Riflessioni su fonti autobiografiche

Dina Vallino e Marco Macciò: La "svolta" di Bion

Quando una persona non sembra più essere la stessa

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Esiste una «svolta» in Bion?

Sovente i grandi pensatori arrivano nel proprio percorso di pensiero a una svolta. Pensiamo per esempio a Freud, a Ferenczi, ma anche a Marx, a Heidegger, a Wittgenstein. Per «svolta» possiamo intendere il «mutare la visione del mondo» (Bion, 1967, p. 22) o un cambiamento tale per cui una persona «non sembra più essere la stessa» (p. 30).

In questo senso una svolta in Bion sembra esserci, una svol­ta segnata dalla sua transizione da una psicoanalisi che mi­ra prevalentemente alla conoscenza della mente del pa­ziente a una psicoanalisi che mira anche all'essere all'unisono. Essa si fa evidente a partire dal cap. X di Trasfor­mazioni: «Questo capitolo è una revisione e una ricapito­lazione», scrive Bion (Bion, 1970, p. 177); «il punto in di­scussione è come passare dal conoscere “i fenomeni” a “es­sere” ciò che è “reale”» (p. 204).

Diversi studiosi hanno considerato questo cambiamento. Tra i primi ne ha parlato Fornari approvando quanto Bion diceva in Apprendere dall esperienza: quando la psicoanali­si mette in atto un processo di conoscenza dell'inconscio del soggetto, nel momento in cui questi conosce il suo in­conscio «diventa» ciò che conosce. Vedere invece, come successivamente propone Bion, uno scarto tra il conosce­re se stesso e il diventarlo rappresenta per Fornari una «rot­tura di continuità, una contraddizione interna, un'aporia» (Fornari, 1981, pp. 654-655).

Assai critico era stato qualche anno prima anche Meltzer, che giudicava il nuovo vertice di Bion «religioso» e indot­to dalla crisi del suo precedente programma. Bion, secondo Meltzer,

«ebbe un periodo di idillio con un sogno ma­tematico di un mondo preciso e quantificabile», ma «l'in­successo del vertice matematico nel contenere la violenza della emotività della vita mentale e l'incombente esplosio­ne di quel contenitore di formulazioni [...] portò al suo ab­bandono in favore del vertice religioso» (Meltzer, 1978, pp. 132-133).

Tuttavia, negli anni Ottanta, Meltzer corresse la sua critica e venne progressivamente avvicinandosi al nuo­vo vertice di Bion non definendolo più come «religioso» (Meltzer, 1986, pp. 29-32 e pp. 84-85).

Borgogno e Merciai hanno spinto più avanti l'indagine in­torno alla «svolta» in Bion, connotata dall'abbandono dei «grandi sistemi di pensiero logico-matematici» e dal rico­noscimento della «mancanza di strumenti concettuali e lin­guistici adeguati per descrivere i fatti della mente», ma con­sistente fondamentalmente in un mutamento di atteggia­mento profondo nei confronti del paziente e di se stesso. A partire dai seminari brasiliani (Bion, 1973) si fa avanti, secondo Borgogno e Merciai, «un Bion non onnipotente né onnisciente», ma capace di soccorrere l'interlocutore, convalidarlo e riconoscerlo in quanto tale, consapevole dell'inadeguatezza intrinseca di ogni interpretazione (Bor­gogno, Merciai, 1998, p. 64).

Lo studio della psicosi prima della «svolta»

La nuova frontiera della ricerca psicoanalitica negli anni Sessanta si concentrava sulle difficoltà riguardanti la co­noscenza della mente psicotica e il suo possibile cambia­mento con l'analisi. Bion per anni ha ritenuto che, al fine di affrontare lo studio e la clinica della psicosi, occorresse migliorare lo standard della teoria scientifica della psicoanalisi, nel senso di renderla più consona allo statuto pro­prio di un «sistema teorico deduttivo»3. L'idea di fondo sembra essere che nella psicosi l'io aggredisce le proprie capacità di pensiero, di pensare i legami. Il pensiero psi­cotico smantella se stesso. Bion sottolinea due modalità di attacco al pensiero: un individuo attacca le proprie capa­cità di pensiero già sviluppate oppure le attacca quando sono ancora allo stato iniziale. Nell'ultimo capitolo di Ap­prendere dall’esperienza la personalità psicotica viene pen­sata come caratterizzata dall'invidia: in questi casi il pro­cesso disturbato di pensiero è da lui concepito secondo il modello di quel neonato che è invidioso del seno:

Il neonato (infant) scinde da sé e proietta nel seno le pro­prie sensazioni di paura (di morire) insieme all'invidia e all'odio che prova per il seno imperturbato (undisturbed). L'invidia impedisce un rapporto conviviale [...]. In -K il seno è sentito sottrarre invidiosamente l'elemento buono o valido presente nella paura di morire (la volontà di vi­vere) e ricacciarne indietro il residuo privo di valore. Co­sì il neonato, che all'inizio aveva paura di morire, finisce per contenere un terrore senza nome (Bion, 1962, p. 163, trad. nostra).

Diversamente andrebbero le cose se questo lattante potes­se avvantaggiarsi della eventuale risposta materna di rêve­rie. Lo sviluppo psicotico riguarda dunque una personalità come quella di un lattante che, a causa della sua invidia del seno, non può trovare un contenitore per la sua ango­scia e non può quindi iniziare a sognare e a formare pen­sieri (funzione alfa) e neppure introiettare l'apparato per pensare i pensieri (preconcezione-attesa e realizzazione). L'identificazione proiettiva diventa perciò, quando si è in presenza di un tale sviluppo, sempre più violenta e irrea­listica, dando luogo all'inizio di una trasformazione in allucinosi. Si arriva così, in siffatta situazione, a quello che è il più celebre esempio bioniano di attacco al pensiero: si usano gli organi di senso non per inglobare ma per espel­lere, sino alla formazione degli oggetti bizzarri. Nella psi­cosi si tenta di sbarazzarsi di sentimenti cattivi e paurosi attraver­so la proiezione in fantasia dei propri organi di senso in oggetti del mondo esterno (Bion, 1965, pp. 182-185)4.

 Che cosa ha indotto Bion alla "svolta"?

Dopo Apprendere dall esperienza Bion dà pieno sviluppo al­la sua idea che l'attacco della mente psicotica ai livelli fon­damentali del pensiero (funzione alfa) comporta un gra­vissimo indebolimento delle intuizioni dello spazio e del tempo, che Bion ritiene kantianamente siano forme inna­te della mente umana, anche a livello neonatale. Ciò crea un'estrema difficoltà alla comprensione tra paziente e ana­lista. Il linguaggio comunemente inteso è il prodotto di una mente che è strutturalmente inserita in coordinate spazio­temporali (il soggetto che parla distingue, dentro lo spa­zio, sé dai suoi oggetti, ecc.). Se viene meno l'intuizione corretta dello spazio, tra analista e paziente si crea una im­possibilità di comunicazione, e il paziente avrà difficoltà a esprimersi sia nell'utilizzazione che nella comprensione del linguaggio.

L'analista vorrebbe, per esempio, interpretare al paziente che una sua associazione si presenta come avente molte facce, ma questo è un pensiero che usa una metafora spa­ziale, e dunque risulterà non comprensibile al paziente. Funzionano poco in queste circostanze anche le interpre­tazioni della identificazione proiettiva: interpretare nei ter­mini di identificazione proiettiva implica per il soggetto avere «la concezione di un contenitore in cui proiettare» (Bion, 1970, p. 21), cioè essere capaci di intuire che vi è uno spazio in cui stanno il soggetto e l'oggetto, oggetto nel quale viene proiettata una parte del soggetto.

Il fatto centrale è che la mente psicotica, producendo tra­sformazioni in allucinosi, manifesta di aver distrutto il sen­so dello spazio e del tempo5.

La psicosi dopo la "svolta"

La ricerca di Bion raggiunge il suo punto di svolta, cre­diamo, negli ultimi capitoli di Trasformazioni e in Atten­zione e interpretazione, allorché la difficoltà di pensare e parlare con coerenza viene colta anche a livello della men­te dell'analista che si pone il compito di entrare in contat­to con il paziente psicotico. Siccome l'esperienza emotiva originaria della psicosi e i vissuti conseguenti si collocano in dimensioni mentali che non sono quelli dello spazio e del tempo comunemente intesi, si realizza di conseguenza una medesima radi­cale difficoltà nell'analista: la mente dell'analista fa fatica a conoscere la mente psicotica, sia in generale sia - in par­ticolare - quella dei suoi pazienti.

Con una tesi del genere, riteniamo, siamo al limite della crisi conoscitiva in psicoanalisi. Potrebbe essere infatti che certe profondità della psiche, se stanno al di là dei signifi­cati del nostro linguaggio, non siano conoscibili. I mistici sostengono una tesi analoga a proposito della conoscenza di Dio. Nella filosofia contemporanea Heidegger ha soste­nuto che il linguaggio filosofico non può parlare dell'«Es­sere», occorre il linguaggio dei poeti.

La soluzione di Bion è che ciò che non può essere rag­giunto con la conoscenza può essere avvicinato in un al­tro modo: con l'essere la mente dell'analista all'unisono con la mente del paziente. Bion si esprime al riguardo in un lin­guaggio suo personale che è divenuto famoso. Scrive Bion:

«Le interpretazioni (dal momento che l'analista non può co­noscere O, la realtà ultima) dipendono dal fatto di “diven­tare”. L'interpretazione è un evento effettivo di uno svilup­po di 0 che è comune all'analista e all'analizzando [...]. È possibile essere all'unisono con la realtà ultima. Che essa esista costituisce un postulato essenziale della scienza, ma non può essere scoperta scientificamente. Nessuna scoper­ta psicoanalitica è possibile senza riconoscere la sua esi­stenza, senza essere all'unisono con essa e senza evoluzio­ne. I mistici si sono avvicinati forse più di ogni altro ad espri­mere l'esperienza di essa» (Bion, 1970, p. 41 e p. 44).

Proporremo alcune nostre riflessioni per suggerire uno dei modi possibili in cui queste parole possono essere intese, consapevoli che il tipo di linguaggio usato da Bion si pre­sta a essere scimmiottato. Intanto è importante conside­rare che comunque per Bion ciò che non può essere di­rettamente conosciuto può cionondimeno essere avvicina­to e indicato dal linguaggio.

Vi è un discorso, che costituisce il nucleo centrale di am­pie riflessioni di Bion rispetto ai contenuti della mente psi­cotica, al quale la critica non ha prestato - crediamo - l'at­tenzione che merita, e che tuttavia ci porta al cuore del problema esistenziale del soggetto. Lo spazio ha comin­ciato a non poter essere concepito allorché al soggetto è capitato di sperimentare l'assenza - nello spazio stesso - del seno e della madre. Scrive Bion:

Il concetto che il geometra ha dello spazio può essere uti­lizzato di ritorno per illuminare il campo in cui, secondo me, ha senso dire che «un sentimento di depressione» è il «luogo in cui stava un seno o un altro oggetto perduto» e che lo «spazio» è il luogo in cui era solita stare la depres­sione o qualche altra emozione (Bion, 1970, p. 19). L'appagamento assente viene sperimentato come una non cosa (no-thing). L'emozione suscitata dalla non-cosa viene sentita come indistinguibile dalla non-cosa. L'emozione viene sostituita da una «non emozione». Ciò in pratica può significare o assenza totale di sentimento o una emozio­ne, come la collera, il cui scopo fondamentale è di negare un'altra emozione (p. 31).

Lungo questa traccia di pensiero troviamo ulteriori defi­nizioni bioniane che cercano di dare un'idea del mondo mentale della psicosi dopo la catastrofe della perdita del mondo a partire dalla depressione inaugurale.

Lo spazio e la madre

Lo spazio significa luogo della perdita. Questi due elementi (spazio e seno) sono così strettamente uniti che quando l'idea dello spazio comporta l'idea dell'assenza della ma­dre, per non soffrire l'assenza della madre - che arreca di­sperazione - non deve essere pensato nemmeno lo spazio. Qui Bion introduce l'analogia tra la teoria psicoanalitica intuitiva e lo spazio geometrico per richiamare l'attenzio­ne degli psicoanalisti sull'evidenza che nell'area del pen­siero psicotico nessun significato può essere aggiunto pri­ma di ritornare al «luogo dove era qualcosa», un qualcosa il cui significato è stato distrutto lasciando nel paziente un senso di non esistenza (quasi fosse un neonato spaventato dall'assenza del seno). Questo evento originario, indescri­vibile e impensabile da parte del paziente, non permetterà all'analista di lavorare poiché, se l'analista parla, le sue pa­role sono private di significato.

Sta emergendo in Bion il problema del rapporto tra la psi­cosi e il trauma infantile. Tuttavia quasi ogni riferimento al trauma è lasciato cadere da Bion, consapevolmente o in­consciamente, nella incertezza e ambiguità. Consideriamo l'esempio più impressionante che Bion ci ha lasciato e che è stato notato da molti: un paziente accenna nel suo lin­guaggio sconnesso a un gelato («ice cream»), ma Bion co­glie lì un significato inconscio, un altro linguaggio di sof­ferenza acuta dimenticata e i cui frammenti vengono spar­si lungo un periodo di diversi anni, per poi essere rivissu­ti  -nello stesso istante della seduta- dal paziente che ope­ra trasformazioni in allucinosi. Bion nel «gelato» di cui parla il paziente ci sente «I scream», «io urlo», l'urlo di quando «il legame tra le due personalità risulta distrutto» (Bion, 1970, p. 23).

Ma distrutto come? Sono possibili due interpretazioni, as­sai diverse, della medesima esperienza, con tutte le grada­zioni intermedie. Nel caso di un'esperienza circoscritta è pos­sibile vedere il conflitto, come Bion fa sovente, nei termini classici kleiniani: il bambino non è in grado di sopportare una frustrazione; il suo urlo è di aggressività verso la ma­dre, esprime «l'invidia e la distruttività che trasformano il seno buono [...] probabilmente mordendolo davvero» (Bion, 1970, p. 23). Ben diversa è la situazione di un abbandono troppo lungo e quindi traumatico. L'urlo è allora espressio­ne di una iniziale depressione infantile che ricorda il bam­bino che «scivola indietro nell'inesistenza» (Ferenczi, 1929, p. 362), che entra in «agonia psichica» (Winnicott) o nel «ter­rore senza nome» (Bion, 1961, p. 178).

Terrore senza nome che è forse quello dipinto ne L'urlo di Munch, ove il protagonista sembra avere le fattezze di un bambino.

Terrore senza nome pure presente in una poesia di Um­berto Saba che racconta il punto di svolta fondamentale della sua vita infantile, allorché la madre lo strappò ex abrupto e definitivamente, all'età di tre anni, dalla balia che per lui era la vera madre.

Un grido / s'alza di bimbo sulle scale. E piange / Anche la donna che va via. Si frange / per sempre un cuore in quel momento. / Adesso / sono passati quarantanni / Il bimbo / è un uomo adesso, quasi un vecchio, esperto / di molti beni e molti mali. È Umberto / Saba quel bimbo. E va, di pace in cerca, / a conversare colla sua nutrice; / che an­ch'ella fu di lasciarlo infelice, / non volontaria lo lasciava. Il mondo / fu a lui sospetto d'allora, fu sempre / (o tale al­meno gli parve) nemico (Saba, 1929, p. 343)6.

Anche Saba in un unico istante, a quarant anni, rivive quell'esperienza traumatica che gli aveva alterato la visio­ne del mondo7: «Il mondo fu a lui sospetto d'allora, fu sem­pre (o tale almeno gli parve) nemico».

Colpisce il fatto che anche Bion a 10 anni subì un trau­matico distacco dalla famiglia, residente in India, per es­sere trasferito e lasciato in un collegio inglese. È l'espe­rienza traumatica della sua infanzia, ma il trauma è solo accennato nella sua autobiografia. Nella direzione invece di un netto riconoscimento dell'importanza del trauma in­fantile per abbandono o trascuratezza vanno le pagine di Una teoria del pensiero, nelle quali viene affermato chiara­mente che il bambino che proietta la sua angoscia ha bi­sogno di trovare un contenitore, giacché altrimenti cade nel «terrore senza nome» (Bion, 1961, p. 178).

È forse questa la O del paziente psicotico, una esperienza del paziente che Bion intuisce sulla base della sua stessa esperienza?

Fonti autobiografiche

Nell'autobiografia di Bion entriamo in contatto con un ma­teriale mentale che ha bruciato a lungo nella sua vita: la separazione dai genitori a 10 anni; la terribile esperienza di guerra come carrista; la morte della moglie per parto; la separazione dalla figlia neonata.

Per poter ricorrere con un atteggiamento di onestà intel­lettuale al dato biografico, e ritenere che l'essere all'unisono riguardi in prima battuta proprio il riconoscimento da parte di Bion di poter vivere quegli stessi sentimenti che il paziente prova, dobbiamo accettare che ogni biografia ha un inizio dal quale si sviluppa una storia. L'inizio, benché esiti a essere riconosciuto nella sua valenza emotiva per­ché prima deve essere raccontato in molti modi (da testi­moni, attraverso narrazioni efficaci, attraverso romanzi o cronache ecc.), a un certo punto si affaccia nella mente del soggetto con una sua evidenza emotiva (almeno quando un'analisi consente di accedere a quell'inizio). D'altra par­te nessuno potrà negare che l'inizio, l'arcaico della mente, continua a operare e a far sentire i suoi effetti. Come an­che la poesia di Saba ben testimonia, quando egli diventa consapevole del dolore procuratogli dal distacco dalla ba­lia «cerca la pace» nel recupero del rapporto con la ma­dre-nutrice, testimoniandole con i versi che non l'ha di­menticata e pensando in tal modo di risarcirla.

Una citazione di Bion è a questo proposito illuminante. In una lettera alla figlia Parthenope egli così parla della no­stalgia:

Tutti i miei ricordi della nostalgia ne fanno la sensazione più tremenda che io abbia mai provato: una specie di or­rendo senso di catastrofe incombente senza alcuna idea chiara di che cosa sia e neppure parole per esprimerla. E non è molto meglio quello che definirei il panico delle 2 del mattino, quando si viene assaliti da qualche terribile angoscia con una violenza tale da far gelare il sangue nel­le vene. Se ne potrebbe fare un'antologia, ma ci vorrebbe un'abilità ai limiti del genio per riuscire a rievocare alme­no in parte il terrore totale dal quale si viene colti in que­ste occasioni. Ma ritengo che la crescita interiore finisca col provenire proprio dalla capacità di resistere pur aven­do queste sensazioni e queste idee (Bion, 1985, p. 179).

Altre note autobiografiche ci permettono di avanzare qual­che ragionevole idea sul fatto che la sofferenza dello psi­cotico sia stata innanzitutto la sua. Siamo nel 1946: ricor­diamo che pochi giorni prima che finisse la guerra Bion, che era militare, si trovò contemporaneamente, a 48 anni, vedovo e padre di una bimba. Successivamente egli aveva comprato un cottage fuori Londra in cui Parthenope abi­tava con la balia e suo marito; Bion vi si recava ogni week­end e usava accompagnare la figlia in un villaggio vicino ove prendeva un tè. Nell'ultima pagina della sua autobio­grafia egli scrive di un episodio nel quale, pare di capire, la figlia Parthenope aveva circa un anno:

Intanto i pazienti venivano e pagavano [...] Eppure ora mi sentivo come non mi ero mai sentito prima: ottuso e in­sensibile. Che ci fosse qualcosa che non andava, che ci do­vesse essere qualcosa che non andava, mi apparve chiaro in un week-end mentre me ne stavo seduto sul prato di ca­sa e la bambina camminava a quattro zampe vicino a un aiuola dalla parte opposta del prato. Cominciò a chia­marmi; voleva che andassi da lei. Restai seduto. Lei co­minciò a strisciare verso di me. Ma mi chiamava come se volesse che andassi a prenderla in braccio. Restai seduto. Lei continuò a strisciare e a chiamarmi, ma ora con un to­no di infelicità. Restai seduto. La osservai proseguire nel suo faticoso percorso attraverso la distesa sconfinata e che tale doveva sembrarle, che la separava dal suo Papà. Re­stai seduto, ma mi sentivo amareggiato, arrabbiato, ran- coroso. Perché mi stava facendo questo? E, quasi imper­cettibile, la domanda: «Perché le stai facendo questo»? La balia non riuscì a resistere e si alzò per prenderla in braccio. «No, dissi io, la lasci strisciare. Non può farle al­cun male». Guardammo la piccola che strisciava a fatica. Ora piangeva disperatamente, ma insisteva con caparbietà nel suo sforzo di coprire la distanza che la separava da me. Mi sentivo stretto in una morsa. No. Non mi sarei mosso. Alla fine la balia, dopo avermi guardato con incredulità, si alzò, ignorando la mia proibizione, e la prese in braccio. L'incantesimo si spezzò. Fui liberato. La bambina aveva smesso di piangere per essere consolata da braccia ma­terne. Ma io, io avevo perso mia figlia. Spero che non ci sia una vita futura. Avevo supplicato Betty di acconsentire ad avere un figlio; il suo consenso le era costato la vita. Mi ero impegnato a occuparmi della piccola. Non era sta­ta una promessa a Betty; era stato un inatteso impegno con me stesso. Era stato un trauma, un trauma lacerante, scoprire in me stesso una crudeltà tanto profonda. Da al­lora ho spesso ricordato le parole di Shakespeare: «Ninfa, che le tue orazioni siano a ricordo di tutti i miei peccati» (Amleto, Atto III, Scena 1) (Bion, 1985, p. 70).

Si noti che in questo esempio la rêverie della balia è sem­plicissima. Ella si fa prendere dalla angoscia della bambi­na, disobbedisce al padre e va a prenderla in braccio. La bambina subito si calma. Tutto si risolve in pochi attimi. Non sappiamo se Bion si accorse del suo errore in quel momento oppure più tardi. È evidente comunque che, men­tre descrive un comportamento di rêverie materna della balia della piccola Parthenope, contemporaneamente egli tratteggia la sua sordità rispetto all'identificarsi col senti­re della bimba, e cioè la sua - almeno allora - radicale man­canza di rêverie patema.

Bion conclude che egli perdette sua figlia. È esagerazione? Va ricordato che più avanti, con il tempo, egli divenne al­tresì un padre dedito e anche affettuoso, ma continuò a rimproverarsi, rispetto all'episodio citato, aree di incom­prensione verso certe esigenze della figlia. Per poter con­cepire la funzione materna della madre - come «rêverie» o come capacità di accogliere tutte le proiezioni del neo­nato - ha dovuto egli stesso passare attraverso quell'esse­re «ottuso e insensibile» che caratterizza il paziente psi­cotico che non può soffrire il dolore?

Note

Dina Vallino: Psicoanalista con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana. Esperta di Infant Observation.

Marco Maccio': Epistemologo, saggista.

3 Cfr. i capp. 23 e 24 di Apprendere dall’esperienza, ma anche p. 38, che rivelano la radicale avversione di Bion per ogni progetto di ri­duzione scientista in psicoanalisi.

4 Bion giustamente nota che «le attività mentali e non mentali che costituiscono il mezzo attraverso il quale l'impulso cerca espressio­ne si distaccano dall'impulso, il quale viene a trovarsi mutilato» (Bion, 1967, p. 76).

5 II concetto di «spazio mentale» ha alcuni precursori: in primo luo­go lo stesso Freud (1910), che si avvicinò al concetto di «mondo» co­me a un aspetto della vita mentale «quando riconobbe che il mondo di Schreber poteva sia cadere a pezzi da solo che essere frantumato» (Meltzer, 1982, p. 96); la Klein con il concetto di «mondo interno» e Winnicott con quello di «spazio potenziale». Questi concetti si con­figurano come tentativi di inserire in un carattere unitario sintomi, ricordi frammentari, spezzoni di frasi.

6 Si tratta di II piccolo Berto, poesia dedicata a Edoardo Weiss. Il pa­dre di Saba, Ugo Edoardo Poli, veneziano, abbandonò la moglie pri­ma che il figlio nascesse e si dette a una vita avventurosa e vagabon­da. Umberto Saba lo conobbe solo dopo ventanni. Umberto fu mes­so a balia presso Giuseppina Sabaz, una contadina slovena che aveva da poco perduto il bambino e che riversò sul piccolo Berto tutto il suo affetto di madre. Ma all'età di tre anni la madre naturale lo riprese con sé strappandolo improvvisamente e per sempre dalla «Peppa», di­stacco che ebbe per il bambino effetti traumatici, anche per il con­trasto, si è ipotizzato, tra il carattere aperto ed espansivo della balia e quello chiuso e severo della madre, che era donna incline al pessi­mismo e ansiosa e rigida nell'educazione (De Fonzo, 1993, p. 54).

7 È ciò che Bion chiama «sistema teoretico» del paziente, di ciascu­no (Bion, 1962, p. 111).

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