Adrastea per ciò che sto per dire, potremmo anche essere stati sfortunati nelle nostre osservazioni; forse Nemesis brilla molto più debolmente di quanto pensiamo. Oppure non l’abbiamo ancora scoperta semplicemente perché non esiste, e al momento questa è l’opzione più probabile”. Infatti ha mancato due appuntamenti, se l’estinzione del dinosauri è avvenuta 65 milioni di anni fa, cosa è successo nei successivi due cicli di 25 milioni di anni?
Bibliografia
Robert Graves, I Miti Greci, Longanesi & C. Milano, 1963
A. Morelli, Dei e Miti, enciclopedia di mitologia universale, F.lli Melita, 1987.
Apollodoro, Biblioteca, il libro dei miti, a cura di Marina Cavalli, Oscar Mondadori, 1998.
Lucia Troisi, Astrofisica per ansioni. Tutti i modi in cui l’universo potrebbe ucciderci. Rizzoli (2023)
Luca Scantamburlo: L’ombra del pianeta X. Storia del Decimo pianeta, fra servizi segreti ed insider, Youcanprint, 2013.
Luca Scantamburlo, Alla ricerca di Nibiru, Youcanprint, 2014.
Lisa Randall, l’Universo invisibile. Dalla scomparsa dei dinosauri alla materia oscura. Le imprevedibili connessioni del nostro mondo. Il Saggiatore, 2016.
Lorenzo Colombo, Se tutte le stelle venissero giù. E altre domande che non ci fanno dormire la notte, Rizzoli, 2020.
Antonio Scalise, Anunnaki, Youcanprint, 2014
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