Silvia Lepore: La sedia vuota

Il posto dei figli nella separazione dei genitori, tra psicoanalisi e diritto

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 Mi sono occupata in passato di separazione dei coniugi e di affidamento dei figli prima di dedicarmi a tempo pieno alla professione di psicologa. La duplice esperienza professionale mi ha consentito di venire a contatto con il conflitto famigliare nei diversi ambiti, quello legale e processuale in cui si svolge la vicenda giudiziale della separazione e quello privato delle relazioni personali della famiglia, della coppia e dei figli. Ho avuto a che fare con colleghi avvocati e psicologi, consulenti, giudici ed assistenti sociali ed è maturata in me la convinzione che sia necessario avvicinarsi con un atteggiamento nuovo ai problemi della separazione, con un nuovo modo di lavorare con la famiglia in crisi, volto ad integrare le diverse competenze che, pur mantenendo le proprie specificità e non invadendo i rispettivi campi di conoscenza, imparino a comunicare fra loro cercando di comprendere i numerosi, diversi aspetti che la separazione famigliare mostra di sé (cfr. Dina Vallino 2009, p.55).

foto di una sedia vuota in mezzo a una strada che si perde in un orizzonte indistinto la strada e la sedia vuota

L'Autrice è psicologa clinica e avvocato. Il saggio è stato pubblicato in Famiglie ( a cura di D. Vallino e M. Maccio'), Quaderni di psicoterapia infantile n. 63, Borla, Roma 2011.

Far dialogare le diverse professionalità è ancora un terreno irto di ostacoli e minato da profonda e reciproca diffidenza; più semplice è isolarsi nel proprio ambito tecnico1.

Nel riorganizzare la mia esperienza vorrei partire dal ripensare a quanto accadeva nei primi colloqui con un coniuge che si rivolgeva a me, in quanto avvocato, per separarsi.

Avvocato io mi voglio separare, non ce la faccio più, siamo in crisi da tempo, mio marito/ mia moglie vuole il divorzio…”. Il primo appuntamento, con un avvocato è come quello con lo psicologo un momento molto delicato, importante. E’ un incontro denso di emozioni a cui il coniuge spesso decide di essere accompagnato da un genitore, un parente, un caro amico, a volte il nuovo compagno o compagna. Si portano emozioni, timori, aspettative, ansie, preoccupazioni, pensieri spesso disorganizzati che iniziano a circolare invadendo spazi di pensiero e consapevolezza.

L’imbarazzo iniziale è presto colmato dalle domande di rito del professionista che aiutano a rompere il ghiaccio incoraggiando il racconto del cliente. Nella maggior parte dei casi, chi racconta la storia della propria unione e le sue vicissitudini fatica a dare un ordine alla propria narrazione e alla cronologia dei dati si alternano racconti degli episodi della propria vita. Solo alcuni coniugi, i più “tecnici”, si sforzano di seguire un percorso narrativo ordinato secondo una logica temporale.

L’avvocato non è una figura professionale fredda, distaccata e calcolatrice ma è emotivamente coinvolto nella storia del cliente.

Nelle narrazioni il cliente dà precedenza agli accadimenti che riescono a rendere convincente la propria versione dei fatti e che iniziano a caratterizzare la ricostruzione, inesorabilmente parziale, degli eventi che hanno segnato il rapporto coniugale e familiare. La ri-costruzione2 con il passare del tempo viene messa a punto “a più mani” insieme ad avvocati e consulenti tecnici. Accanto a questi vi sono poi molti altri consiglieri, comparse improvvisate, parenti, amici, conoscenti, ipotetici testimoni, tutti fatalmente attirati dalle vicende umane più tormentate.

Non si deve attendere molto perché si apra la voragine delle recriminazioni e delle accuse all’altro coniuge, alla sua famiglia d’origine, ai suoi amici e a tutto ciò che lo riguarda. L’avvocato è dal principio l’altro da persuadere delle proprie ragioni affinché sostenga con convinzione il proprio punto di vista, anche a costo di piccole bugie ed espedienti. E’ inquietante sentirsi dire “lei è il mio avvocato”; quel “mio” lascia trasparire il desiderio di possedere il professionista e, con esso, un potente strumento attraverso cui esprimere aggressività e desiderio di vendetta contro l’altro coniuge. Il rapporto professionale rischia così di trasformarsi in un patto collusivo, piuttosto che in una relazione orientata secondo i principi della competenza e dell’etica professionale.

L’avvocato diventa allora un alleato privilegiato nella guerra contro l’altro, se ne fa parte attiva. Questo perché la storia del cliente ed i suoi sentimenti entrano in risonanza con il mondo interno del professionista, si intrecciano con la storia di quest’ultimo e divengono inevitabilmente oggetto identificazioni e proiezioni.

Si può creare quindi un potente intreccio che può inconsapevolmente spingere l’avvocato a prendersi cura della vicenda processuale del proprio cliente con fin troppo zelo. Tale processo identificatorio è assai pericoloso poiché rende difficile il compito di trovare quella giusta distanza che chi assiste e difende deve saper tenere tra la propria esperienza di vita, la propria storia e quella del cliente. Il rischio è che il contrasto fra i coniugi si trasformi in una fervente battaglia legale fra avvocati: l’esito in queste situazioni è la cronicizzazione del conflitto.

Vi è poi il diverso caso in cui, nonostante gli sforzi per comprendere le ragioni del cliente, il professionista non riesce a respingere il sentimento di profondo ed inspiegabile disagio nei suoi confronti e nei confronti delle sue richieste. Questi clienti con i quali non si può empatizzare risvegliano un interrogativo etico: in fondo gli avvocati, soprattutto in una materia così delicata come quella delle relazioni familiari, non amano sentirsi mercenari.

Le due polarità, tra eccesso d’identificazione e completa mancanza di “simpatia” per il cliente, si collocano agli estremi di un continuum fra cui vi sono fortunatamente situazioni intermedie dove il rapporto riesce ad instaurarsi in modo più equilibrato e consapevole. Nelle due posizioni estreme, però, per l’avvocato diventa assai difficile mentalizzare3 la situazione di conflitto. Mentre il cattivo incontro porta spesso ad un’interruzione fisiologica del rapporto con il cliente4 il caso di un eccesso di identificazione conduce pericolosamente a confondere i limiti fra sé e l’altro e a portare avanti il procedimento come se si trattasse di qualcosa di proprio, della propria battaglia.

La questione in questi casi, potremmo dire con Bion, diventa: “Dove finisce la mia personalità, e dove comincia quella di qualcun altro?” (Bion 1974, p. 308).

In ogni caso credo che il ruolo dell’avvocato di famiglia non debba essere oggetto di facili critiche: è un compito, un mestiere che mette direttamente a contatto con il profondo dolore della perdita e con una sofferenza che chi decide di dedicarsi professionalmente alla separazione familiare ha spesso già provato e di cui custodisce nel profondo ferite e cicatrici. E’ inoltre richiesta la capacità di tollerare e gestire la componente fortemente scissionale del lavoro poiché in fondo il cliente chiede di farsi carico delle proprie pretese, delle proprie ragioni trascurando tutte le altre, in particolare quelle dell’altro coniuge5.

Inoltre bisogna tener conto della centralità di questo ruolo nella crisi familiare poiché spesso l’avvocato è la prima figura professionale a venire a contatto con i coniugi in difficoltà.

Accade di frequente di doversi occupare di quelle situazioni in cui il legame tra i coniugi è così profondamente invischiato che si fatica a comprendere se vogliono veramente separarsi. Gli avvocati, attraverso interminabili scambi epistolari, defatiganti botta e risposta all’esito dei quali la situazione di conflitto spesso regredisce a stadi ancor più primitivi, sono inconsapevolmente portati a colludere con lo stato di indifferenziazione patologica dei coniugi che invade ed offusca tutto il campo di pensiero e azione: sono quelle separazioni che non si concludono mai.

Il dolore è ancor più vivo e drammatico quando la coppia ha figli e il conflitto riguarda l’affidamento ad uno dei due genitori. La nuova legge n. 54 del 2006 ha previsto espressamente che l'affidamento sia, di regola, condiviso, cioè disposto a favore di entrambi i genitori, mentre l'affidamento ad un solo genitore rappresenta un'eccezione6:comunque ed inevitabilmente uno dei due coniugi, solitamente il padre, perde il rapporto quotidiano con i propri figli, esperienza che unita al fallimento dell’unione coniugale è spesso intollerabile.

Si apre, di solito preliminarmente in via stragiudiziale, la contrattazione in merito alle condizioni economiche, alla assegnazione della casa coniugale, all’affidamento dei figli, alla scelta della loro abitazione prevalente presso uno dei due genitori e alle modalità ed orari di visita all’altro genitore. L’avvocato spiega al proprio cliente come si svolge l’iter processuale, informandolo su quanto prevede la legge, sulle interpretazioni e gli orientamenti del Tribunale competente per il procedimento, ma in questo campo del diritto è inevitabile lo scontro con l’incolmabile distanza fra la normativa generale ed astratta e le particolarità del caso concreto in cui moltissime, sempre diverse, sono le variabili in gioco. Altro aspetto assai problematico è quello di rendere compatibili i tempi della giustizia con quelli dettati dell’urgenza delle questioni personali e relazionali, con la fretta della parte di vedere riconosciute le proprie ragioni.

Le disposizioni dell’ordinamento giuridico si intrecciano con la storia della famiglia e dei suoi componenti: si viene a formare una trama costituita dagli interventi dei rispettivi difensori, degli atti processuali, dalle eventuali consulenze tecniche d’ufficio o di parte, dalle testimonianze di parenti ed amici, trama che spesso si allontana dalla storia della famiglia e delle persone che la compongono. La ricostruzione processuale degli eventi segue le regole di certezza del diritto, cerca di basarsi su fatti circostanziati e sostenuti da evidenze probatorie; nell’interpretazione degli eventi è la logica processuale che guida l’avvocato, la loro comprensione psicologica viene dopo. Esigenze di semplificazione spingono a rinchiudere le situazioni familiari in ricostruzioni omologanti, in copioni che vengono continuamente riproposti negli atti di causa: “genitori abusanti”, “sindrome di alienazione genitoriale”, “sindrome della madre malevola”, “padre assente”, “padre/mammo” alla Mrs. Doubtfire7 e altri ancora.

Ma queste etichette hanno davvero qualcosa a che fare con la storia della famiglia?

Mi piacerebbe poter pensare al percorso giudiziario della separazione e del divorzio come ad un primo passo verso una successiva, dolorosa, consapevole elaborazione della perdita del proprio progetto di vita.

A questo proposito vorrei raccontare brevemente la storia di una mia cliente straniera, sposata con un cittadino italiano, la quale, dopo essersi separata dal marito (avevo già assistito la signora anche nel procedimento di separazione dei coniugi) ed ottenuto l’affidamento dei tre figli molto piccoli, tra i due ed i sei anni, decise di ritornare a vivere con i bambini nel proprio paese di origine per essere aiutata e sostenuta dai propri cari. La signora si trasferì con il consenso del marito, il quale da qualche tempo intratteneva una relazione extraconiugale e probabilmente per questo vedeva l’allontanamento della famiglia come una facile soluzione. In un primo tempo la signora dovette affrontare un periodo di grande difficoltà, riadattarsi ad una nuova vita, superare il lutto del fallimento della propria unione coniugale e del proprio progetto di famiglia, fallimento giunto per lei con tempi e modi del tutto inaspettati. In seguito riuscì a trovare un buon equilibrio, a far sì che i figli potessero creare nuovi interessi, amicizie, nuovi stimoli e lei stessa riuscì a ricostruirsi una vita sia affettiva che lavorativa. Il marito, invece, non ci mise molto a capire che la lontananza dai figli aveva gravemente compromesso la possibilità di una relazione profonda con loro; li separavano poche ore di aereo ma la loro era una nuova vita da cui il padre si sentiva completamente estromesso, escluso. Le comunicazioni diventavano sempre più complicate e tutte le attività che i figli crescendo intraprendevano, i buoni risultati scolastici, i nuovi interessi ed i nuovi amici, invece che essere per lui fonte di orgoglio e soddisfazione, lo portavano a disapprovare e a esprimere aggressività nei confronti dell’ex moglie e dei figli stessi. Arrivò il momento del divorzio che fu lui stesso a chiedere. E’ importante tenere presente che il divorzio, anche se anticipato dal periodo della separazione, riacutizza tensioni e riapre vecchie ferite. In fondo la sentenza con cui si chiude il procedimento di divorzio sancisce formalmente ed in via definitiva lo scioglimento del legame.

Fu in quel momento che mi ritrovai ad assistere nuovamente la signora nell’iter processuale, e mi resi conto che, pur sapendo già molte cose sulla famiglia e sulla sua storia, avevo bisogno che fosse proprio lei a raccontarmela.

La lontananza ci creava però serie difficoltà nel comunicare: al telefono era antipatico e troppo costoso e la signora non aveva nessuna confidenza con l’uso del computer e della posta elettronica. Pensai allora che l’unica via per superare la distanza fosse ricorrere alla scrittura e fu così che le chiesi se poteva prendersi del tempo per scrivere tutta la propria storia, da quando si era trasferita in Italia ed aveva conosciuto il marito fino al momento presente. Non le domandai di scrivere delle cause che avevano portato alla separazione e ora al divorzio, né di interpretare ciò che le era accaduto ma soltanto di scrivere liberamente ciò che le veniva in mente.

Inizialmente temevo che la signora avrebbe potuto vivere questa richiesta come troppo gravosa e trovarla senza senso, che avrebbe potuto trovare bizzarra la mia idea e non accettarla. Invece prese le mie indicazioni alla lettera e scrisse a mano la sua storia in quindici facciate di foglio a protocollo che unì in un fascicoletto, un piccolo libro. Mi chiese solo di poterla scrivere nella sua lingua madre, per poter meglio esprimere quanto le era accaduto e quanto provava.

Quando ricevetti il plico via posta e lessi il racconto ne fui commossa poiché la signora aveva scritto la sua storia, dall’innamoramento al divorzio, le proprie aspettative, le fatiche nel crescere i tre figli, le scelte riguardo al suo lavoro, le proprie delusioni, lo shock totale (così da lei descritto) nel momento in cui il marito le aveva comunicato di volersi separare poiché “desiderava nuovamente la sua libertà”.

Ad un certo punto del racconto, dalla grande delusione per l’inaspettata comunicazione del marito che tutto fra loro era finito e che poteva anche tornarsene al suo Paese con i tre figli, la signora iniziava a descrivere la sua nuova vita, un nuovo lavoro part-time, un nuovo uomo. Così scriveva: “Ho anche un nuovo compagno nella mia vita. E’ fantastico, mi ama e ama i miei figli. Non viviamo insieme ancora ma probabilmente prima o poi riusciremo a farlo. Non dimenticherò mai l’Italia e gli amici che avevo lì. La maggior parte di loro viene a trovarmi ogni estate ed i loro figli vengono da noi due settimane per studiare la nostra lingua. Io cucino ancora la pastasciutta tre volte alla settimana e non lascerò mai che i miei figli dimentichino da dove vengono. Ho installato una televisione italiana e l’ultima Coppa del mondo di calcio abbiamo tutti tifato per l’Italia”.

Leggendo il racconto compresi come scrivere la propria vicenda matrimoniale per sé, e per qualcun altro allo stesso tempo, aveva potuto trasformarsi in un’esperienza profondamente riparativa in cui, dopo un primo momento in cui la rabbia e la delusione avevano portato ad un’inevitabile confusione, attraverso piccoli ma costanti sforzi di riflessione, la signora era riuscita a rielaborare con profondo dolore la propria storia fino ad arrivare ad un finale in cui era divenuto possibile passare da una condizione di disperazione, odio, sconfitta ed impotenza di fronte agli eventi ad una possibile via di uscita, ad aprire una nuova finestra sulla vita.

Il divorzio si concluse con un accordo fra le parti. La signora attualmente continua a vivere felicemente con i propri figli, ormai molto cresciuti, e la sua famiglia di origine. Ci sentiamo ancora in occasione delle feste per uno scambio di auguri. Conservo ancora gelosamente il suo manoscritto.

 

Sicuramente questa non era una vicenda familiare drammatica come lo sono invece molte tra quelle che si consumano nelle aule dei Tribunali ed è certo che non per tutte le situazioni familiari è proponibile un percorso di auto riflessione e di rielaborazione della propria storia come è stato possibile per questa cliente. In ogni caso il nostro piccolo percorso è servito, grazie al rapporto di fiducia e reciproca stima, alla signora per raccontare e raccontarsi quanto le era accaduto, e nello stesso tempo a me per dare un significato nuovo al mio lavoro.

Attraverso questa esperienza ho potuto riflettere sull’importanza per il professionista di abbandonare ogni presunzione di conoscere a fondo la situazione di quel nucleo familiare, quello che si muove dietro ai fatti. Per l’avvocato che si occupa di diritto di famiglia, così come lo psicologo e altre professioni ho trovato fondamentale il concetto bioniano di Capacità Negativa: la forza di tollerare l’incertezza ed il dubbio, di astenersi dal giudizio, di tenere a bada l’impazienza e prendere il tempo necessario per pensare piuttosto che correre dietro ai fatti e alla ragione8. Anche l’avvocato può scoraggiare azioni avventate aiutando il cliente a riattivare un pensiero e a tollerare l’attesa prima di agire. Ciò consentirebbe un importante risparmio di sofferenza, oltreché di tempo e denaro9.

Comprendo che la mia suggestione di indicare come valore e dote del professionista avvocato la Capacità Negativa potrebbe sembrare paradossale, quasi provocatoria ed in palese contrasto con la necessità e l’urgenza del mondo giuridico di dare risposte rapide, giuste e certe, di agire, di fare e di non indugiare in stato di attesa. Ma questo è un campo, più di altri, in cui il mondo della legge e della giustizia incontra la dimensione psicologica e relazionale dell’esistenza ed attraversa la storia delle persone, le loro emozioni, speranze, aspettative, lutti e separazioni. Proprio per questo non vi può essere un linguaggio che prevale sull’altro: è solo la possibilità di recuperare una capacità di pensiero che può aiutare l’incontro fra i diversi orizzonti del mondo giuridico e del mondo psicologico. Penso che la Capacità Negativa possa far sì che tra i diversi personaggi che popolano la scena, siano essi parti in causa, professionisti e operatori a vario titolo, si crei uno spazio di pensiero, uno spazio in cui i diversi linguaggi possano dialogare contenendo la confusione. La Capacità Negativa quindi non come tecnica ma come pratica di vita, un modo di osservare, di relazionarsi e di vivere che trovo etico e coerente per scienziati, analisti, psicologi e, perché no, anche giudici ed avvocati. In questa direzione è possibile pensare ad un nuovo modo di lavorare con i genitori che si separano.

 Da tempo mi preoccupava osservare che la voce dei bambini rimane, nel contesto legale della separazione, spesso inascoltata.

Sappiamo che i coniugi riversano il loro conflitto nel contesto giudiziario che diventa il contenitore di tutte le emozioni negative che ne escono spesso amplificate poiché nessuno è in grado di rielaborarle. Con tale spostamento del conflitto la coppia non sente più il bisogno di affrontare consapevolmente le proprie esperienze relazionali traumatiche: le difficoltà vengono rimosse se non addirittura negate. La conseguenza è il blocco della possibilità di trasformazione del legame (Losso, 2000). Se ciò è vero per il rapporto coniugale lo è ancor di più per quanto riguarda il ruolo genitoriale: la caduta di pensiero, la mancanza di mentalizzazione, l’arresto cognitivo minaccia primariamente proprio le capacità dei genitori di rendersi conto di quanto accade ai figli durante la loro separazione. Anche se nessuno ormai nega che la separazione dei genitori sia per tutti un evento traumatico, troppo spesso si dimentica che, a dispetto della denominazione giuridica “separazione dei coniugi”, in realtà è l’intera famiglia che si separa, che viene irrimediabilmente scissa e con essa si scindono certezze, pensieri, speranze, progetti che non appartenevano solo ai genitori ma anche ai figli. Tutto il pensiero non accolto dei bambini si frantuma e si trasforma in paure, fantasie spaventose e rappresentazioni inquietanti che vagano senza più contenitore – e i bambini non le possono neppure evacuare nel calderone del procedimento giudiziario!

Ciò di cui noi adulti non siamo ancora abbastanza consapevoli è che i figli, anche se ancora molto piccoli, non devono essere considerati soggetti passivi della separazione: la vivono, invece, attivamente e se ne sentono altrettanto attivamente responsabili anche nelle separazioni meno conflittuali, che si risolvono consensualmente. Anche i bambini, infatti, partecipano alla complessità del campo emotivo che si viene a creare intorno alla coppia in crisi, qualsiasi sia l’atteggiamento che gli adulti decidono, più o meno consapevolmente, di tenere con loro: coinvolgerli ed informarli o invece lasciarli all’oscuro di tutto nella speranza di proteggerli. L’illusione di poterli non coinvolgere aiuta a tenere a bada i sensi di colpa ma i figli, anche i più piccoli, sanno, a loro modo, già tutto e convivono con tanti “perché” a cui nessuno si prende cura di rispondere.

Se per genitori è un progetto comune che fallisce, per i figli la separazione implica la perdita della coppia genitoriale come punto di riferimento. Papà e mamma non sono più insieme, non si vogliono più bene, non si capiscono più, parlano male l’uno dell’altro. Che confusione! Alla confusione, alla paura si aggiunge il senso di colpa del bambino che dalla rottura dell’unione dei genitori ha sentito avverarsi la realizzazione delle proprie fantasie edipiche di appropriarsi di uno dei due, generalmente quello di sesso opposto. Marta Badoni ha osservato che il bambino vive anche il fallimento di un proprio progetto “quello di tenere unita la coppia costituita dal padre e dalla madre, di vederla dissolversi dopo aver coltivato l’illusione, potremmo dire con Winnicott, di averla egli stesso creata” (Badoni, M., 2002, pag. 67).

Nel procedimento di separazione dei genitori il bambino è spesso il grande assente, colui di cui tanto si parla ma nulla veramente si conosce. Gli unici a conoscere il bambino sono i genitori che troppo spesso si trovano nella necessità di negare il proprio dolore insieme a quello dei figli, per non crollare. Spesso tra colleghi avvocati si dice che, nell’assistere il coniuge, si devono incoraggiare innanzi tutto le condizioni che risultano più tutelanti per i figli: “Prima l’accordo sui figli!”. Ma come avvocati cosa sappiamo in fondo di questi figli? La nostra rappresentazione non può che prendere forma a partire dall’immagine del figlio narrata dal genitore/cliente, che difficilmente coincide con quella dell’altro genitore. Spesso il figlio degli atti processuali è scisso, diviso fra mamma e papà che descrivono un bambino così diverso, così difficile da ricomporre in un’immaginare coerente. Come riportare l’attenzione sul bambino, mettendo anche solo per poco a tacere la gran confusione che si viene a creare intorno alla famiglia che si separa, quando tutto sembra urgente tranne il bisogno del bambino di essere pensato, di essere ascoltato dai propri genitori e di poter così tornare ad esistere?

Ricordo ad un recente convegno di diritto di famiglia un mediatore che ha illustrato attraverso un role playing il proprio modo di lavorare con le parti ai fini di raggiungere un accordo sulle condizioni della separazione. I genitori erano seduti uno di fronte all’altro, il mediatore fra loro e di fronte a loro era posizionata una sedia vuota. Il mediatore ha spiegato loro che quella era la “sedia dei figli”, che non erano mai presenti fisicamente durante le sedute di mediazione, ma che erano vivi nella mente dei genitori. Quella sedia era d’aiuto anche al mediatore per tenerli costantemente presenti nella sua mente.

L’immagine della sedia vuota, dello spazio dei figli così desolato e desolante, mi ha colpito profondamente sin dal primo momento e mi ha fatto a lungo pensare. Mi sono così chiesta come si potesse riempire quello spazio di vita, di pensiero, di emozioni, di dolore, come si potesse dare un senso a quel vuoto.

Mi ha dato una risposta l’incontro con la consultazione partecipata a cui mi sono avvicinata attraverso i preziosi insegnamenti di Dina Vallino.

Possiamo pensare che il compito delle figure professionali che si occupano dei problemi delle famiglie e della fase di scioglimento del matrimonio sia quello di riempire quella sedia vuota. Non è possibile interpretare il bambino, dedurre ciò che vorrebbe o ciò che sarebbe meglio per lui o per lei secondo il “senso comune” o in base ad astratte teorie psicologiche.

E allora è d’obbligo la domanda: Cosa sappiamo di quel bambino triste o arrabbiato, figlio di quei genitori confusi, in difficoltà? Cosa prova? C’è qualcuno che in questo momento pensa a lui o a lei e lo ascolta?

E’ importante provare a comprendere le fatiche che sta vivendo ed ascoltare ciò che accade nel suo mondo interno. Per fare ciò è necessario tornare ad osservare il bambino10. L’attenzione di tutti va riportata su di lui/lei, ed i genitori devono essere aiutati a riattivare e mantenere con lui una comunicazione. Se aiutati a “stare sul bambino” i genitori spesso riescono a ritagliare un preziosissimo momento di tregua per poter pensare i propri figli.

Nella consultazione, che prevede alcune sedute con il bambino e i genitori (insieme o con un solo genitore) e successivi incontri di riflessione con i soli genitori, lo psicologo cerca di creare un clima emotivo in cui sia possibile stare insieme, nella stessa stanza, ed invita i coniugi a focalizzare l’attenzione sul bambino. Nel corso della consultazione la presenza dello psicologo riattiva e sostiene la capacità dei genitori di osservare il proprio figlio: attraverso il gioco, il disegno ed il raccontare storie la coppia può iniziare a riacquistare la fiducia reciproca di poter essere entrambi genitori “sufficientemente buoni”. Ricordo una bambina, figlia di genitori separati.

Susanna durante il primo incontro di consultazione ha disegnato un paesaggio di montagna tracciando il contorno di quattro monti: dentro uno di questi ha disegnato la mamma colorando i suoi vestiti di rosso. Prima di continuare ha chiesto, rivolgendosi ad entrambi i genitori, se poteva disegnare papà nel monte a fianco alla mamma o se doveva, invece, distanziarlo, lasciare una “montagna” fra loro due. I genitori, colpiti dalla domanda della bambina, le hanno risposto di disegnarli come e dove desiderava. Susanna li ha messi vicini e ha scelto il verde per i vestiti di papà. Finito il disegno ha chiesto ai genitori di firmarlo. Poi Susanna ha iniziato a scrivere il proprio nome con il pennarello rosso ma dopo aver scritto le prime lettere, “Sus”, si è fermata di scatto e ha detto “E no!”; ha appoggiato il pennarello rosso, e ha preso il verde per scrivere “anna”, finendo così il suo nome con il colore prima scelto per il papà.

Questa bambina, durante molti incontri successivi, ha continuato a firmare i disegni scrivendo il proprio nome di due colori, per metà con il colore della mamma, il rosso, e l’altra metà con il colore del papà, il verde. Solo dopo qualche tempo è riuscita a scrivere il proprio nome di un colore solo, scegliendolo liberamente tra quelli che meglio si intonavano con i colori del suo disegno.

 

Per questi genitori poter osservare la propria figlia e poter dopo ripensare, insieme a me, a come Susanna si sentisse “divisa” e a come il loro conflitto mettesse profondamente in pericolo la sua identità è stata una piccola rivelazione che li ha aiutati a comprendere ciò che la bambina stava vivendo.

Non è quindi solo nel facilitare le visite con entrambi i genitori che è risolto l’intervento degli operatori. Anche gli avvocati di fronte alla crisi della famiglia e al disagio di genitori e figli potrebbero aprire nuove vie al lavoro con i clienti, rinunciare ad alzare il livello del conflitto, tenere presente che possono godere di una visione solamente parziale della crisi familiare, e anche aprire uno spazio per proporre ai genitori un intervento di prevenzione come quello della consultazione alla famiglia, distante dal contesto valutativo (CTU e CTP) che caratterizza invece il procedimento dinnanzi al giudice11.

In questo modo si consentirebbe alla famiglia in crisi di intraprendere un percorso che non si ferma alla sola valutazione della situazione attuale (come, invece, fanno le consulenze tecniche) né si propone solo come “spazio neutro” ma promuove un cambiamento, uno sviluppo, una crescita ed un rafforzamento del legame.

La consultazione partecipata può allora essere per i genitori il contenitore entro cui concordare una breve tregua per riuscire, aiutati dal terapeuta, a soffermarsi sul proprio bambino, a guardarlo, ad immedesimarsi con lui e a capire cosa prova in quel momento, quali sono i suoi bisogni e le sue paure. Ai genitori si offre l’opportunità, lo spazio ed il tempo per riparare ad una caduta di pensiero, al bambino la risposta alla domanda e alla speranza di essere rimesso in contatto con entrambi i propri genitori.

Solo attraverso un nuovo pensiero per i figli della separazione quella sedia vuota verrebbe occupata non solo dalle proiezioni genitoriali ma finalmente da bambini “in carne ed ossa”: quei bambini potrebbero avere la consapevolezza – nel presente – e poi ricordare – nel futuro – che, anche in mezzo a tutta quella tremenda confusione e alla crisi che ha ribaltato la loro famiglia e con essa tutte le loro certezze, i loro genitori hanno trovato la forza di pensare a loro e soprattutto di ascoltarli.

* * * * *

La famosa citazione di Tolstoj riportata all’inizio del mio articolo secondo cui ogni famiglia infelice è infelice a modo suo ci ricorda, come operatori che si occupano a vario titolo della crisi familiare, che idee preconcette, pregiudizi, procedimenti rigidi e ripetitivi non hanno senso e sono invece assai pericolosi. Ricercare nuovi equilibri e aprire un sottile spiraglio verso una nuova felicità è estremamente faticoso e solo riattivando la capacità di pensiero dei genitori e aiutando loro ad aiutare i loro bambini si può dare inizio ad un percorso che consenta di apprendere dall’esperienza, anche se si tratta di un’esperienza così dolorosa. Questa può essere la via per passare dal dolore per la perdita ed il fallimento a nuovi equilibri: attraverso l’esperienza della separazione coniugale si può sperare in una trasformazione del legame ed in una nuova felicità, come così bene ci ha mostrato con le sue parole la mia cliente straniera.

A proposito di famiglie felici ed infelici ricordo un altro bellissimo libro, il romanzo epistolare di Amos Oz La scatola nera, in cui l’autore narra la tragica vicenda familiare di due coniugi separati e del loro figlio.

Oz fa parlare direttamente i personaggi: le loro lettere sono un’esplosione di emozioni, dense di rabbia, amore, odio, passione e desiderio. Tutti questi sentimenti, nonostante la separazione e la lontananza, si conservano nel tempo sempre vivi, pulsanti anzi straripanti e nulla sembra poterli mettere a tacere o almeno quietarli. Raramente, leggendo parole d’odio e d’amore così violente, sono riuscita, insieme ai protagonisti del romanzo, a conservare fino alla fine la speranza per loro di una possibile, nuova felicità. Oz nel romanzo fa dire ai suoi personaggi che Tolstoj nella famosa frase incipit di Anna Karenina, da me citata, non scrive il vero ma, al contrario di quanto così autorevolmente proclamato, lo scrittore sostiene che sono le famiglie felici ad essere diverse mentre quelle infelici si assomigliano tutte e ripetono pochi e ormai usurati cliché di dolore.

Credo che Tolstoj e Oz abbiano entrambi ragione: se mettiamo insieme ciò che i due scrittori sembrano voler dire possiamo pensare che tutte le famiglie, felici ed infelici, siano diverse fra loro e che ogni vicenda familiare, più o meno drammatica, meriti rispetto e chieda a chi se ne occupa di essere ascoltata e compresa prima che giudicata.

Tutte le famiglie felici sono simili fra loro. Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

               L.N. Tolstoj, Anna Karenina

 “La felicità (…) è un oggetto raro e delicato, una specie di porcellana cinese, e i pochi che vi sono arrivati l’hanno foggiata e composta tratto per tratto col passare degli anni, ciascuno a propria immagine e somiglianza, ciascuno a propria misura: non c’è una felicità che assomiglia all’altra. E in quella felicità ciascuno ha impresso le proprie sofferenze e i torti subiti. Come estraendo l’oro dal piombo”.

               Amos Oz  (1987),  La scatola nera

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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Tolstoy Lev Nikolaevic (1877), Anna Karenina. Einaudi, Torino 2005.

Trombini, E. (2002) (a cura di), Il dolore mentale nel percorso evolutivo. Editore Quattroventi, Urbino.

Vallino D. (1992), “Atmosfera emotiva ed affetti”. Rivista di Psicoanalisi, 1992, III, 617-635.

Vallino, D. (1997), “Il campo psicoanalitico e il giardino segreto: una metafora per lo sviluppo del pensiero vivente”, in Gaburri, E. (a cura di) Emozione e interpretazione, Bollati Boringhieri, Torino.

Vallino D. (2002b), “Per una cultura del legame mentale tra genitori e figli”, in Trombini, E., (a cura di), Il dolore mentale nel percorso evolutivo, Editore Quattroventi, Urbino 2002

Vallino, D. (2009) Fare psicoanalisi con genitori e bambini. Borla, Roma

 

1Alcuni interessanti tentativi di integrare diverse esperienze e competenze sono già stati fatti: vorrei ricordare il lavoro di Roberto Losso (2000) il quale ha promosso in Argentina un metodo di lavoro interdisciplinare, tra avvocati e psicoanalisti, in gruppi di riflessione a orientamento psicoanalitico, allo scopo di ripensare il coinvolgimento emozionale necessariamente implicato nel lavoro con la famiglia in crisi. Egli ha cercato di promuovere, credendolo possibile, l’incontro fra mondo legale e psicoanalitico, assimilando il suo lavoro con questi gruppi multidisciplinari a ciò che già da tempo avviene in campo medico con i “gruppi Balint.”. Sempre in una prospettiva psicoanalitica un’altra iniziativa, a cui ho avuto modo di partecipare, è stata quella del Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti che ha organizzato uno dei Seminari Aperti nel 2002 rivolto a psicologi, psichiatri, operatori sanitari, avvocati e magistrati dal titolo “Separazione legale e affidamento dei figli: come aprire uno spazio di riflessione per pensare il conflitto” tenuto dalle dottoresse Claudia Balottari e Lucia Rapezzi con l’intento di sviluppare l’argomento della separazione mettendo a confronto attraverso il dialogo le diverse professionalità.

2 Si può pensare che anche in quest’ambito, come in quello psicoanalitico, gli “eventi” e i significati siano frutto della co-costruzione (Ferro 1999) operata dai vari personaggi che popolano in campo emotivo, in cui le comunicazioni “che si propagano per ESPANSIONE o per CONTAGIO, che non appartengono all'uno o all'altro interlocutore, ma sono create dalla situazione (Gaburri E. 1997 b).

 

3Mi riferisco qui al concetto di “mentalizzazione” o “funzione riflessiva” definito da Fonagy e Target come quel processo mentale mediante il quale una persona interpreta in modo implicito ed esplicito le azioni proprie e altrui, attribuendo un significato agli stati mentali intenzionali quali bisogni, desideri, credenze e motivazioni.

La difficoltà del ruolo dell’avvocato nella separazione sta nell’accedere a quella particolare caratteristica della mentalizzazione che è “il riuscire a connettere l’interno con l’esterno, a permetterci di dotare ciò che crediamo di significati che siano emozionalmente vivi ma gestibili, e di cui, quindi, non dobbiamo difenderci” (Target M., Fonagy P. 1996, p. 167).

4Mi viene in mente che tempo fa persi una cliente che in modo non diretto ma piuttosto esplicito mi domandava di aiutarla ad impedire che la sua bambina frequentasse il padre. Non convinta che il padre fosse poi così tremendo cercai di spiegarle che difficilmente un giudice, valutata la situazione della famiglia, avrebbe adottato un provvedimento restrittivo del diritto di visita del papà. L’impatto con l’esame di realtà e probabilmente anche con il mio pensiero, ancora inespresso ma presente dal principio nella mia mente, riguardo a quanto fosse ingiusta la sua domanda portò la signora a togliermi in modo assai brusco l’incarico di assisterla, inviandomi una e-mail, senza volermi più parlare nemmeno per telefono.

5 Quando parlo di componente scissionale del lavoro mi riferisco a quanto è difficile, per l’avvocato, vedere la separazione in tutta la sua complessità, tollerandone le contraddizioni, vederla – potremmo dire in termini psicoanalitici – come un “oggetto intero”, sostando in posizione depressiva. Al proprio cliente – l’“oggetto buono” – vengono attribuite tutte le ragioni, mentre sulla controparte – l’“oggetto cattivo” – vengono proiettati tutti i torti e tutte le colpe.

6 L’articolo 155 c.c. così come riformato dalla legge 54/2006 prevede che il giudice valuti prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori. Solo nel caso in cui l’affidamento condiviso sia contrario all’interesse dei minori il giudice può provvedere all’affidamento ad un solo genitore. Prima della riforma del 2006 l’art. 155 c.c. prevedeva che il giudice della separazione dichiarasse a quale dei coniugi dovevano essere affidati i figli, stabilendo poi in quale misura ed in che modo l’altro coniuge dovesse contribuire al mantenimento all’istruzione e all’educazione dei figli nonché alle modalità di esercizio dei diritti del genitore non affidatario nei rapporti con i figli.

 

7 Mrs. Doubtfire - Mammo per sempre - (1993) film con Robin Williams.

8 Ripreso da Keats, J. (1817) Lettere sulla poesia. Feltrinelli, Milano, 1998.

9 Sicuramente questo nulla ha a che fare con le imprese giudiziarie di molti avvocati noti ai media e frequentemente citati negli articoli di cronaca per la notorietà dei clienti assistiti. Penso che debba essere uno sforzo comune, una prospettiva di lavoro di professionisti e parti in causa, quella di rinunciare ad insinuazioni, raggiri, bugie, ricatti, agenzie investigative, fotografie e così via.

 

10 La Consultazione Partecipata ed il lavoro di Dina Vallino si è sviluppato integrando il lavoro clinico al lavoro osservativo, come estensione alle consultazioni dell’Infant Observation, metodo osservativo proposto originariamente da Esther Bick alla fine degli anni ’40,

11 In Italia già da qualche tempo si è costituito un movimento per la diffusione del processo collaborativo nell’ambito del diritto di famiglia. Si tratta di un modo alternativo di regolamentazione dei conflitti familiari nato negli Stati Uniti e diffuso ora anche in alcuni paesi europei, in cui le parti, assistite dai propri avvocati, si impegnano a cercare una soluzione costruttiva per risolvere in via stragiudiziale le loro controversie. Si accordano di non ricorrere all’autorità giudiziaria per dirimere i loro conflitti fino a quando non sarà raggiunto un accordo che sarà poi omologato dal Tribunale. A mio parere la sua applicazione nell’ambito del nostro sistema giuridico presenta molti elementi di criticità. In ogni caso l’aspetto che mi sembra interessante del procedimento è la possibilità che un consulente o più possono essere scelti dalle parti ai fini di intervenire per aiutare a raggiungere un accordo. L’esperto può essere anche uno psicologo o un neuropsichiatra infantile. In questi casi lo strumento della Consultazione Partecipata genitori-bambino, che aiuta i genitori a realizzare e ad affrontare il disagio dei propri figli, ben si adatterebbe allo spirito e alle finalità del percorso collaborativo. Per maggiori informazioni sul processo collaborativo è possibile consultare il sito AIAF – Associazione italiana degli avvocati per la famiglia - al link:

www.aiaf-avvocati.it/.../DIRITTO_COLLABORATIVO_AIAF_LOMBARDIA_documento_1_2_2010.doc.

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