Sara Boffito: Una storia tra sorelle

Transfert fraterno e narrazione

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Intendo raccontare la storia di Giorgia attraverso la lente delle sue relazioni fraterne; metterò in luce come queste si siano fin da subito riflesse nel transfert facilitando l’accesso alla narrabilità di alcune aree dolorosamente mute. Giorgia ha sette anni e inizia una consultazione a causa di un’encopresi primaria, è la seconda di quattro fratelli, tre sorelle e un fratellino. I genitori la definiscono “la classica secondogenita”.

Hanno una precisa teoria psicologica sui secondogeniti, elaborata dal papà, che secondo lui spiega “quasi tutto”. In quanto secondogenita la vedono molto schiacciata dalla prima e dalla terza; questo secondo loro spiega anche la sua compiacenza, un sorrisino stampato in faccia che sembra finto. Il confronto più difficile, da sempre, è quello con la primogenita, Carlotta. Quando Giorgia è nata, Carlotta, che aveva 16 mesi, ha rifiutato la mamma con grande violenza e per quasi un anno non ha voluto stare con lei, ‘scegliendo’ di stare sempre e solo con il papà. Mentre il papà racconta la mamma incomincia a piangere silenziosamente, quello per lei è stato un momento molto doloroso. Al momento della consultazione i genitori di Giorgia attraversano anche una violentissima crisi coniugale che li porterà, nel giro di qualche mese, a decidere di separarsi.

L'Autrice è psicologa clinica, vive e lavora a Milano. La relazione è stata presentata alla Giornata di studio su "Famiglie in sofferenza", Milano, 1 Ottobre 2011.

Nel corso della prima seduta di Consultazione Partecipata, con la mamma, Giorgia giocherà subito con la casetta impersonando una bambina che deve darsi molto da fare, occupandosi da sola dei genitori e dei fratelli. Giorgia parla molto velocemente, mangiandosi le parole, le declinazioni dei verbi “essere” e “fare” si confondono. Io poi penserò a questo fare un po’ forsennato come a un senso di esistere che fatica ad essere riconosciuto.

Più tardi, nella stessa seduta, accetterà di fare un disegno. Disegna subito le onde del mare e un cigno, il sole in un angolo e le nuvole nel cielo. Decide poi di fare una medusina per fare compagnia al cigno, tutto solo. Mi dice che la medusa è del colore del mare, per cui nessuno poteva vederla e l’hanno cacciata via dal branco di meduse; così è diventata amica del cigno, che era stato cacciato dai suoi simili perché troppo grande. Disegna un pesciolino, escluso anche lui per qualche motivo, e una farfalla nel cielo, isolata dal suo gruppo perché di colore diverso. Ora, invece, i quattro sono amici. A un certo punto, inaspettatamente, la storia cambia e tutti diventano terribilmente spaventati: la farfalla ha paura del cigno, il cigno ha paura delle nuvole (se fanno piovere non sa dove andare), la medusa ha paura delle alghe che possono tirarla giù e non farla più parlare con nessuno.

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Durante la seconda seduta di consultazione, in presenza del papà, Giorgia fa un disegno, inizialmente identico a quello della seduta precedente. Poi dice “nel frattempo la medusina è cresciuta” e disegna una piccola medusa accanto a lei. Tutti i personaggi sono cresciuti, sono diventati delle mamme e con loro ci sono le loro figlie, “sono tutte femmine”. Disegnando il piccolo cigno dice che non aveva ancora imparato a volare, i suoi amici lo rassicurano. Vuole che sia notte perché “così non vengono disturbati dal sole”. Disegna una nuvola con gli occhi chiusi. Le dico che se la nuvola dorme magari sogna, e domando che cosa sogna secondo lei. “Sogna di avere un bambino, anzi un nuvolino”, mi risponde. Poi scrive accanto alla nuvola che sogna “prima” e mi dice che in quella notte lei prima sogna di avere un bambino e poi ce l’ha nella pancia; disegna accanto la stessa nuvola con la scritta “dopo” e il nuvolino nella pancia. Chiama il nuvolino Sara. I personaggi animali invece hanno gli occhi aperti, stanno chiacchierando, “parlano di quando erano piccoli (indica l’altro disegno), hanno nostalgia di quando si vedevano sempre, perché non avevano altri amici, sono molto contenti di essersi ritrovati; devono incontrarsi sempre di notte per non farsi sentire dagli altri, in segreto”.

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Questi primi due disegni saranno come una bussola per me, nel corso di tutto il lavoro con Giorgia. Il primo racconta di una solitudine e di un sentimento di inesistenza (la medusina del colore del mare), mitigati da un movimento verso la solidarietà fraterna che fa sentire simili e amici, un cerchio magico che però può anche rompersi bruscamente, lasciando spaventati e smarriti.

Nel secondo, accanto a quei personaggi che non potevano essere visti, compare il desiderio di poter essere sognata dalla mamma (come fa la nuvola con il nuvolino), di occupare uno spazio nella sua mente e, ancora, la risorsa delle relazioni fraterne di solidarietà, che permettono di condividere dei segreti, e anche una storia dolorosa (penso, per esempio, agli animali che parlano di quando erano piccoli).

L’ultima seduta di Consultazione Partecipata avviene in presenza della mamma. Giorgia entra con in mano una rosa, un regalo per me. Il gioco si svolge inizialmente in ospedale e la bambolina ferita si chiama Ginesca. E’ un nome inventato da Giorgia, misto tra Ginevra e Francesca che mi fa pensare alla teoria dei genitori su “la classica secondogenita”, una bambina a metà tra altre due. Ginesca ha un fratello, che divide con lei la stanza di ospedale, i fratelli si sono fatti male perché “stavano correndo per abbracciarsi e ‘bang’ sono caduti, solo che il maschio è più grande perciò Ginesca si è fatta più male”. Giorgia inserisce nel gioco anche il personaggio di una sorella grande, che chiama Sara. Sara si preoccupa per Ginesca, dormono insieme in un lettino e chiacchierano, se Ginesca ha sete Sara la spinge sulla sedia a rotelle e la accompagna a bere l’acqua. Il fratello invece dorme in un’altra stanza dove “deve sopportare le urla del bebè”.

Mi sembra che questo gioco mostri bene le diverse possibilità, i diversi ‘stili’ di relazione fraterna che Giorgia vive: un affetto/scontro, una sorella confidente e protettiva, un bebé che disturba, quando si è sofferenti. Queste diverse possibilità mi fanno comprendere quanto sia complessa la configurazione della relazione fraterna nel mondo interno di questa bambina. Lo scontro e la rivalità convivono sempre in lei con un sentimento profondo di vicinanza e solidarietà emotiva; in altre parole con la sensazione che la relazione fraterna sia una risorsa centrale per la sua esistenza.

Decido, dopo i primi quattro incontri di Consultazione Partecipata, di passare ad un lavoro individuale con Giorgia proprio in virtù del fatto che sento, nei suoi disegni e nei racconti, un bisogno di intimità, di confidenze segrete, di “cose da femmine”, come dice lei. I personaggi “Sara” (nuvolino prima e sorella maggiore dopo), presenti nelle prime sedute di Consultazione Partecipata, sono indici di un transfert che ho sentito da subito molto intenso e che ha assunto, fin dai primi incontri, le caratteristiche di un transfert fraterno.

Cercherò ora di fare luce su questo concetto. Sebbene già nel 1912, in Dinamica della traslazione, Freud spiegasse come la traslazione potesse manifestarsi, non solo verso il padre, ma anche “secondo l’imago materna o fraterna”, è necessario aspettare il 1950 perché compaia, nella letteratura scientifica, il termine “transfert fraterno”, anche se ancora relegato alla psicoanalisi di gruppo. Slavson lo utilizza infatti per indicare le attitudini di sostegno reciproco, ma anche rivalità, gelosia, dominazione, sottomissione tra i partecipanti al gruppo, che vedono tutti nel terapeuta conduttore del gruppo un sostituto genitoriale. Di transfert e controtransfert fraterno ha parlato più estesamente la Lesser, nel 1979, in un lavoro in cui si interroga sulle ragioni della scarsa attenzione per le relazioni fraterne nei fenomeni di transfert; racconta due casi in cui il paziente, ormai adulto, è un “middle child”, un bambino in mezzo ad altri due – come Giorgia – sottolineando come nel rapporto con l’analista di questi pazienti si rifletta il bisogno di affetto e approvazione da parte di un fratello maggiore, fondamentale per sentirsi unici in una grande famiglia – e non trasparenti, del “colore del mare”. La Lesser mette in luce anche la fatica che, in questi casi, si prova nel controtransfert: il terapeuta infatti può sentirsi spodestato della propria autorità di dottore/genitore. A partire dagli anni ’80 poi sono stati dedicati alcuni lavori importanti al transfert fraterno (Graham 2003), anche se, curiosamente, questo aspetto sembra essere stato trascurato dalla psicoanalisi infantile, che ha molto descritto l’importanza dei fratelli per lo sviluppo del bambino (Agger 1988; Parens 1988; Vallino, Macciò 2004; Kancyper 2004; Larmo 2007; Kieffer 2008; Vallino 2009), ma poco quanto queste presenze si riflettano nella relazione terapeutica. Pensando alla mia relazione con Giorgia mi sono sentita molto vicina a quello che descrive Prophecy Coles (2003) a proposito del transfert fraterno nell’analisi degli adulti: ci spiega come possa accadere che il paziente si aspetti che l’analista colluda con lui in quella che la Klein definiva una “complicità segreta” contro gli adulti (1932). Le sensazioni che hanno accompagnato il mio lavoro con Giorgia sono molto simili a queste: mi sono sentita, in alcuni momenti, come parte del gruppo delle sorelline e mi sono anche arrabbiata molto “con gli adulti”. Queste emozioni, anche violente per come si presentano nel controtrasfert, mi hanno portato a parlare in modo molto schietto con i genitori di Giorgia, e credo di aver potuto fare questo proprio in virtù dell’investimento “fraterno” che Giorgia ha fatto su di me.

Come dicevo, la rivalità e le emozioni negative non mancano. Da subito, accanto a Rosellina, la principessa che può scegliere a chi dare la rosa magica che fa innamorare (la rosa che mi aveva regalato), compare una principessa brutta, “anzi no arrabbiata perché di solito era bella”, che Giorgia disegna in fretta e furia, alla fine di una seduta, in silenzio. Non possiamo ancora raccontare la sua storia.

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Poi, nel corso di una serie di sedute, mi rendo conto che Giorgia passa molto tempo a scegliere i pupazzi che saranno i personaggi del suo gioco, con grande scrupolosità e con una certa ansia. Mi ricorda così che il casting è un’operazione molto importante.

Mi riferisco alla concezione di casting dei personaggi elaborata da Antonino Ferro (2007, 2010). L’autore ci spiega come le figure che compaiono nei racconti degli adulti, così come i personaggi delle storie dei bambini, abbiano la funzione centrale di veicolare un’emozione che assume – nelle parole di Giuseppe Civitarese – “un ruolo o una parte del testo inconscio del dialogo analitico in cerca di un attore e di uno sviluppo narrativo” (2011, p. 74). La comparsa e lo sviluppo di un personaggio può avere la funzione di far accedere alla simbolizzazione “zone mute”, o desertificate, o troppo scottanti.

Osservando e aiutando Giorgia nel suo casting affannoso mi rendo conto che ciò che accomuna queste sedute – in cui la narrazione spesso è ancora confusa e magmatica – è che Giorgia cerca sempre, con una certa ostinazione, di creare famiglie, e giochi, in cui compaiono personaggi ‘fratelli o sorelle’. Quando riesce a completare così i gruppi di personaggi, anche la sua ansia sembra placarsi e può incominciare a giocare. Penso che la presenza di questi personaggi fratelli permetta un tale cambiamento nell’atmosfera emotiva della seduta perché introduce, nei giochi e nelle narrazioni di Giorgia, così come nella nostra relazione, quella che Jeanine Vivona ha definito la “dimensione laterale della vita psichica” (2010), un mondo paritario che fa sentire meno soli, e forse più liberi.

Raccontando con Giorgia le storie di questi fratelli e sorelle, e giocando con lei, dopo diversi mesi di lavoro, abbiamo potuto raccontare la storia di quella principessa brutta e arrabbiata a cui non avevamo potuto dare voce.

Racconto brevemente una storia che Giorgia inventa con me nel corso di due sedute consecutive, perché credo che mostri bene il ruolo che hanno avuto i personaggi ‘fratelli e sorelle’ nell’evoluzione delle narrazioni di Giorgia.

Giorgia inizia una seduta annunciandomi di aver fatto un sogno bello:

I genitori erano morti ma arrivava una fatina buona che mi diceva ‘scegli che cosa vuoi fare’. Rispondevo ‘voglio che resuscitino’. Così i genitori resuscitavano e io e i miei fratelli tornavamo a vivere con loro e non più con i nonni cattivi a cui eravamo stati affidati.

La fatina del sogno era tutta azzurra, con le mutande che si vedevano bianche. Il vestito era bellissimo, di un tessuto chiarissimo, come il velo della sposa, tutto azzurrino.

Giorgia chiama poi la fatina Azzurrina e inizia a raccontarmi la sua storia:

Azzurina era “molto protetta” perché era la regina delle fate. Aveva molti poteri e ce li aveva perché era la più amata, aveva tanto più potere quanto più era amata. La sua mamma poi era di sangue reale. Sua sorella Uvetta invece aveva una casa tutta scura perché era invidiosa. La mamma delle due sorelle era morta e aveva dato il posto di regina a Azzurrina. Uvetta per questo era invidiosa, molto invidiosa.

Disegna una mappa del regno, su cui spicca la scritta: “orrore mortale”.

Quel luogo conteneva tutte le paure di tutto il mondo e era chiuso da un lucchetto che potevano toccare solo “le reali”, se no tutti morivano. Uvetta non poteva toccarlo e perciò era invidiosa.

La seduta successiva, Giorgia mi sottopone un indovinello, devo indovinare cosa disegna. E’ Uvetta. Possiamo continuare a raccontare la loro storia. Nel corso della narrazione mi dirà che quella del disegno è Uvetta quando si arrabbia, le vengono gli occhi neri, ma da bambina ce li aveva colorati come Azzurrina. Torna subito alla mia mente quel disegno della principessa brutta perché arrabbiata, ma che una volta era stata bella.

La mamma era molto buona, però era molto arrabbiata con Uvetta. Uvetta voleva governare e faceva dispetti alla sorella. Anche se la mamma era morta poteva parlare con Uvetta e Azzurrina.

Uvetta non voleva proprio stare con sua sorella Azzurrina, la odiava. In realtà doveva essere Uvetta a governare, ma la mamma vedeva dentro di lei una rabbia che non vedeva in Azzurrina. Vedeva Azzurrina più speciale, perché era più sorridente e voleva comandare pochissimo e con serenità. Uvetta nei giochi invece voleva fare sempre la cattiva. La mamma aveva paura che Uvetta diventasse cattiva e schiavizzasse tutti, così le spiega: “Io non ti ho fatto governare perché tu hai un po’ di malignità nel cuore”.

Poi ad Azzurrina viene in mente che potrebbe governare insieme a sua sorella. Prima spiega alla mamma in privato: “Io sono sua sorella e anche se sono più sorridente posso avere gli stessi difetti. Perché non possiamo fare insieme, così se ho un po’ di malignità anch’io lei me la toglie?”.

La mamma è d’accordo, si fa promettere che governeranno senza schiavizzare. Uvetta accetta felice e spiega a Azzurrina perché era arrabbiata: “ero solo un po’ gelosa”.

Alla fine del racconto e del disegno ripercorriamo e discutiamo insieme le tappe di questa storia complicata, Giorgia allora mi chiede di scrivere una conclusione, una sorta di ‘morale della favola’. Mi detta: “Uvetta aveva ragione a essere arrabbiata con la mamma perché tutti possono avere un po’ di malignità. Forse sentiva che la mamma non l’adorava tanto come Azzurrina”.

Decidiamo insieme di intitolare questa storia “La ragione di Uvetta”.

La narrazione della storia, come ci ha insegnato Dina Vallino (Vallino, 1998), ha la funzione di far accedere a quell’altrove in cui si possono narrare le emozioni e le situazioni che ‘scottano’ da una ‘distanza di sicurezza’, e la relazione di Giorgia e Carlotta è certamente una di quelle in cui ci si può scottare. La storia del rapporto tra Uvetta, Azzurrina e la Mamma mostra bene con che drammaticità Giorgia viva la rivalità fraterna con Carlotta, che sente ‘regina’ del cuore della madre. Quello che mi ha più colpito di questa storia sono i continui piccoli spostamenti di prospettiva che incontriamo, che hanno permesso di dare voce – ‘e ragione’ – al personaggio della principessa arrabbiata, che era stata muta per molti mesi. Sono i progressivi avvicinamenti di Uvetta a Azzurrina. La mia impressione è che, nel corso del lavoro con Giorgia e delle sue narrazioni, questa funzione sia stata svolta, più in generale, proprio dai personaggi ‘fratelli o sorelle’; personaggi che si collocano sullo stesso piano della protagonista e con cui lei si può alleare, o misurare con armi pari, permettendole di accedere, come si diceva, alla “dimensione laterale della vita psichica”. Condividere questa dimensione dell’esistenza con Giorgia è stato molto utile per me: mi ha aiutato ad entrare in contatto con alcune aree che per una bambina così trattenuta, compiacente ed inibita era molto difficile mostrare. Abbiamo progressivamente sentito la principessa bella e quella arrabbiata meno distanti e siamo arrivate capire anche ‘le ragioni’ di quegli aspetti arrabbiati, invidiosi, brutti, puzzolenti (che non possono mettere abiti trasparenti che mostrino mutande bianche).

Così quella della storia di Uvetta e Azzurrina diventa una famiglia in cui, alla fine, si ascoltano anche le ragioni di chi era stato escluso e si giunge ad una soluzione meno tirannica. Certo, siamo ancora in una monarchia ma, seguendo lo sviluppo della dinamica del rapporto tra le due sorelle, si può dire che abbiamo fatto dei passi nel percorso che porta – per usare le parole di Antonino Ferro – “Dalla tirannide del Super Io alla democrazia degli affetti” (2001). Forse ora abbiamo una monarchia (almeno un po’) illuminata.

 

Bibliografia

Agger, E.M. (1988). Psychoanalytic Perspectives on Sibling Relationships, Psychoanalytic Inquiry, 8:3-30.

Coles, P. (2003). The importance of sibling relationship in psychoanalysis. Karnac, London

Civitarese, G. (2011). La violenza delle emozioni. Bion e la psicoanalisi postbioniana. Cortina, Milano

Ferro, A. (2001). Dalla tirannide del Super Io alla democrazia degli affetti. Il transito trasformativo nella mente dell’analista. Rivista di psicoanalisi 2001-3, pp. 445-463

Ferro, A. (2007). Vivere le emozioni, evitare le emozioni. Cortina, Milano

Ferro, A. (2010). Tormenti di anime. Passioni, sintomi, sogni. Cortina, Milano

Freud, S. (1912). Tecnica della psicoanalisi. Dinamica della traslazione, OSF, Volume 6, pp. 523-531

Graham, I. (1988). The Sibling Object and Its Transferences: Alternate Organizer of the Middle Field, Psychoanalytic Inquiry, 8:88-107

Kancyper, L. (2004). Il complesso fraterno, Borla, Roma 2008

Kieffer, C.C. (2008). On Siblings: Mutual Regulation and Mutual Recognition, The Annual of Psychoanalysis, 36:161-173

Klein, M. (1932). La psicoanalisi dei bambini. Martinelli, Firenze, 1970

Larmo, A. (2007). Sibling Rivalry and the Structuring of the Mind, Scandinavian Psychoanalytic Review, 30:22-30

Lesser, R.M. (1978). Sibling Transference and Countertransference, Journal of the American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry, 6:37-49.

Parens, H. (1988). Siblings in Early Childhood: Some Direct Observational Findings, Psychoanalytic Inquiry, 8:31-50.

Slavson, S.R. (1950). Transference Phenomena in Group Psychotherapy, Psychoanalytic Review, 37:39-55

Vallino, D. (1998). Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi dei bambini. Borla, Roma

Vallino, D., Macciò, M. (2004). Essere neonati. Osservazioni psicoanalitiche. Borla, Roma

Vallino, D. (2009). Fare psicoanalisi con genitori e bambini. Borla, Roma

Vivona, J.M. (2010). Siblings, Transference, and the Lateral Dimension of Psychic Life. Psychoanalytic Psychology, 27:8-26

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