Un incontro intergruppi a Milano

Giornata sulla Consultazione partecipata

Un resoconto

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Il 15 febbraio 2014 si è svolto a Milano un seminario sulla consultazione partecipata di Dina Vallino. (*1)

Iniziata trenta anni i fa come estensione dell’Infant Observation nella stanza dell’analisi, negli anni la consultazione partecipata è andata sempre più configurandosi con aspetti teorico-clinici originali e acquistando nuove dimensioni e diffusioni, tanto che ora Dina Vallino ha sentito giunto il momento di compiere un ulteriore passo insieme a quanti intorno a lei e insieme a lei lavorano con questa tecnica.
Il seminario – come dice il suo stesso titolo “A che punto siamo?” - ha rappresentato l’apertura di questa nuova fase di riflessione ed evoluzione diretta a consolidare la tecnica, capire la sua efficacia, chi può trarne maggiore aiuto, quali empasse e criticità, quali le applicazioni ed estensioni.
Il seminario è stato pensato da Dina come approfondimento, a qualche anno di distanza, delle tematiche raccolte nel volume “Famiglie”, con una articolazione molto originale e, non poteva essere altrimenti!, ‘partecipata’: i relatori, scelti tra alcuni autori dei testi del volume, hanno raccontato l’evoluzione del proprio lavoro, ad ognuno è stato affiancato un altro relatore con funzioni di discussant e poi il gruppo dei partecipanti è intervenuto ogni volta, con domande, proprie riflessioni o racconto di esperienze. Un lavoro attivo dunque, ricco di pensieri, dall’atmosfera emotiva calda, riconoscente e affettuosa nei confronti di Dina.
Dopo la sua introduzione, si sono succedute le relazioni di G. Maggioni, A. Anderloni, E. Trombini, M.Trinci, E.Tonci e C. Italiano, G. Rossi, con i relativi discussant, tra i quali vogliamo ricordare, per l’acutezza delle loro considerazioni, M. Macciò e F. Stortoni.
Tutte le relazioni e la riflessione comune dei partecipanti hanno messo in luce il primo e principale fattore di efficacia della consultazione partecipata: l'essere tutti insieme nella stanza.
Essere tutti insieme offre ai genitori la possibilità di parlare con il bambino e non del bambino, di partecipare maggiormente al processo di cura, di essere valorizzati nel proprio ruolo e nelle proprie competenze e, al contempo, ricevere accoglienza e contenimento di angosce e paure.
Il terapeuta si dispone in atteggiamento di osservatore, non interpreta il gioco ma lo tratta come narrazione di qualcosa che il bambino vuole dire: così restituisce una nuova visione del bambino e del problema. Man mano che nella stanza di consultazione si sviluppa il gioco condiviso i genitori scoprono di poter giocare e comunicare in modo diverso: si trasformano essi stessi in osservatori del proprio bambino riuscendo a vederlo in modo autentico al di là del sintomo che li terrorizza e che rende poco visibile ai loro occhi il bambino vero. E i fraintendimenti che bloccano la relazione possono sciogliersi con alleggerimento del clima familiare e progressi nei vari ambiti di vita del bambino.
Certamente, molte possono essere le resistenze e le difficoltà, sia iniziali che lungo il percorso; tra queste difficoltà, la prima da affrontare è la resistenza di certi genitori ad accettare la consultazione, a mettere in secondo piano i sintomi per 'semplicemente giocare' e a lasciarsi andare alla regressione che questo necessariamente comporta. Sta al terapeuta compiere ogni sforzo per aiutarli a comprendere l'importanza comunicativa del gioco: nella seduta il terapeuta valorizza la comunicazione del bambino dandogli visibilità e riconoscimento e spinge i genitori a fare altrettanto, mettendo a loro disposizione la propria creatività - per es. mostrando loro che uno scarabocchio non è solo uno scarabocchio ma la rappresentazione di un messaggio comunicativo!
Tra gli strumenti del terapeuta, nel seminario molto spazio di riflessione è stato dedicatoall'importanza dell'esercizio della capacità negativa e dell’attenzione all’atmosfera specificadell’incontro - atmosfera intesa come tutto ciò non può essere messo in parole ma sonosensazioni che appartengono al campo emotivo e che indirizzano alla comprensione.
Alcune relazioni hanno illustrato l'uso della consultazione partecipata in particolari contesti clinici.Adriana Anderloni, Istituto Besta, ha parlato del proprio lavoro terapeutico con i bambini conparalisi cerebrale, nei quali è particolarmente evidente come la lesione sovrasti e oscuri il bambinostesso, producendo profonde scissioni mente – corpo e finendo per portare gli operatori aconsiderare il bambino non come persona ma solo come sintomo. Queste scissioni sono ripetuteed evidenti anche nell’ attività di riabilitazione neuromotoria e nella separatezza che spesso esistetra gli operatori di diversa professionalità. La consultazione partecipata, accostandosi con‘tenerezza’ e con attenzione ai vissuti psicologici riguardo la malattia e le cure, consente di aprirespazi di ricomposizione delle scissioni che dominano il bambino, facilitando l ’integrazione tra levarie parti di sé, con miglioramento del suo funzionamento cognitivo e relazionale. Di questofondamentale lavoro di integrazione beneficiano i suoi genitori, che possono finalmente vedere illoro bambino come persona al di là della malattia, e anche l’équipe curante poiché laconsultazione partecipata crea ponti tra gli operatori della mente e gli operatori del corpo epromuove una diversa cultura di servizio.
Elena Trombini, Università di Bologna, ha creato una tecnica terapeutica per i disturbi alimentari ed evacuativi in età prescolare, la Giocoterapia focale(*2), e da alcuni anni la usa nel contesto della consultazione partecipata. Nel seminario ha raccontato come i genitori sono coinvolti a manipolare il pongo per costruire i pupazzetti e gli altri elementi del gioco terapeutico, e poi, in un incontro a parte, a riflettere con la terapeuta sul percorso fatto dal bambino nella stanza di consultazione confrontato con il suo livello di autonomia e con il comportamento a casa.
La Giocoterapia affronta le funzioni fondamentali della vita del bambino piccolo - alimentazione, sfinteri, sonno, ma, allargandosi al settino della consultazione partecipata, può ampliare il suo raggio di azione per dare aiuto ai genitori anche per altre difficoltà e carenze educative e anche per bambini di età superiore.
Le descrizioni del gioco riferite da Elena Trombini hanno coinvolto i partecipanti in una sorta di riscoperta delle potenzialità del ‘pongo’, materiale duttile e caldo, dai colori che mescolandosi si trasformano in nuovi colori, e dalle forme infinite, che si presta molto bene ad esprimere emozioni, sensazioni e affetti , anche i più difficili, come il disgusto della cacca o l’aggressività.
Infine, Eloisa Tonci e Carla Italiano hanno letto, a nome di un gruppo di colleghi dell’AMHPPIA di Firenze, una relazione (dal titolo affettuoso ‘A Milano con la freccia rossa’, che rimanda al percorso di formazione con Dina Vallino), che ha mostrato alcune possibili estensioni della consultazione partecipata a contesti non terapeutici.
Uno di questi contesti è il reparto di Terapia Intensiva Neonatale, realtà molto particolare dove la nascita e la morte sono terribilmente vicine l’una all’altra, fortissime sono le angosce, molti i fraintendimenti tra genitori e personale causa il gioco delle proiezioni reciproche. Avere dentro la mente i principi e la cornice della consultazione partecipata aiuta lo psicologo a trovare la propria funzione e ad avere maggiori strumenti per accogliere quello che avviene in reparto e farlo risuonare dentro di sé, lasciarsi investire dalle proiezioni dei genitori e del personale e restituirle loro in forma comunicabile ed assimilabile, sciogliendo così i fraintendimenti.
Un altro contesto, al contrario gioioso e accogliente, è la ‘Casa dei bambini’ a S.Rossore ( Livorno), dove ogni venerdì vengono fatti gruppi di incontro e sostegno alla genitorialità in epoca perinatale e prima infanzia. Se prima erano organizzati gruppi separati di bambini e genitori, adesso, grazie agli stimoli della consultazione partecipata, si è costituito un gruppo unico di genitori e bambini insieme, dove gli scambi comunicativi sono ancora più ricchi e supportivi.
La stanza del pediatra e i setting giudiziari sono altre possibili estensioni suggerite dalla relazione fiorentina, che ha aperto nuovi interessanti scenari.
Il seminario di Milano ha dato la misura delle potenzialità cliniche e applicative della consultazione partecipata, e di quanto sia apprezzata da un numero sempre crescente di operatori.
Se Dina Vallino non ha una scuola organizzata e formalizzata, il suo insegnamento costituisce difatto una vera e propria scuola, perché le sue idee e le sue proposte coinvolgono, si disseminano ecreano gruppo, cultura, voglia di apprendere e di lavorare in un modo diverso. Chi ha potutopartecipare direttamente ai suoi gruppi o anche semplicemente ha studiato i suoi libri restacatturato dalla freschezza e dalla novità della proposta, con quella sua semplicità profonda chepermette di stare sempre vicino ai bisogni e al dolore dei piccoli pazienti e dei loro genitori,mantenendo salda, quale stella polare, la centralità del bambino.
(*1) Per approfondimenti sulla consultazione partecipata rimandiamo agli articoli e ai libri scritti e curati da Dina Vallino, in particolare:
- Vallino D.(2005), Raccontami una storia, Borla, Roma
- Vallino D.( 2007), La consultazione partecipata: figli e genitori nella stanza dell’analisi, in Neri N., Latmiral S. ( a cura di) , Uno spazio per i genitori, Borla, Roma.
- Vallino D, (2007), L’avvio della consultazione partecipata, in Algini M.L. (a cura di), Sulla storia della psicoanalisi infantile in Italia, Borla, Roma.
- Vallino D.(2011), Introduzione, in Vallino D., Macciò M. ( a cura di) ( 2011), Famiglie, Borla, Roma.
(*2) Trombini E. (2010), Il cibo rifiutato, Pendragon, Bologna.
 
                                                                                                                                                                                                                                                                 
 
 
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