Dina Vallino: Emozione e sofferenza dei bambini durante il primo incontro

La nascita della Consultazione partecipata (1984)

Genera segnalibro - Condividi

Vi parlerò dell’incontro con bambini di diverse età che, in quanto psicoanalista, mi vengono portati in consultazione dai genitori. Intendo per INCONTRO un evento di relazione tra due persone che coinvolge direttamente il mondo interno di entrambe e perciò emozioni, affetti, dolore e tutto quanto può riferirsi alla realtà del mondo interno e può quindi venire pensato e ottenere un significato.

I genitori che mi portano il figlio o la figlia di solito mi chiedono informazioni intorno ai suoi problemi e suggerimenti di vario tipo in ordine ai loro reciproci sentimenti e ansietà. Nei casi più favorevoli mi domandano di aiutare direttamente il bambino con una terapia.

Georges de la Tour: bambino che spegne una lampadaGeorges de la Tour: bambino che spegne una lampada

Premetto che, pur tenendo presente la necessità e l’utilità della diagnosi, lo considero un momento (quello della diagnosi) successivo all’incontro con il bambino. Penso infatti che nello spazio di due o più sedute di consultazione io debba soprattutto preoccuparmi di che cosa accade al bambino quando è insieme a me.

Ciò – naturalmente – mi porta ad essere orientata sul mondo interno del bambino,e sul suo modo di mettersi in relazione con me e con i genitori quando essi siano presenti. Ho avuto diverse volte l’esperienza che per quanto un bambino sia piccolo, sotto i due anni per es., e quindi elementare il suo modo di comunicare e poco comprensibile, qualcosa accomuna me e il bambino come due esseri umani che si incontrano.

Posso contare sul fatto che se io sono alla ricerca di intendere il bambino, egli ha sicuramente sollievo se una persona lo intende e gli restituisce risposte appropriate. E' importante tener presente quanto posso essere poco comprensibile per un bambino se non comunico al suo livello. R' per questo che nel nostro incontro c’è una speciale simmetria.

Il bambino che viene condotto dai suoi genitori in un luogo straniero e da una persona sconosciuta manifesta emozioni che spesso non sa rappresentare se non con gesti sguardi silenzi o altri discorsi, che di solito non parlano di ciò che sta accadendo in quel momento. L’insolita situazione dell’incontro muove nel bambino qualcosa che fa dire a noi operatori che il bambino è sofferente di qualcosa oppure invece che egli non sa affatto di che soffre e che cosa è venuto a fare da noi e perché i genitori ve l’hanno condotto. Insomma nel modo di incoraggiare un bambino a stare meglio noi teniamo presente precisamente che l’aspetto ignoto dell’incontro provoca nel bambino, se non sofferenza, un “malessere”.

 Conferenza tenuta il 2 giugno 1984 a Milano per gli Specializzandi in Neuropsichiatria Infantile, Guardia II (Prof. Adriana Guareschi), Università Statale.

Ma dopo tutte queste premesse e dubbi io sono con il bambino, il bambino è insieme a me ed io sono responsabile di fronte a lui di almeno una parte di ciò che accade tra noi. Mi devo dunque chiedere che cosa prova un bambino, che non me ne parla, quando è con me, sia che venga lasciato solo, sia che resti con i suoi genitori.

La domanda serve a prepararne una successiva: potrò aiutarlo?  E in che cosa posso aiutarlo?

Devo inoltre prendere atto che un bambino, persino un bambino molto piccolo, modifica il mio assetto mentale e la mia capacità di accogliere ed elaborare le emozioni per realizzare pensieri sui fatti e farmi delle opinioni. Mi sono per esempio accorta che per quanto un bambino possa sentirsi solo, impaurito, stupido, handicappato, rabbioso, furioso, incapace di parlare e persino di muoversi… anche un bambino nelle più difficili condizioni trasmette qualcosa a una persona che sta insieme a lui.

Il qualcosa può anche soltanto essere che la persona che sta con lui, io stessa, mi senta altrettanto sola impotente irritata o inibita nel pensare, nel parlare, nel sentire…

Questa trasmissione emozionale verbale e non verbale ha un nome: è l’identificazione proiettiva, sia come processo primitivo di comunicazione, sia come una difesa sostenuta dal bisogno di espellere l’angoscia (Klein 1946; Bion 1961).

E' utile tenere presente l’ordine di problemi inerenti alla comunicazione tra me e un bambino piccolo o spaventato.

Il suo linguaggio è molto primitivo, è fatto di gesti, sguardi; per me è difficile intenderlo, perciò devo aspettare, ma intanto il mio problema resta: che posso fare per essere sensibile verso il bambino che è davanti a me e verso quei fatti interni che mi sta manifestando?

Fu da quest’ambito di problemi che nacque in me la domanda: come si esprime un bambino piccolissimo che soffre di qualcosa, come comunica alla madre quello che soffre e come fa una madre ad intuire che cosa soffre il suo lattante e quello di cui ha bisogno?

Il porre questi interrogativi ci introduce nell’area della sofferenza mentale al suo nascere: il modo in cui i bambini piccoli la manifestano e la nostra competenza a comprenderla e contenerla.

La mia riflessione sul significato della consultazione in psicoanalisi infantile, e sullo scopo che io le assegno, prende le mosse da considerazioni che sono venuta facendo durante il periodo in cui ho condotto personalmente Osservazioni di bambini piccoli: sto pensando al metodo dell’Osservazione del bambino in famiglia messo a punto da Esther Bick (1968) e al significato che può avere nel lavoro coi bambini (Harris 1976). Oltre a fornire approfondite conoscenze sulle diverse modalità di relazione tra madre, bambino e padre, aiuta ad andare avanti nel capire molte cose sullo sviluppo mentale di un bambino. Durante l’osservazione possiamo individuare anche in un neonato elementi di simbolizzazioni rudimentali o di protosimbolizzazioni.

 

Esempio 1- Davide 18 giorni

Davide quando viene tolto dalle braccia della mamma ha un improvviso singhiozzo. L’osservatrice, descrive una sequenza in cui Davide, scosso dal singhiozzo, muove le manine, gira la testa dalla parte della mamma che è chinata su di lui. Quando la mamma lo prende in braccio vezzeggiandolo Davide torna tranquillo e il singhiozzo scompare.

Ho inteso la sequenza descritta nel modo seguente: Davide è sofferente, ha il singhiozzo, ma, nel modo di muovere le manine e orientare la testa in direzione della madre, Davide – pur così piccolo – sembra rappresentare una idea di “mamma”, quella che Bion chiama “preconcezione” (1962 ). La capacità di simbolizzare permetterà al bambino di esprimere il bisogno, la sofferenza e di chiedere aiuto. Ma la rudimentalità di simbolizzazione di un bambino molto piccolo lo renderebbe più solo e quindi più esposto all’incomprensione e alla sofferenza se egli non si avvantaggiasse della presenza di una madre e di un padre che pensano per lui e che quindi colgono nel suo muovere le mani un gesto di richiamo, un segno verso di loro. Solo dall'incontro con genitori che danno senso agli atti del bambino si strutturerà in lui, ben presto, la capacità di simbolizzare, attraverso cui potrà esprimere il bisogno, la sofferenza, la gioia e quindi invocare aiuto.

Quando dei genitori mi portano un bambino piccolo, contando sulla mia esperienza di analista, io mi sono fatta l’idea che essi mi domandino strumenti per raffinare le loro capacità di intendere la simbolizzazione o le modalità di pensiero del loro bambino.

Chi ha condotto un’osservazione in famiglia è colpito dal rapporto molto intenso e avente qualità mentale che un bambino piccolo comincia a instaurare con l’osservatore. È un rapporto che si rivela dapprima negli sguardi attenti e prolungati che il bambino, persino mentre viene curato e nutrito dalla madre, dirige verso l’osservatore. Col trascorrere dei mesi compaiono poi sorrisi, gesti, saluti, parole con cui il bambino reclama l’attenzione dell’osservatore visitatore settimanale.

Durante la consultazione infantile ci avvaliamo dell’esperienza raccolta come “osservatori”, proprio perché i bambini, e i più piccoli in particolare, ci parlano un linguaggio molto primitivo fatto di gesti e sguardi. Ma non solo per questo.

Vi racconterò di un primo incontro tra me e una neonata di cinque mesi durante un momento in cui la mamma l’aveva lasciata sola con me, ed io avevo il problema di come mantenere una amichevole e incoraggiante presenza, senza sostituirmi alla madre.

 

Esempio 2- Giuliana, 5 mesi

La bimba è seduta in carrozzina; appena mi vede fa un lieve balzo di sedere e alzando le manine e i piedi mi sorride largamente. Io la saluto, lei ritorna nella posa ferma e mi guarda. Entra la mamma, le accomoda il cuscino e in poche parole frettolose mi spiega che lei deve lasciarmela un momento perché deve andare di sopra, mi chiede se posso stare con Giuliana ed io le dico di sì senza capire molto. Ho l’impressione di una estrema concitazione che non permette di comunicare, ma ho anche l’impressione che la mamma abbia aspettato prima di salire, come se dovesse pensare se era opportuno lasciarmi la piccola in custodia. Comunque io parlo con Giuliana perché ho la sensazione che la piccola sia un po’ spaventata e che la debba aiutare ad aspettare la mamma. Infatti Giuliana sta come in sospeso: gli occhi fissi fermi sul mio volto, senza un muover di ciglia, la mano destra appoggiata sulla carrozzina e saldamente aggrappata al bordo, la mano sinistra attaccata alla copertina. Mi sembra che stia così per diversi minuti. Io le dico qualcosa del tipo “mamma via, mamma torna”; alla parola mamma lei lascia andare il bordo della carrozzina e si butta in avanti e poi indietro, si afferra con la mano sinistra alla copertina e se la porta tutta sulla bocca, poi tossisce. Si aggiusta in posizione seduta dondolandosi, tossisce, e cade su un lato. Io la aiuto ad appoggiarsi di nuovo e lei mi guarda e ha un’aria di grande infelicità: gli occhi sono seri, poi gira la testa e abbassa lo sguardo sulla copertina e di nuovo se la porta verso la bocca e passa le frange sin dentro le labbra e succhia rumorosamente.

Le dico che mi sembra sia triste perché si butta indietro come a farmi vedere che proprio non ce la fa. Allora le offro un dito per appoggiarsi mentre l’aiuto a rialzarsi e lei si afferra al mio dito e mi sorride lievemente. Mi colpisce come non chieda di venire in braccio, non mostri segni che vorrebbe alzarsi, ma stia cercando di stare dov’è nel modo migliore.

Poi lascia il mio dito e si porta tutta la mano alla bocca e fa un profondo “ehh”, “ah” una serie di vocalizzi. Io le dico “brava, chiami la mamma” e lei comincia a voce più alta quasi a gridare: poco dopo entra la mamma.

Vi farei notare adesso gli elementi che considero centrali di questa osservazione e che ci riportano nell’ambito dei problemi segnalati, relativi all’incontro con un bambino.

Giuliana lascia intendere di che cosa sta soffrendo. La si vede buttarsi avanti e indietro come a esprimere con questo dondolamento che è venuto meno il punto di appoggio, la madre contenitore esterno che di solito la tiene. Non soltanto Giuliana non ha ancora stabilmente conquistato la posizione seduta, ma sembra stia lì lì per perderla, quando viene a trovarsi nel nuovo stato dell’essere separata dalla mamma e dal sentirsi sola. Guardandomi fissamente, Giuliana cerca di tenersi fermamente a me con lo sguardo, per non cadere. Dopo aver utilizzato gli occhi per aggrapparsi, cerca nello spazio della culla confini e limiti che la sostengano, sinché tastando qua e là e aggrappandosi dove può, prima alla copertina poi al mio dito, prenderà coraggio e inizierà a vocalizzare e a chiamare la mamma.

Secondo me è accaduto che la bambina si trovava esposta a sensazioni forti e invasive di cadere. Non so cosa passava dentro di lei, so però che sembrava potesse afflosciarsi come uno straccetto e che dal modo in cui si teneva e mi guardava sembrava impegnata a voler stare dove era. Lo scambio di sguardi, avvenuto tra noi, le parole di incoraggiamento che le ho rivolto, il dito che le ho offerto come punto di appoggio sono stati – secondo il mio punto di vista – segni per la bambina che assistevo alla sua esperienza, che l’avevo intesa e che quindi lei la poteva condividere. Da parte mia c’era stato, con il presenziare mentalmente al suo stato, un darle sollievo e da parte della bambina c’è stata la possibilità di partecipare a un rapporto di qualità mentale, che ha probabilmente permesso che riemergesse il ricordo della madre, come buon oggetto interno, tanto che la bimba l’ha chiamata con dei vocalizzi ( Generali L. e Ferrara Mori G. 1980; Generali L. 1982).

Questa esperienza mi diede motivo di riflettere sull’utilità di presenziare e condividere un’esperienza emotiva di un bambino mentre questa avviene.

Naturalmente è molto importante intendersi sulle parole “presenziare, condividere”. Per quanto ne so devo prestare molta attenzione a ciò che accade al bambino e a ciò che accade a me, quando sono in presenza di un bambino sconosciuto. Se è molto piccolo a maggior ragione dovrò fare attenzione ad entrambi, me stessa e lui. Infatti con un bambino piccolo ho difficoltà ad afferrare ciò che lui prova. Mi viene meno ogni bagaglio teorico per inquadrare i fatti.

Le mie idee spesso sono vaghe, frammentarie, sento che la cosa più appropriata che posso fare è stare attenta e cercare una descrizione accurata di quanto accade. Ma più spesso ancora il significato della situazione interna del bambino mi sfugge. Ho intuizioni ma l’insieme resta oscuro.

Non afferro un senso. Forse ciò non è lontano dalle difficoltà che un bambino piccolo ha ad afferrarsi e ad afferrare. Nel caso di Giuliana, che si sentiva cadere, le ho offerto un dito per afferrarsi e questo è bastato per farla star meglio e farla parlare.

Su livelli diversi – come io ho bisogno di punti di riferimento – l’osservazione dei fatti è un punto di riferimento – quanto ha bisogno un bambino di un punto di appoggio? E che cosa ciò significa durante l’incontro con me?

Esempio 3 -  Mauro, 19 mesi

La consultazione viene richiesta per un grave ritardo psicomotorio e del linguaggio.

Con un ittero alla nascita e un ricovero di qualche settimana in neonatologia, Mauro è in fisioterapia da cinque mesi e presenta reazioni autistiche. Non cammina, non gattona, striscia per terra seduto. Non parla.

È segnalato che non differenzia la madre da altre persone, non la guarda, non la chiama, si isola a fissare il lampadario e a giocare con le sue dita.

Nel contesto di una revisione più approfondita della terapia il bambino mi viene inviato dalla neuropsichiatra che i genitori consultano e dall'Équipe di lavoro dell'Ospedale in cui viene praticata la fisioterapia.

Mauro arriva in braccio alla madre, è voltato verso di me e mi guarda con occhi vispi. È un bellissimo bambino bianco roseo e paffuto. Spesso - durante la consultazione - accenna a un sorriso fatto di uno stiramento meccanico delle labbra che contrasta con la vivacità dello sguardo. Appena la mamma lo depone sul tappeto Mauro si sposta velocemente strisciando sul sedere, facendo leva sui talloni e spingendosi con le ginocchia. In questa posizione il bambino attraversa il perimetro della stanza compiendo un circolo a partire dalla madre, ma senza mai guardarla e afferrando per pochi attimi gli oggetti che incontra sul suo percorso, cubi, animali di peluche, una pallina, e buttandoseli dietro le spalle, mentre procede in questa veloce strisciata. Ha un modo molto particolare di farsi sentire; modula un prolungato mugolio con intonazioni diverse e sembra orientarsi con movimenti. Rotatori della testa verso la voce della madre. I genitori lo guardano tristemente commentando: «fa sempre così, è un movimento continuo».

Segnalo allora all'attenzione dei genitori sia il movimento circolare a partire dalla madre e di ritorno verso di lei, sia i movimenti rotatori della testa con cui il bambino sembra tentare di mettersi in contatto con la madre tramite l'udito. Poiché si ferma a fissare le sue scarpe, penso che devono essere rigide e chiedo alla madre perché le fissa così. La madre prontamente gliele slaccia e gliele toglie dicendomi che a casa porta delle pantofole. Mauro con una scarpina in mano viene verso di me. Io comincio ad essere colpita da qualcosa di straordinariamente intenso in questo bambino e offrendogli lo scimmiottino di peluche, che sfioro sulle orecchie, dico che è uno scimmiottino molto carino. Mauro lo porta vicino alla guancia e fa un lieve movimento di suzione con le labbra, quasi che il morbido scimmiottino stesse per un morbido seno, poi si guarda le dita e si pone in una sorta di perduto rintanamento dentro le manine, mentre fa oscillare lentamente le dita.

Io mi avvicino, e toccandogli lievemente il dorso delle mani, gli dico: «sono belle le tue manine, prendono, mettiamo dentro» e metto un cubo dentro l'altro.

Mauro mi guarda per la prima volta dopo mezz'ora e cerca un lembo del mio vestito, sfiora il mio golf e afferra un bottone del mio maglione. E' il primo momento in cui mi usa come un appiglio e mi guarda. Ho inteso questa sequenza come se Mauro avesse apprezzato che io avevo visto le sue difficoltà ma anche qualcosa di carino in lui e cosi si è afferrato a me perché io potevo mantenere dei legami su cose che lo riguardavano: le sue difficoltà, ma anche l'uso delle sue manine, il suo isolarsi, ma anche il suo cercare, eppoi il disagio per le scarpine.. troppo rigide... I genitori avviliti di uno sviluppo che non va secondo le previsioni possono essere facilmente distratti da tanti dettagli richiamanti il disastro.

Nella seconda seduta di consultazione, dopo una settimana, c'è una novità. Mauro non getta più gli oggetti dietro le sue spalle, ma afferra e trascina dietro di sé un telefono rosso, a cui sembra aggrapparsi come se si trattasse di un sostegno fermo. Il padre commenta che gli telefona spesso dal lavoro. Mauro prende il microfono e rappresenta la scena, il papà lo chiama e Mauro mugola nel microfono. A un certo punto l'idillio tra padre e bambino si interrompe; Mauro ha infatti scoperto il tasto acceso di un termosifone elettrico e si impegna ad azionarlo spegnendolo e riaccendendolo. Diventando questo un movimento stereotipo in cui è perduto, il padre lo allontana mettendo di mezzo, tra il bambino e il termosifone, un tavolino

Palesemente irritato Mauro si infila sotto questo tavolino e, guardando il termosifone verso il quale annaspa con movimenti disorganizzati, giace per terra e si lamenta. Il padre e la madre lo guardano immobilizzati. Io ho l'impressione che essi si sentano proprio come si sente Mauro, immobilizzato in una condizione in cui la sua gamba si è impigliata in quella del tavolino, egli non può muoversi e giace supino. Forse i genitori lo sentono come un bambino dagli strani capricci, un bambino malato con cui non sanno che fare; Mauro si è cacciato nei guai sotto il tavolino e forse secondo i genitori sarà bene che provi a stare solo e che impari a chiedere.

Io aspetto qualche momento, il tempo per provare dentro di me tutto questo disagio e per rendermi conto che Mauro - rivolto all'oggetto meccanico - a modo suo sta chiedendo aiuto. Lo aiuto a sollevarsi senza dire niente; papà si riprende e comincia a chiamarlo e Mauro fugge sveltamente sempre strisciando verso la mamma, la quale lo consola, gli offre un cestino, gli sorride e Mauro, diversamente dalla seduta precedente, comincia a infilare nel cestino vari cubetti, uno ad uno.

Faccio notare ai genitori come egli abbia apprezzato l'aiuto offertogli e adesso sta facendo un gioco: mettere dentro e fuori qualcosa da un cestino, forse ci racconta cosa gli è successo.

Mauro desidera che mamma tenga il cestino fermo, obliquo e appoggiato solo su un punto, non su tutto il fondo. Se mamma accenna a mettere il cestino dritto Mauro frigna disperato. Mauro infila nel cestino il cubo e lo fa rotolare dentro immergendovi il braccio, quindi lo riporta fuori e lo ributta dentro.

Né la madre deve muoversi, né il cestino, né Mauro può lasciare dentro il cestino il cubo che vi ha gettato. Mauro, a me sembra, non può perdere il controllo del cubo e della mamma, come non può perdere il controllo della terra sotto il suo sedere. Mauro deve stare incollato a terra e non può perciò né imparare a gattonare né quindi a camminare. Commentando con i genitori in un colloquio a parte questa seduta e quanto era avvenuto sotto la nostra osservazione, la madre mi aveva raccontato che, quand'era molto piccolo, Mauro stava da solo nel lettino per ore, mentre la mamma faceva le pulizie cantando vicino a lui. Mauro stava buono e non pareva accorgersi della differenza tra stare con la mamma e stare senza. È possibile ipotizzare che Mauro deve aver fatto il possibile per contenersi da solo, forse si aggrappava alla voce della madre che cantava: è possibile che la voce che Mauro ascolta con attenzione sia un punto di riferimento a cui si aggrappa.

Ma il gioco col cestino ci porta a pensare che Mauro stia imparando ad avvicinarsi alla mamma e che i suoi movimenti per tenere l'attenzione della mamma siano un passo nuovo al servizio del poter comunicare con lei.

Nello strano modo di Mauro di far percorrere al cubo la superficie interna del cestino, senza propriamente tenerlo, né lasciarlo andare, ma lasciandolo andare per poi riprenderlo, intravedo la paura del bambino di cadere e quindi la difficoltà a lasciarsi andare, perdendo il controllo della terra sotto il sedere. La peculiare sofferenza del piccolo Mauro sembra quindi centrata su un'esperienza di perdita e di separazione identica a uno stato di disorganizzazione complessiva, in cui fisico e mentale sono intrecciati e quindi anche la madre, l'oggetto, non è percepita del tutto differenziata dal Sé.

Posso confermare alcune di queste ipotesi perché Mauro tre mesi dopo, in una seduta di consultazione, mostra di avere con la madre un tenero e dedito rapporto in braccio a lei, mentre prima la sfuggiva. Inoltre Mauro, che ormai gattona, si aggrappa alla linea del sedile del divano e prova ad alzarsi in piedi da solo facendo una rotazione di novanta gradi per poi lasciarsi cadere. Ripetutamente esegue questo gioco assecondato dalla madre che lo incoraggia. Che cosa è dunque avvenuto in questo incontro con Mauro?

Premetto che il mio scopo è soltanto di amplificare al massimo le risposte appropriate che genitori che intendono possono dare al loro bambino. Se le difficoltà del bambino sono viste accanto alle sue risorse, perciò stesso l'intensità della sofferenza del bambino diminuisce, in quanto il bambino viene aiutato o si cerca di aiutarlo in maniera appropriata. Se tutto ciò è molto semplice e persino ovvio, ciò che non è semplice per niente è il lasciare che il bambino mi trasmetta la sua esperienza e le sue emozioni. Devo dispormi ad essere nelle condizioni del bambino, ignara, incapace e con poche parole a disposizione. Sono in una condizione di oscurità e attendo che qualcosa emerga. Si tratta di aspettare che i momenti di riunificazione avvengano, del bambino con i genitori, attraverso di me. Quello che emerge infatti a un certo punto, sempre, è che il bambino ha bisogno di qualcuno che lo tolga dai guai. Ma chi può toglierlo dai guai? Chi può capire «cosa» il bambino e «chi» cerca? Il mio scopo è quello di diventare nell'incontro un punto di appoggio di cui il bambino ha bisogno, un punto di riferimento mentale intendo. Devo cioè prestare la mia mente e il mio vissuto affinché il bambino possa ritrovare il tipo di legame interno che ha perduto.

Non è me che il bambino cerca, ma prima di tutto un posto adatto a lui, in cui è fermamente tenuto e ottiene sollievo nel superare la sensazione di cadere, in termini fisici, e, in termini mentali, di sbagliare o di essere buono a nulla. Se l'intensità della sofferenza mentale diminuisce in rapporto a un provvisorio contenimento, qualcosa, nel muoversi senza scopo del bambino, riacquista senso ed egli può ristabilire un contatto con chi si cura di lui. Gli stessi genitori, presenti nella stanza, possono ristabilire un contatto mentale con il bambino, scoprendo che non è poi così complicato mettersi in relazione.

Ma può essere che il bambino soffra di un dolore che non può condividere con nessuno perché non ha significato per alcuno.

Teniamo presente che riguardo al dolore se esso non ha significato per nessuno è più tormentoso e più violento. Quindi più solo è il bambino nel provare disagio più sarà sofferente. La sua fortuna è che come operatore anch'io sono sola e come il bambino anch'io annaspo per trovare compagnia alla ricerca di un significato. Non è detto che ci riesca sempre, ma della mia ricerca il bambino si avvantaggia (Di Chiara 1985).

 

 

Esempio 4- Matteo, 9 anni

Davanti a Matteo, di cui so molto poco perché la madre non mi ha rilasciato intervista preliminare, ed è voluta venire con lui la prima volta, io sento che le parole, le mie parole, sono per Matteo come suoni vuoti, rotolano nell’aria prive di significato, mentre Matteo sta contratto sul divano, con gli occhi fissi per terra, occhi che ogni tanto ruota nella mia direzione, quasi dovesse spiare una mia mossa di attacco. Io ripenso a come sua madre, 10 minuti prima entrando, ha sparato su di lui una serie di accuse e di lamentele e che adagio Matteo si era rintanato sul divano. Lo sguardo di Matteo è ancora molto impaurito quando la madre esce dalla stanza. Tra noi potrebbe cadere un silenzio impenetrabile; la mia mente è vuota di ogni risorsa, io taccio, poi faccio dei tentativi del tipo giocare insieme, disegnare, notizie sui vicini, sui compagni… niente. Matteo fissa le punte delle sue scarpe e ruota gli occhi verso là – dove io sto. Questo è il momento in cui mi dico: “come posso stare con lui in quest’ora e in questa seduta? Come posso stare con lui se egli ha tanta paura”? Decido di proporre aspetti del mio mondo interno che possano spaventarlo meno e nel contempo essere uno spunto per una osservazione di ciò che gli accade. Mi fa pensare a un capriolo impaurito, immobilizzato dal terrore di avere a che fare con uno straniero cacciatore. Ma io non sono un cacciatore, vorrei solo parlare con lui, ecco tutto. Dopo tutto io comincerò a giocare e se vorrà anche lui potrà usare della mia scatola.

Sorride, si alza, si stropiccia la schiena, fa una smorfia di dolore. Gli chiedo se ha male. Dice: sono caduto. Ieri. Siede e comincia uno scambio tra noi.

In questo caso non ho fatto fatica a dimenticare tutte le informazioni perché non ne avevo alcuna. Le notizie che gli ho chiesto, per Matteo, erano lettera morta. Non era quello il livello della sua domanda rivolta a me.

Nel colloquio successivo egli mi ha portato i suoi quaderni e mi ha illustrato i suoi lavori scolastici. Lo faceva con piacere e si esprimeva in maniera esauriente, ma aveva dovuto sentire che mi ponevo al livello in cui lui voleva stare. Per stare al suo livello ho provato e raccolto il mio smarrimento come un’informazione adatta a iniziare un dialogo.

Per raccogliere le mie impressioni devo sgomberare la mia mente da tutto quanto possa allontanare il nascosto messaggio che il bambino mi invierà, nei modi in cui sa farlo.

Cerco di intravedere se il bambino, dal modo in cui si presenta, sta cercando una qualche persona che lo capisca, e se io posso temporaneamente prestarmi per aiutarlo a trovarla. Spesso per il bambino ciò che prova è troppo pesante o troppo forte per essere portato da solo. Deve essere condiviso. Matteo sta cercando una mamma che apprezzi quel tanto che sa fare e una maestra meno severa con lui. In questo momento Matteo, che era uno scolaro modello, sta avendo delle difficoltà. Comincia a interessarsi ad altri aspetti della vita e si distrae. È inutile sparargli, si potrebbe solo uccidere la sua fantasia. Matteo mi osserva durante il primo incontro per intuire se gli sparerò sgridate o lo interrogherò. Niente di tutto questo accade e Matteo quindi condivide con me le sue preoccupazioni.

Vorrei tornare sul vantaggio di questo tipo di esplorazione del mondo interno del bambino. Esso è fondato prevalentemente sull’incontro con lui e sull’evidenziare e mettere in parole le esperienze emozionali che la sua presenza evoca. Questo tipo di metodo non si avvale quasi per niente di interpretazioni delle relazioni interne, e quindi interpretazioni di transfert, ma si avvale invece di osservazioni accurate sul tipo di relazione che va sviluppandosi in tutti i presenti.

 

Esempio 5 - Daniele, 4 anni

Daniele arriva col papà alla prima intervista. Avevo conosciuto Daniele a tredici mesi per altri motivi, presumo che egli non si ricordi di me. La mamma di Daniele in una telefonata concitata mi aveva chiesto di vederlo, perché Daniele, dopo aver picchiato in testa la sorellina di 8 mesi ed essere stato sgridato, dichiarava di voler morire. Ai genitori sembra depresso, si sentono entrambi preoccupati che possa farsi male ed io decido di vederlo il giorno dopo.

Daniele ha un’espressione del volto corrucciata e dice a suo padre, dopo aver dato una rapida occhiata ai cestini coi giochi:

“Papà sono confuso… gioca con me papà… sono confuso”.

Il tono è supplichevole, ma nei gesti Daniele è imperioso con suo padre, lo tira per la manica, gli chiede di sedere con lui sul tappeto.

Dopo che il padre mi ha guardato come per chiedermi conferma della sua decisione di stare nella stanza, Daniele continua – “Papà perché siamo venuti? Io non volevo venire.”

Intanto sfiora col dito il materiale nel cestino.

“Come faccio con questi giochi? Non posso rovesciarli, come faccio?”.

In questa situazione Daniele sta dicendo a parole la sua pena, ma c’è qualcosa di più intenso non trasmesso dalle parole, forse qualcosa inerente a un rapporto ingarbugliato con la mamma. Comunque in questa circostanza precisa c’è l’angoscia di ignorare del tutto se io – signora sconosciuta – sarò un adulto competente ad ascoltarlo con simpatia e rispetto.

Il mio punto di vista in quella circostanza fu che suo padre era tra noi due l’adulto più competente a giocare con lui e a dargli sollievo da un eccesso di angoscia e confusione. Inoltre spero che prima o poi la mia attenzione orientata verso Daniele e suo padre permetterà che Daniele produca una qualità di comunicazione che abbia significato per entrambi.

Intanto padre e figlio cominciano a giocare.

“Dai – lo invita il padre – rovescia i giochi!”

“Comincia tu con gli animali – replica Daniele.”

Il padre commenta, rivolto a me, che il gioco risale alla sera prima: è il gioco di scegliere un animale.

“Papà scegli un animale!”

“Scelgo l’orso” – dice papà.

“L’orso non c’è”, dice il bambino, e sembrano entrambi intimiditi dalla situazione tanto da non osare iniziare questo gioco. Papà prende coraggio, comincia una specie di lotta – duetto degli animali e con mossa decisa mostra a Daniele che l’animale vinto andrà a finire nel cestino. Per scegliere gli animali Daniele chiede sempre a papà quale è il più forte. Papà glielo dice, lui sceglie il più forte e papà glielo permette. Ma quando Daniele comincia a voler essere l’animale in coppia con papà ad es. la cavalla col cavallo, papà aggiusta la storia.

No – dice papà – lui è il cavallo e dietro di lui ci stanno la mamma cavalla e i due puledrini.

Qui Daniele vorrebbe essere i puledrino più piccolo, il neonato puledrino, ma papà introduce il discorso di Roberta che è già lei la neonata, e come neonata ha i denti che le bucano le gengive, per questo piange e da tanto fastidio a Daniele.

Il dialogo tra padre e bambino è stato molto intenso e pieno di intesa ma adesso è arrivato il silenzio.

Io descrivo allora una parte del gioco che ho osservato e dico che è molto interessante e chiedo se anche ieri Daniele e papà giocavano così bene insieme. Spiego che ieri mamma mi ha telefonato. Daniele mi guarda stupito ed è la prima volta che mi guarda.

Il padre gli chiede – “Cosa è successo ieri, ti ricordi cosa dicevi?”

“Dicevo -mormora Daniele con una voce profonda - che volevo morire, che non volevo nascere”.

“Dicevi per scherzo, vero?” – fa il papà allarmato.

“No… seriamente” – replica Daniele, scuotendo il capo. Tace e tocca gli animali distrattamente. Scuote di nuovo il capo fortemente e aggiunge, “Ma non era vero!”.

Non continuerò a parlare di Daniele che ho visto una seconda volta da solo e con cui ho avuto modo di parlare di quanto era accaduto. Successivamente ho discusso coi genitori separatamente quanto io e il padre avevamo osservato insieme.

Penso di dover stare col bambino nel modo più adatto in quel momento a fargli provare sollievo, dato il disagio eccessivo che sta vivendo. In questa consultazione – come in altre – mi rendo disponibile a ciò che il bambino richiede, che molto spesso è che la mamma o entrambi i genitori o il papà assistano alla prima intervista. Ciò permette di capire se i genitori possano direttamente occuparsi dei problemi interni del loro bambino e, cosa non secondaria, permette di imparare dai genitori su quale lunghezza d’onda sintonizzarsi per entrare in contatto con il bambino.

La consultazione con i genitori presenti è considerata più impegnativa dagli operatori per i movimenti di gruppo implicati, ansie intense da parte di tutti. La mia impressione è che, se si rinuncia a voler prontamente spiegare la situazione, si arriva ad assorbire l’atmosfera di un’esperienza familiare quotidiana. Più tardi – mantenendosi internamente in uno stato di solitudine e incertezza pari a quello del bambino che viene da noi – si finisce per trovare il bambino.

Ma “il risultato dell’incontro dipende dalla collaborazione tra noi e il paziente” – dice Bion e parafrasando una sua espressione aggiungo: “la persona dalla quale sono dipendente è il bambino, che è perciò il collaboratore migliore e il più altamente qualificato” .

 

Nota esplicativa

Questa conferenza è stata pubblicata in Dina Vallino Raccontami una storia (1998), capitolo ottavo; in (a cura di Maria Luisa Algini) Sulla storia della psicoanalisi infantile in Italia, Quaderni di Psicoterapia Infantile, 55, 2007 (p. 165-181) e in Dina Vallino Fare psicoanalisi con genitori e bambini, Borla, Roma 2009 (p.151-167).

Nel 1984 non avevo ancora pensato un nome specifico e parlavo semplicemente di “consultazione psicoanalitica”. Questo lavoro sulla consultazione della prima metà degli anni ’80 si inserisce in un periodo della mia vita in cui la pratica dell’Infant Observation, sia come osservatore che come conduttore di seminari di formazione con l’Infant, mi aveva profondamente influenzato. Il lavoro clinico si accompagnava al lavoro osservativo. Ero stata fulminata dalla bellezza del metodo dell’osservazione che soddisfaceva le mie esigenze di verità e di rapporto con la realtà. Un bambino sano è felice, sorride, sa giocare, sa fare straordinari pensieri e ha genitori e un ambiente che lo aiutano ad ogni passo. Quel che sto dicendo è un’assoluta banalità, ma purtroppo rendere visibile, rendere trasparente, nel suo sviluppo sano, la realtà psichica di un bimbo e la sua controparte familiare, inter-personale non è una faccenda semplice.

L’aver conosciuto tante mamme e tanti padri attraverso le osservazioni in famiglia (le mie o quelle di altri ) mi ha permesso di conoscere non solo un lattante e un infante teorici (quelli che derivano dalle costruzioni dell’analista indotte dalle sue teorie di riferimento), ma anche i neonati e gli infanti viventi, con i loro genitori.1) Per arrivare nelle sedute analitiche più vicina alla famiglia nel suo complesso ho quindi progettato e via via attuato un diverso legame terapeutico tra me, i bambini pazienti e i genitori: la Consultazione Partecipata.

In quegli stessi anni desideravo mettere a punto il mio stile di lavoro analitico e perciò ritenni opportuno andare a Londra per conoscere meglio, nell’ambito di supervisioni con analisti kleiniani di seconda generazione, il modello kleiniano. La metafora del < percorso> di pensiero divenne concretamente < viaggio>: in aereo Milano- Londra, una o due volte al mese, per conoscere ed avere supervisioni da diversi analisti della scuola kleiniana.2 )

 Note

1  Sovente, sebbene siano sempre necessarie ipotesi, sono proprio le costruzioni teoriche a creare una barriera tra l’analista di bambini e il bambino paziente.

 2   Hanna Segal , Ruth Riesenberg, Betty Joseph, Martha Harris, Edna Oshaughnessy.

 

Bibliografia

Bick E. (1968), L’esperienza della pelle nelle prime relazioni oggettuali,  In Bonaminio V. e Iaccarino B. (a cura di), L’osservazione diretta del bambino. Torino, Boringhieri 1984.

Bion W.R. (1961), Una teoria del pensiero, in Bion W.R. Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico (1967). Armando, Roma 1970.

Bion W.R. (1962), Apprendere dall’esperienza. Armando, Roma 1972.

Generali L, Mori Ferrara G. (1980), Correlazioni fra la relazione analitica e la relazione madre bambino. Comunicazione al IV Congresso Naz. SPI, Taormina.

Generali L. (1982), Introduzione al Panel del Gruppo di Studio sulla relazione analitica. Riv Psicoanal. 27.

Harris M. (1976), L’osservazione dei bambini. Formazione e percezione psicoanalitica. Feltrinelli, Milano 1980.

Klein M. (1946), Note su alcuni meccanismi schizoidi. In Scritti 1921-1958. Boringhieri, Torino 1978.

 

 

Questa articolo è distribuito sotto licenza Creative Commons: sei libero di modificare e ridistribuirlo a patto che venga attribuita la paternità al suo autore, non venga usato per fini commerciali e venga distribuito con licenza identica o equivalente a questa.

 

 

 

infanzia  |  psicoanalisi  |  aggiungi un commento

Logo e suggerimenti grafici: Emilie Barret - HTML : Nino Martino - Sviluppo del sistema di gestione dei contenuti (CMS): Roberto Puzzanghera

| login