dietro l'hotel

Nel vicolo una donna calva

di Dina Lentini

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Nel vicolo una donna calva aggiustava la biancheria stesa sul balcone. Controllava e ritirava i panni asciutti e spostava gli altri ancora umidi al sole. Era l'unico momento della giornata in cui,  pur continuando nel suo lavoro, si concedeva di alzare gli occhi verso la luce autunnale e approfittava della brezza che alle due arieggiava e rinfrescava quello spazio, chiuso tra alte facciate.

Non era proprio un vicolo, ma piuttosto un enorme cavedio che comprendeva il retro di quattro o cinque palazzi, tutti con finestre e minuscoli balconi, ordinati e piastrellati. La donna portava un maglioncino a maniche corte e il grembiule, ai piedi aveva corti calzini bianchi infilati in basse pantofole da casa.

 

una donna, forse sola, vista di spalle, ombra nera, guarda dal balcone il mondo colorato. Fuma adagio.Copertina di Emilie Barret per il romanzo "Dietro l'hotel" di Dina Lentini, di cui riportiamo il primo capitolo

Non era del tutto calva: le rimanevano ciuffi grigi e lanosi proprio in cima alla fronte e con le sopracciglia folte e gli occhiali quadrati, neri, aveva un'aria da uomo. Ma alla donna non importava. Sapeva che di fronte c'erano le finestre dell'albergo, quasi sempre chiuse da tendoni pesanti e che comunque da lì tutti quelli che potevano curiosare erano persone di passaggio, gente quasi ogni giorno diversa, praticamente una folla di sconosciuti, nessuno. C'erano le inservienti, tutte di colore o latinoamericane, che nella tarda mattinata rassettavano le stanze spalancando le finestre: quelle erano più o meno stabili e avrebbero potuto incrociarla all'angolo della strada o della porta di servizio, ma anche così, se pure l'avevano vista al balcone, non la riconoscevano mai.

Nel pomeriggio si sedeva sempre da quel lato dell'appartamento perché il sole passava da quella parte e perché lì aveva il cucinino e tutte le comodità di cui aveva bisogno: poteva farsi il caffè e sentire la radio mentre puliva o lavorava a maglia e a un passo c'era l'atrio, dove teneva appesa la parrucca per infilarla prima di aprire la porta, per ogni emergenza.

Ma a quell'ora aveva già chiuso l'appartamento per la notte e non aveva altro da fare che stare a sentire i rumori che arrivavano dalla strada e guardare i pappagalli che avevano colonizzato un platano che sporgeva nel vicolo.

Sapeva che in meno di due ore la luce si sarebbe fatta bassa e avrebbe scintillato solo in alto, sugli sfiatatoi d'acciaio che uscivano dalle cucine in fondo al cortile e salivano oltre il tetto. Ancora un po', forse una mezz'ora, e un'ombra azzurra avrebbe avvolto la facciata di fronte. Qualche finestra si sarebbe illuminata e dal balcone avrebbe sentito scorrere l'acqua delle docce. A pianoterra, due piani sotto, i contorni delle cose erano già sfumati e difficili da riconoscere. Ma lei non guardava mai giù, da quella parte.

Là in fondo gli appartamenti che affacciavano direttamente sul retro erano stati ampliati fino a ricavare piccole terrazze e giardinetti pensili su livelli diversi; alcuni erano garages ed erano utilizzati come tali, altri erano stati trasformati in monolocali e abbelliti con verande, ombrelloni o muretti pieni di felci e ortensie.

A quell'ora erano masse confuse, ma al mattino, in piena luce, tutto quel colore le era insopportabile. I muretti erano imbiancati a calce, i vasetti di terracotta erano dipinti di verde, di rosso, di azzurro e in un angolo un oleandro coi fiori rosa doppi occupava un intero balconcino.

Al pensiero di quei giardini ricavati tra le case le veniva una rabbia che le guastava la giornata. Non guardava mai giù e si limitava a sbirciare la facciata dell'hotel tinteggiata di un verde chiaro e discreto. Là sotto suo marito si era sistemato nel loro garage e aveva costruito un terrazzino: con disgusto lo immaginava affaccendato sui muri candidi a incollare piastrelle colorate e a sistemare piante rampicanti. Sapeva che la mattina presto, con l'innaffiatoio in mano, lui si sporgeva a guardare in su, sperando di vederla sul balcone. In quello spazio era persino riuscito a sistemare un albero di limoni, che cresceva, riparato dal vento.

Era quasi sera. La donna calva pensava alla sua parrucca, che era venuta così bene, indistinguibile dai suoi capelli naturali, castani con qualche ciocca grigia. Era il suo passaporto per poter uscire senza dover dare spiegazioni ai vicini. Lui sperava sempre di sorprenderla mentre usciva per fare la spesa o andare in farmacia, ma lei si muoveva rigorosamente nelle ore in cui lui era al lavoro. Tra poco avrebbe chiuso il balcone e si sarebbe rifugiata nella stanza da letto. Era irritata perché sapeva che lui era là sotto, che voleva salire da lei a consolarla, ad assisterla. Sicuramente stava bagnando le piante prima di ritirarsi a cucinare o forse si era sistemato nella brandina a leggere. Leggeva sempre fino all'ultimo finché c'era la luce naturale.

Ma l'uomo non leggeva. Appoggiato al muretto guardava in su verso il balcone spoglio, dove i fili della biancheria erano nudi. Capì che lei c'era perché aveva visto sporgere la punta delle pantofole e distolse lo sguardo, per non inquietarla. Nel punto più aperto del vicolo la luce radente disegnava macchie gialle tra le foglie del platano sulla facciata rosa di un palazzo d'angolo.

La donna calva non resistette e guardò anche lei, di lato, verso l'alto, dove stava guardando suo marito. Ma la luce era esaltata, ingoiata dai vetri dei bovindi ; il platano si era incupito, aggrappato alle sue foglie blu che cominciavano a cadere.

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