un breve racconto

Misure tra le nubi

scritto da Dina Lentini per La Natura delle Cose

Genera segnalibro - Condividi

un dipinto di Yayoi Kusama, esposizione al museo Rejina Sofia di Madrid del 2011

I pappi dei pioppi volano dappertutto, soffiando brividi sulla pelle degli allergici. Ne era pieno il parcheggio, dove vorticavano nell'aria tiepida e si sono insinuati fin dentro l'autobus che ci porta verso l'aereo. La gente si appende alle maniglie troppo alte e ondeggia leggermente per quel tragitto di pochi minuti, con qualche fiocco morbido tra i capelli. Saliamo nel vento la breve rampa e siamo subito dentro in quello spazio così delimitato ma pulito e luminoso, quasi asettico. I pappi restano chiusi fuori.

Faccio il pendolare da qualche anno: un'ora e mezzo ad andare e altrettanto al ritorno per due giorni al mese, quelli che mi servono per aprire il mio secondo studio. All'inizio mi sembrava un azzardo, voglio dire sul piano economico. E non mi piaceva volare. Poi, ha funzionato: gli appuntamenti fissati in quei due giorni mi rendono più dell'intero mese di lavoro, e ho imparato a controllare la paura. Anzi, adesso decisamente mi piace.

Da tempo ho quasi del tutto abbandonato le mie strategie di difesa, quelle che di solito la gente usa per vincere l'ansia da viaggio. E' successo così, senza sforzo, spontaneamente: di colpo, un giorno non avevo più paura. Non mi afferro più con le mani sotto il sedile, né contraggo i piedi con furia, non fingo di dormire o leggere la rivista di bordo tanto per salvare il decoro e mascherare il terrore. Posso rilassarmi vicino al finestrino, studiare, farmi un sonnellino.

Oggi le condizioni meteorologiche sono perfette e l'aereo, stranamente, è mezzo vuoto. Le due hostess, avvolte prima da una luminosità accecante, poi dalla penombra generata dai cambi di direzione, hanno già fatto le loro dimostrazioni con il kit sulla sicurezza: sono carine, tutte e due, truccate ma non troppo, come si deve, con i capelli raccolti in due chignons identici, ma hanno quell'aria imbalsamata e quel sorriso artificiale che fa crollare ogni interesse. A me, perlomeno. Con ciò, anch'io non posso sottrarmi alla vista delle gambe perfette che si muovono svelte sui tacchi alti d'ordinanza. Le vedo dall'alto del sedile, quando sono già in fondo. Il mio vicino, invece, che dalla sua postazione-corridoio potrebbe allungare l'occhio con più facilità, resta impassibile.

Quando si è seduto è stato solo una presenza in ombra, ma ora che lo vedo meglio, sembra inquieto. Abituato a osservare le persone, cerco di evitare per quanto possibile il mio sguardo professionale che può mettere in imbarazzo. Ma questo ragazzo non si accorge nemmeno del mio interesse.

Per tutta la prima mezz'ora ha lavorato concentrato sul suo note-book, poi ha cominciato a guardarsi intorno. Certo non soffre di mal d'aria, perché si è slacciato la cintura e si è già spostato due volte, allungandosi prima nella fila accanto per raggiungere il finestrino e poi di nuovo da questa parte, proprio nella poltrona davanti alla mia.

Le hostess passano con il carrello dei rinfreschi e mi prendo un caffè. Il mare sotto è scomparso, viaggiamo immersi nelle nubi. Il mio vicino è di nuovo qua: alto e magro nei suoi jeans un po' larghi, ha aperto la cappelliera e posato il computer per prendere qualcos'altro. Non è proprio un ragazzo, sembra un uomo sui quarant'anni che a prima vista può anche passare per un adolescente.

Una delle hostess comincia a guardarlo con sospetto: posto ce n'è, ma lui sembra muoversi in modo troppo disinvolto. Sta seguendo un suo pensiero. Si è rimesso nel posto accanto a me e si mette al collo una macchina fotografica. Qualcosa non lo convince, si aggiusta gli occhiali sul naso per vedere meglio ad occhio nudo, smonta il coperchio e se lo mette in tasca per tenersi pronto con l'obiettivo. All'inizio penso voglia una foto dell'aereo: nell'abitacolo c'è una luce strana resa ancora più abbagliante dalle nubi candide. Non sapevo si potesse fotografare, ma in fondo perché no, credo non ci sia alcun problema di sicurezza: non ci avevo mai pensato perché in effetti i miei non sono viaggi da turista. Credo comunque che anche questo mio compagno di volo, muto e serio con occhi guizzanti sotto la zazzera di capelli incolti, non sia in giro per diporto. Ho occhieggiato delle formule e delle tabelle sul computer. Che sia anche lui un pendolare? Potrebbe tenere delle lezioni all'università o lavorare per una ditta, qualche giorno a settimana..

L'hostess, adesso che lui è passato di nuovo nell'altra fila, si è mossa per rimproverarlo. Lui le risponde con una specie di grugnito, ma è gentile a suo modo, come un bambino preso in fallo. Lei lascia perdere. L'aereo è vuoto e tutto è sotto controllo.

Le nubi si allargano, estese in avvallamenti e barriere montuose che si sfaldano in altre figure di baratri, pinnacoli, campi che diventano falesie o precipizi. Per un po' credo che il ragazzo voglia fotografare queste forme spettacolari. Chissà se l'immagine rende in parte lo stesso effetto, l'atmosfera.

Ora il manto innevato si è ristretto e ha formato un sentiero sinuoso fra due immensi crepacci, in mezzo a una fiancata una specie di buco nero, una porta, una grotta.. Mi incupisco pensando a paesaggi schizofrenici dipinti da un'artista contemporanea che mi piace molto, ma mi dà sempre una forte inquietudine. Penso che quel mondo, nato nel chiuso di una follia lucida e creativa, sembra dipinto quassù. Ma usciamo nel sole e grandi cirri ci vengono incontro come troni sfolgoranti poggiati sul piano dei venti. Mi godo questo momento e quasi mi appisolo.

Il mio amico qua non è interessato né all'interno dell'aereo, né alle nubi: adesso capisco a cosa mira. Non fotografa, usa il tele per guardare e misurare: quello che gli interessa sono le ali, gli angoli delle virate, la distanza, che avrà tradotta in schema geometrico, fra l'ala e la fiancata. Ma a che gli serve? Eppure è quello che sta facendo: si allunga con la schiena o si abbassa, punta in alto l'apparecchio, sceglie l'angolo giusto, si alza in piedi tutto inclinato.

Non ho la minima idea di che tipo di misure possano essere. Forse sono immagini che gli servono per qualche composizioni grafica.

Ripone la macchina, alzandosi per l'ennesima volta per aprire la cappelliera e raggiungere lo zainetto. Si risiede al suo posto, vicino a me: siamo separati da un posto vuoto. Incredibilmente si gira, appena, dalla mia parte: sul suo viso c'è un mezzo sorriso.

Stiamo atterrando.

Visto che ora siamo amici, mi segue, sempre in silenzio, sulla rampa, sull'autobus, fino all'uscita. Nessuno di noi ha bagaglio da ritirare.

Adesso si muove più velocemente, con la sua andatura dinoccolata, la camicia sportiva firmata che qualcuno ha scelto per lui e gli si gonfia un po' sulle spalle magre. Forse aspetta qualcuno che lo venga a prendere. Si, ha visto una persona. Si volta verso di me e mi sento obbligato a fare almeno un cenno con la testa. Non risponde, ma gli torna in faccia quel mezzo sorriso fiducioso.

Ed ecco arrivare una specie di fattorino o di bidello: un uomo di mezz'età, pacioso, che gli prende lo zainetto e gli indica la macchina posteggiata proprio davanti.

Il ragazzo è contento di vederlo e gli dice subito : “Non vado a casa, stanotte mi fermo in facoltà. Portami là”.

Finalmente lo sento parlare. Ma la voce, non solo dilata i suoni in un singulto di balbuzie, ha un fondo gracchiante, penoso, che distorce quei suoi lineamenti di fanciullo.

Mi avvio verso il parcheggio: anche qui i pappi dei pioppi girano nel vento.

Torre degli Ulivi , 15 maggio 20122

Dina Lentini

proprietà letteraria riservata, Dina Lentini e La natura delle cose, riproduzione vietata

fotografia dell'autrice a un dipinto di Yayoi Kusama, esposizione delle sue opere al museo Reina Sofia, Madrid, 2011

 

vai avanti di una pagina
dina  |  racconti  |  aggiungi un commento

Logo e suggerimenti grafici: Emilie Barret - HTML : Nino Martino - Sviluppo del sistema di gestione dei contenuti (CMS): Roberto Puzzanghera | login