Cinzia Chiappini: Sopravvivere alla catastrofe

Un bambino alle prese con il trauma dell'abbandono

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Presento il caso di un bambino adottivo, che ho visto in consultazione insieme ai suoi genitori: alle prese con il suo trauma, egli lascia emergere, nei suoi disegni e nei suoi sogni, i legami affettivi preesistenti.

Sappiamo che l’essere stati abbandonati, seppure in età precoce, costituisce un’esperienza catastrofica, dal momento che comporta una drastica rottura dei legami preesistenti con conseguente crollo di fiducia in sé e nel mondo, tuttavia sembra che, nei bambini adottati, legami affettivi preesistenti all’adozione possano riemergere nella mente (Artoni 2006). E’ anche il caso del mio paziente: nei suoi giochi e nei suoi disegni troveremo infatti tracce di ferite traumatiche, intense emozioni e stratagemmi difensivi (Artoni 2006).

Dipinto di Georges de la Tour: la chandelle Georges de la Tour: la chandelle

Ho scelto di incontrare il bambino insieme ai suoi genitori, secondo il modello della Consultazione Partecipata (Vallino D. 1998, 2002, 2009), per motivi inerenti alla necessità di costruire, prima di qualsiasi progetto terapeutico, un legame di fiducia e di collaborazione tra me terapeuta, i genitori e il loro bambino. Far partecipare i genitori alle sedute invitandoli a osservare e a giocare con il loro figlio e a riflettere in seguito, a parte, con la coppia dei genitori sulle storie, i giochi e le dinamiche osservate, dà modo al terapeuta di osservare incomprensioni e/o aspetti patologici della relazione familiare. Di conseguenza, si arriva a formulare una proposta di lavoro che tiene conto dei bisogni di tutti.

 Il saggio è stato pubblicato in Famiglie  (a cura di Dina Vallino e Marco Maccio'),  Quaderni di psicoterapia infantile n.63, Borla,  Roma 2011.  L'Autrice è psicoterapeuta, Post-Graduate Diploma in Psychoanalytic Observational Studies Tavistick Clinic e A.I.P.P.I., esperta in terapie di bambini e famiglie

In diversi momenti della storia della psicoanalisi alcuni analisti hanno riconosciuto che la presenza dei genitori nella consultazione con il bambino può costituire un apporto significativo; di questo parere furono Hug-Helmutt, Bowlby e Winnicott. Bowlby cercò di superare una situazione di impasse con un bambino organizzando una seduta con tutta la famiglia e Winnicott, ad un certo punto della sua carriera professionale, arrivò a pensare che in molti casi (laddove non vi era grave patologia nei genitori) sarebbe stata utile una consultazione terapeutica con la famiglia allo scopo di orientare il nucleo familiare rispetto al bambino e alle sue esigenze; in questa prospettiva era arrivato ad affermare in diverse occasioni che doveva considerarsi un nostro errore usurpare il ruolo dei genitori (Winnicott 1965, p. 158, 164).

Vedere il bambino (o la bambina) insieme ai genitori lo fa sentire protetto da loro e in una situazione di massima sicurezza soprattutto quando dobbiamo occuparci di bambini adottati. Per questi bambini è molto penoso, anche se a volte inevitabile, affidarsi alle cure di altri, in quanto il timore di sentirsi nuovamente rifiutati è sempre dietro la porta, come ben illustra Claudia Artoni Schelsinger in un libro che raccoglie la sua lunga esperienza nel campo delle adozioni: “Ho potuto più volte osservare come l’essere messi in psicoterapia accentui in loro il senso della diversità e la paura di essere un’altra volta affidati ad altri, attivando ansie di abbandono” (Artoni Schlesinger , 2006, p. 93).

 

L’incontro con i genitori

 

Andrea ha sette anni, proviene da un paese dell’Europa dell’Ested è stato adottato quando ne aveva tre. Vengo contattata dai genitori per i problemi che il loro secondo figlio adottivo presenta. Andrea, da qualche mese ha frequenti crisi di rabbia immotivate: ad esempio dà uno spintone al papà mentre giocano insieme, oppure smette all’improvviso di divertirsi e lancia in aria quello che gli capita sottomano. Di fronte a questi comportamenti i genitori avvertono una particolare difficoltà a intervenire in modo utile, comprendendo che c’è una sofferenza di cui non si spiegano l’origine. Mi dicono di aver provato a tenere diversi atteggiamenti, consigliandosi sempre con l’équipe che in questi anni li ha seguiti nell’iter pre e post-adottivo e verso cui sentono molta riconoscenza. Riferiscono che hanno provato a distrarlo, a coccolarlo, a rimproverarlo, e infine ad ignorarlo. Questo ultimo comportamento è quello che ha ottenuto il miglior effetto, pur non limitando la frequenza delle crisi. Andrea, infatti, riesce a calmarsi e a ricomporsi quando rimane da solo e poi va a chiedere scusa; ma siccome è preso dalla paura di non essere perdonato, diventa lamentoso e reitera a lungo le sue scuse. In quel momento penso a forti sensi di colpa di natura persecutoria che attanagliano la sua mente, gettandolo in uno stato di prostrazione emotiva. Durante questiepisodi critici Micaela, la prima figlia adottiva con cui Andrea ha un buon rapporto, svolge un ruolo importante di sorella maggiore e lo aiuta a riflettere. Ma c’è anche un altro comportamento che li preoccupa: Andrea ha l’abitudine di dondolare la testa sul cuscino per addormentarsi e, da alcuni mesi, questi movimenti si sono estesi ad altri momenti della giornata, ad esempio di mattina e prima di andare a scuola, oppure durante un tragitto in macchina. Quando il bambino è in preda a questo tic, il bambino non vuole assolutamente essere “disturbato”. Riflettiamo insieme sulla possibilità che il dondolio rappresenti una sorta di stordimento mentale, per evitare i momenti angoscianti che si presentano quando si prefigura una separazione. Mi vengono in mente i bambini degli orfanotrofi descritti da Spitz, che considera il dondolio un’attività autoerotica e prova misurabile del disturbo sofferto nel campo delle relazioni oggettuali (Spitz, 1958). Tenendo conto che Andrea soffre ancora d’enuresi notturna, motivo per cui di notte porta il pannolino, ispirandoci a Bick, potremmo aggiungere che all’io sofferente è recato sollievo dall’isolarsi dentro il proprio corpo, sia nelle sensazioni propriocettive di dondolamento che di bagnato , avendo cancellato il legame con il mondo esterno, presente e passato.

Andrea frequenta la prima elementare. Si è inserito bene nel gruppo dei compagni ma continua ad aver timore della maestra, nonostante ella sembri ben disposta nei suoi confronti. I compiti a casa diventano un problema perché Andrea perde facilmente fiducia in se stesso e si rifiuta di concluderli, appena si trova di fronte ad una difficoltà. Nell’anno precedente la consultazione, Andrea aveva seguito un trattamento di psicomotricità consigliatogli dopo una valutazione psicologica, perché era diventato improvvisamente balbuziente. La balbuzie, ora rientrata, si era manifestata in due diverse occasioni in concomitanza alla temporanea permanenza di una persona estranea in famiglia. In un’occasione si trattava di un’amica della sorella che era andata con loro in vacanza, in un’altra invece era accaduto che i genitori avessero ospitato per qualche mese una giovane parente.

Chiedo qualcosa sui giochi prediletti da Andrea e i genitori mi riferiscono che ama inventare storie complesse di combattimenti tra animali, ma non vuole giocare da solo. Penso alla solitudine che questo bambino potrebbe aver provato per lungo tempo e che non gli permette di essere capace di stare da solo, come osserva Winnicott quando scrive che : “ La maturità e la capacità di essere solo implica che l’individuo abbia avuto la possibilità, grazie a cure materne abbastanza buone, di costruirsi la fiducia nell’esistenza di un ambiente benigno.” (Winnicott , 1957, p.33).

Nel complesso i genitori, anche se molto provati dal suo comportamento, mi sono sembrati capaci di cogliere i bisogni del bambino e la sua sofferenza.

A questo colloquio iniziale hanno fatto seguito sei sedute: quattro col bambino ed un genitore e due con la coppia, a metà e a fine lavoro, per riflettere su quanto emerso nelle sedute.

 

Cenni biografici

Ho avuto notizie, da una storia che i genitori hanno scritto per lui e che gli hanno letto quando aveva cinque anni, di alcuni dati biografici.

Andrea è figlio di una ragazza madre che non riusciva ad occuparsi di lui. Pare che da piccolo si ammalasse spesso e che sia stato ricoverato a lungo in ospedale a causa di una broncopolmonite. All’epoca del ricovero presentava piaghe da decubito.

Guarito, Andrea è stato ospitato in quella che i genitori chiamano la “casa dei bambini”, dove ha trascorso due anni in attesa di essere adottato. La mamma, che lo visitava all’inizio, poi lo ha abbandonato. In Istituto ha imparato a camminare, a dire le prime parole, a giocare a palla. Gli piacevano le feste, ballare e cantare. Il primo incontro tra Andrea e i suoi nuovi genitori è avvenuto quando aveva poco meno di tre anni e non conosceva nessuna parola d’italiano. Avendo a disposizione una palla, i genitori e il bambino hanno trascorso la giornata giocando. Mi ha molto colpito la loro capacità di immediatezza relazionale. Questo in sintesi è ciò che il bambino ha appreso della sua storia.

Dopo qualche mese dai primi contatti con i genitori adottivi, Andrea arriva in Italia. La mamma si ricorda che il bambino era molto fisico e in ritardo sotto il profilo cognitivo, si esprimeva poco nella sua lingua e per nulla in italiano. La madre si è dedicata a lui per alcuni mesi sospendendo il lavoro. Andrea, poi, è stato inserito alla scuola materna dove ha legato con i bambini più grandi e più monelli.

 

Le storie di Andrea

Fin dai primi momenti Andrea è apparso un bambino vitale, aperto alla relazione e comunicativo. Nella prima seduta, alla presenza della mamma, racconta e mette in scena la storia di Spider-man che gli piace tanto. Mi spiega che ci sono due personaggi di nome Spider-man, il Rosso e il Nero che sono continuamente in lotta. Spider-man nero è più forte e più cattivo ma alla fine è destinato a morire. Questa storia mi pare indicativa della sua lotta interna per tenere a bada sentimenti angoscianti: ci porta immediatamente al cuore del problema? Ora Andrea si immedesima in un super eroe buono che affronta vicende terribili di ogni genere, ora diventa quel personaggio cattivo che vuole distruggere il mondo intero. Si potrebbe dire che il dolore per le precoci esperienze traumatiche si trasformi talvolta in eccitazione maniacale e talvolta in rabbia esplosiva.

Il bambino accompagna i racconti con molti tic facciali: apertura improvvisa della bocca, contrazioni dei muscoli in smorfie, movimenti oculari incontrollati. I tic lo costringono ad un eloquio lento e suscitano l’impressione, in me che lo osservo, di una considerevole fatica emotiva volta a trattenere qualcosa. Penso che nel corpo siano depositati frammenti di esperienze che non sono ancora diventati pensieri.

Nella seconda seduta alla presenza del papà, Andrea costruisce una lunga ferrovia sforzandosi di collegare pezzi di binari con pezzi di strada. Questo lavoro, che gli prende parecchio tempo, dal momento che gli incastri non sono uguali, mi sollecita il pensiero che stia cercando di riallacciare con fatica dentro di sé periodi diversi della sua vita. Ultimata la ferrovia, Andrea costruisce dei piccoli villaggi lungo i binari con alberi e casette, quindi prende un treno dicendomi che sta attraversando i villaggi del paese in cui è nato. Il papà mi guarda con un’espressione di sorpresa (nel colloquio successivo con i genitori, mi riferirà che Andrea non ha mai fatto cenno al suo paese di origine in questi anni).

Ad un certo punto succede un incidente: il treno è fermato da un orso bianco che, con molta ferocia, si avventa prima contro i vagoni e poi contro le case dei villaggi, portando ovunque distruzione. Di nuovo sono sollecitata a pensare che quando Andrea è sfiorato da sofferenze psichiche difficili da contenere e quindi insopportabili viene preso da rabbia violenta. In altre parole l’orso–Andrea finisce per avere un attacco esplosivo di rabbia quando s’imbatte nella ferita dell’abbandono. Ritengo che un’interpretazione, che gli parli della sua rabbia, sia prematura e rischierebbe di bloccare lo sviluppo del racconto; per questa ragione preferisco fare qualche commento cercando di avviare un dialogo.

Permettere ad Andrea di condividere con me una storia, situandola in un “Luogo Immaginario” risulta essere un’operazione necessaria per permettergli di raccontare il suo trauma collocandolo in qualche luogo altrove rispetto al proprio mondo abituale. E’ importante per lui che l’indicibile sia messo a una certa distanza spaziale e temporale da emozioni incandescenti (cfr.anche Vallino, 2000, p.14). Vivian Lamarque, poetessa e scrittrice per l’infanzia, che pure fu adottata da piccola, racconta : “Di poesie, di fiabe, di storie me ne raccontavo tante allora ma, questo è il punto, non erano «storie condivise. Mi mancava l’ascolto” (Lamarque 2000, p. 148).

Il padre commenta che questi racconti, in cui ad un certo punto succede un evento drammatico, sono tipici di Andrea. Ritengo che siano rappresentazioni da ascoltare anche come comunicazioni del disorientamento del bambino: del suo sentirsi andare a pezzi quando si è abbandonati.

Verso la fine dell’ora Andrea mi chiede un po’ di tempo per disegnare un aereo che sia come quello che l’ha portato in Italia. Disegnerà un aereo molto bello con colori vivaci, facendomi pensare che accanto a momenti dolorosi è capace di sentire emozioni positive relative all’essere voluto, desiderato, accolto con amore.

Apprendo nel colloquio con i genitori, successivo a queste due sedute, che il bambino chiede spesso di raccontargli la storia del film “L’Era glaciale 3”, un racconto a lieto fine, che narra le imprese di un dinosauro femmina alla ricerca delle uova a lei sottratte mentre era andata in cerca di cibo. Le uova erano state prese da un bradipo che nel frattempo si era affezionato moltissimo ai piccoli nati. Dopo una violenta lotta i due animali capiscono le loro reciproche intenzioni e decidono di vivere tutti insieme. Rifletto con i genitori sul possibile significato di questa storia rilevando come essa sembri dar voce agli sforzi del bambino per integrare dentro di sé le due madri, quella che gli ha dato la vita e quella che l’ha salvato dai predatori. Questa integrazione dovrà necessariamente passare attraverso l’elaborazione dolorosa del lutto per le sue origini, generato, come scrive Kancyper, dalla perdita dei suoi genitori naturali e dal passaggio ai genitori adottivi (Kancyper 2010).

Riporto ora alcune vignette cliniche relative alla terza e quarta seduta di consultazione partecipata.

 

Nella terza consultazione Andrea e il papà arrivano con largo anticipo. Li faccio accomodare in sala d’attesa.

Quando vado a chiamarli, il papà mi dice che Andrea non c’è. Rispondo che andrò a cercarlo. Mentre mi guardo attorno, Andrea esce all’improvviso da dietro la porta facendo un balzo che mi ricorda Spider-man, il personaggio da lui amato: “Ciao Spider-man”, gli dico, e aggiungo: “devo spaventarmi?”. Mentre gli parlo mi accorgo che indossa proprio una maglietta con la faccia dell’uomo ragno. Andrea sorride. Entrati nello studio si guarda in giro e critica la casetta perché oggi è arredata con pochi mobili (segno del passaggio di altri bambini). Lo invito a guardare nel cassetto dove può trovare gli arredi che cerca, ma lui non è interessato. Dal suo cassetto prende il didò e lo spalma sul foglio facendo un disegno che rappresenta una nave dei pirati. Il didò viene stesoin grande quantità facendomi pensare ad una certa sua avidità.

Sotto la nave, con un pennarello, raffigura il mare. Il papà, che oggi ha un tono di voce lamentoso, gli chiede come sia questo mare: “E’ in tempesta Andrea eh, che dici, è in tempesta?”. Andrea risponde di no, seccato dalla domanda e ripone il disegno. Si aggira per la stanza, pare faccia fatica a trovare qualcosa che lo interessi. Ad un certo punto prende la scatola degli animali e ne passa in rassegna alcuni nominandoli appropriatamente, ad es.: “Questa è un’orca, questo un delfino”… poi si sofferma sui dinosauri, “Questo ce l’ho, questo no”, con richieste insistenti a me e al padre per portarseli a casa o andare a comperarli. Anche il papà mi segnala la sua avidità: “Ad Andrea i giochi non bastano mai…”.

Prende le macchinine, commenta che lui ne ha poche e mi chiede se gli altri bambini ne hanno come lui o di più e alzatosi vorrebbe aprire altri cassetti. Gli dico che non mi sembrano poche le sue macchine e aggiungo che forse a lui sembrano così poche perché si sente triste e sente che gli manca qualcosa. E’ la prima volta che mi permetto di fare un riferimento alla sua sofferenza di deprivazione. Andrea mi guarda. Poi prende un’ambulanza e un bambino, immagina che la casetta sia l’ospedale e dirige l’ambulanza verso il garage dell’Ospedale. Il papà corregge il termine garage con Pronto Soccorso e Andrea è d’accordo. Mentre lo ascolto, mi viene in mente il suo ricovero in ospedale da piccolo in gravissime condizioni. Intanto sono ricominciati i movimenti ticcosi sul volto, che mi supportano nell’idea che il gioco abbia a che fare con sentimenti molto penosi. Intervengo allora per aiutarlo a continuare il racconto. Prendo un dottore e gli do voce chiedendo cosa abbia questo bambino, ma Andrea scuote la testa lasciando intendere che non vuole continuare.

Rivolge ora la sua attenzione verso altre macchine. Accadono ripetute scene d’incidenti a cui seguono lotte tra diversi animali feroci, senza che qualche mio intervento (del tipo “non arriverà nessuno in aiuto?”) modifichi un po’ lo scenario. Il gioco assume pertanto la modalità di una coazione a ripetere qualcosa che intrappola la mente del bambino, diventa ripetitivo, privo di sviluppo e di senso di piacere. Penso che la qualità compulsiva del gioco da un lato segnala il suo vissuto traumatico, dall’altro tiene a bada il dolore e ne impedisce il superamento: in queste lotte reiterate si nasconde il trauma. Saluto il bambino con la sensazione di non averlo aiutato abbastanza a lenire questo sentimento rabbioso/doloroso.

 

Nella quarta consultazione, con la madre, Andrea si presenta sorridente, indossa la sua solita maglietta di Spider-man di cui pare vada orgoglioso. Osserva i giochi, commenta che la casetta contiene molti più mobili, apre qualche cassetto non suo, ritrova disegni e didò nel suo cassetto e, sollecitato dalla mamma, prende il didò dicendo che farà un vulcano. Nel prosieguo, vuole rappresentare la colata di lava dopo aver modellato un grosso vulcano con tutto il didò rosso che ha a disposizione e disponendo il didò giallo dentro il cratere e sui fianchi del vulcano,. La mamma cerca di partecipare al gioco preparandogli con il didò nero un po’ di lava e spiegandogli che il magma quando si raffredda diventa nero, ma Andrea non gradisce e lascia sul tavolino il lavoretto della mamma. La mamma si dispiace per questo rifiuto, che così commenta: “Quando ha in mente una cosa non lo distoglie nessuno”.

Andrea ora dispone nel cratere anche un po’ di plastilina bianca per rappresentare il fumo. Quindi prende altro didò giallo, lo taglia in tanti piccoli pezzetti, e li cosparge intorno alla casa dove vive una famiglia composta da genitori, nonni e tre bambini, di cui uno neonato (tutti i personaggi che ha a disposizione). La lava entra in casa ricoprendo i mobili e le persone adulte. Sulle prime i due bambini più grandi si mettono in salvo scappando fuori dell’ abitazione. Arrivano gli orsi che rovistano nella casa in cerca di cibo, mentre i due bambini che prima erano fuggiti ora vengono sommersi dalla lava impetuosa e muoiono. Nell’assistere alla scena di queste catastrofi la mamma si scoraggia e sottovoce mi domanda quando finirà; è come se, entrambe, entrando nel gioco, provassimo dispiacere per la morte dei bambini. Poi la lava arriva a ricoprire uno dei due orsi. L’altro orso si aggira inquieto e arrabbiato nei dintorni. Dico che forse è addolorato per il suo amico scomparso. Cerco in questo modo di accendere un sentimento di amicizia e di relazione in Andrea. Lui si dice d’accordo e allora fa in modo che l’orso ritrovi il suo amico e lo salvi. Sopraggiungono altri pericoli…Anche il neonato, che era sopravvissuto nella sua culla agli attacchi degli orsi famelici, soccombe adesso alla colata di lava.

Quando gli annuncio che è ora di salutarci Andrea mi chiederà di fermarsi ancora un momento per disegnare il vulcano.

Questo racconto, diversamente dal precedente gioco di scontro tra animali o automobili, fa emergere una parte più viva del bambino, meno coartata; si potrebbe dire che il trauma non ha pervaso completamente il Sé e Andrea oscilla tra un sentimento di rabbia che sommerge tutto come la lava, e una richiesta di aiuto come accade per uno dei due orsi.

 

Nell’ultimo colloquio con i genitori rileggo le storie di Andrea e le commento insieme a loro. Vediamo come in esse si individuano tracce di deprivazione, dolore, rabbia, senso di impotenza ma anche il desiderio di essere liberato da questi sentimenti dolorosi. Pensando alla deprivazione, la mamma si domanda se Andrea non cerchi, con l’enuresi notturna, un supplemento d’accudimento. Mi è sembrato interessante che la mamma abbia interpretato in questo modo la regressione del bambino.

Apprendo dai genitori che, da quando è cominciata la consultazione, sono notevolmente diminuiti gli scoppi d’ira di Andrea ed egli ha potuto avere con loro qualche scambio di tenerezza in più.

La madre, con cui Andrea ha un rapporto più conflittuale, riferisce che presenziando alle sedute di gioco le è venuta l’idea di introdurre dei pupazzi attraverso i quali fa alcuni commenti sia col gioco che con richieste e riferisce di sentirsi più ascoltata dal bambino.

Conveniamo pertanto sulle buone risorse di Andrea che ha saputo trarre vantaggio dai pochi incontri avuti, e pensiamo, data l’ intensa sofferenza mentale che il bambino ha comunicato con ticfacciali, dondolii del capo, enuresi e scoppi d’ira, che si renda utile a questo punto per lui un percorso di psicoterapia. Uno degli obiettivi della psicoterapia sarà quello di aiutare Andrea a sopportare i vissuti laceranti che ha espresso nelle sedute.

Un aspetto della consultazione partecipata che utilizzo anche nel corso della psicoterapia, fino a quando il lavoro con i bambini non si è ben consolidato, è il mantenimento di colloqui frequenti con i genitori, atti a rafforzare un sentimento di fiducia e di collaborazione tra me e la famiglia, per favorire l’interrogarsi dei genitori sugli aspetti problematici.

 

Riflessioni conclusive

Andrea ha una storia dolorosa e complessa con cui sta cercando di fare i conti. C’è il difficile compito di integrare dentro di sé due coppie di genitori, quelli che gli hanno dato la vita e quelli che lo hanno adottato (che troviamo ben rappresentato nella storia dell”Era Glaciale 3”). C’è l’esperienza di essere stato abbandonato, che ha provocato una rottura nella dimensione storico- temporale della sua esistenza, scatenando scompiglio, dolore e rabbia (come succede quando l’orso arriva al villaggio e ferma il treno).

Nella consultazione di Andrea mi sono prefissata di fare una valutazione del bambino, dei suoi legami familiari e della possibilità di avviare un percorso psicoterapeutico.

Ho fatto pochi interventi e quasi mai interpretativi durante la messa in scena dei suoi racconti fantastici, seguendo innanzitutto la traccia indicatami dalla mamma in seduta, vale a dire che Andrea è un bambino che non si distoglie facilmente da quello che ha in mente e vuole fare. Ho cercato invece di puntualizzare e chiarire con Andrea alcuni momenti di queste storie, dando nome a stati d’animo che ritengo possano essere accettati come appartenenti ai personaggi, prima che a se stesso. Nella consultazione di Andrea con i suoi genitori non ho lavorato cercando di rendere subito note le difese ma ho favorito l’accoglimento delle sue fantasie così come emergevano nelle narrazioni e nei disegni, convinta che, come scrive Fachinelli: “Un’analisi basata sistematicamente sullo smantellamento delle difese incontra ad ogni passo quel pericolo che le ha fatte erigere. Da ciò un rinnovato impulso a difendersene. Come un demolire e costruire di nuovo, continuamente, dighe, barriere. Piuttosto lasciar affluire, lasciar defluire, immergersi, nuotare nella corrente”( Fachinelli 1989, p. 20).

Aver potuto condividere con i suoi genitori sentimenti penosi, utilizzando storie e disegni, ha favorito una certa distensione nei loro rapporti, infatti “sintomi del tipo più vario sembrano attenuarsi sino a scomparire quando, durante la consultazione, vengono riconosciuti dai genitori come comunicazioni che sino a quel momento venivano da loro regolarmente fraintese” (Vallino 2009, p. 169).

 

BIBLIOGRAFIA

 

Artoni   Schlesinger C. (2006), Adozione e oltre. Borla, Roma.

 Fachinelli E. (1989), La mente estatica. Adelphi, Milano.

 Kancyper L. (2010), La memoria del rancore e la memoria del dolore in un adolescente adottivo, Seminario presso COSPES, Milano.

Lamarque V. (2000), “Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice”. in La Storia e il luogo immaginario, Quaderni di Psicoterapia Infantile, 41, Borla, Roma.

 Spitz  R. (1958), “Studio psicoanalitico sullo sviluppo delle relazioni oggettuali, in Il primo anno di vita. Armando, Roma.

 Vallino D. (2002), “La consultazione con il bambino e i suoi genitori”, in Rivista di Psicoanalisi, 2002, XLVIII, 2.

 Vallino D. (2000), “Introduzione” in La Storia e il luogo immaginario.  Quaderni di Psicoterapia Infantile, 41.

 Vallino D.(2009), Fare Psicoanalisi con Genitori e Bambini. Borla, Roma.

 Winnicott D.W. (1965), “Il concetto di trauma in relazione allo sviluppo dell’individuo all’interno della famiglia”, in Esplorazioni psicoanalitiche, Cortina, Milano 1995

 Winnicott D.W. (1957, “ La capacità di essere solo”, in Sviluppo affettivo e ambiente Armando, Roma,1970 .

 

 

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