Un'altra epoca, un altro vento

il racconto prende spunto, romanzando, da un fatto realmente accaduto...

Genera segnalibro - Condividi

Fosse stata un'altra stagione, magari l'ultima estate, siccitosa e interminabile nella sua calura anomala, Seck sarebbe arrivato in maglietta e con un paio di pantaloncini corti di nylon sulle gambe nude, avvolto in una nuvola di polvere. Si sarebbe fermato nello stesso bar, avrebbe fatto scivolare la cinghia del borsone dalla spalla sudata e avrebbe chiesto una birra gelata.

nel dipinto di Kilala, artista della Tanzania, una zebra  bianca-nera è avviluooata da pappagalli coloratidipinto di Kilala, artista della Tanzania

Fosse stato un tempo più mite, forse se la sarebbe fatta a piedi volentieri. Per una mezz'ora, senza fretta, avrebbe caracollato col suo passo lungo sul bordo della provinciale, annusando l'odore del mare, cercando qualche chiazza d'ombra.

Adesso l'africano portava una giacca a vento leggera che non aveva retto l'acqua e anche i yeans, che erano ancora quelli estivi, erano bagnati e appiccicati alle cosce, là dove l'acqua aveva battuto di più mentre camminava.

Seduto al mio tavolo, tra la porta e la finestra, aspettavo. Bevevo caffè, davo un'occhiata al computer, mandavo o ricevevo un messaggio sul telefonino, ma soprattutto mi guardavo in giro. Dentro il bar e fuori, sulla strada, qualcosa succedeva sempre. Così lo avevo visto muoversi come un gatto, circondato da un alone di vapore, di nebbiolina mista a pioggia e a nevischio. Il borsone lo teneva sulla schiena, come uno zaino, tutte e due le mani erano aggrappate alle cinghie per scaricare il peso. Arrivato sotto il loggiato aveva buttato a terra il carico e prima di entrare si era scrollato l'acqua di dosso.

Il barista doveva conoscerlo perché si erano guardati senza dire niente, ma era chiaro che si trattava di un saluto di riconoscimento. Seck aveva ordinato un cappuccino bollente. Lo beveva piano, ma non riusciva a non sporcarsi di schiuma le labbra e doveva continuamente leccarsele. Stando in piedi, la sacca con la mercanzia tra i piedi, superava di almeno venti centimetri la testa del barista che non era certo piccolo e stava sulla pedana dietro il bancone.

Anche il mio vicino di tavolo lo conosceva. Si era alzato ed era andato al banco per prendere un'altra brioche e gli aveva dato un colpetto da dietro sulla spalla. Seck si era girato e guardando verso il basso gli aveva sorriso. L'uomo era davvero piccolo, sulla quarantina, corpulento e rubizzo: con il berretto e il gilet di pelle sembrava un cacciatore.

“Oggi conviene starsene qua dentro. Fuori non vendi niente”

“Beh, ho gli ombrelli.. ma resto qua un po'”

“Dove sono quelle con la crema? Non avevi ancora un paio di brioche con la crema?” Il barista mi indicò: in effetti, le avevo appena spazzolate io.

“Ne stanno arrivando altre. Le faccio a poco a poco perché ci vuole mezz'ora di forno.”

“Va bene, andiamo a sederci. Dì a tua moglie di sbrigarsi. Hai anche le pizzette sfoglia? Vieni Seck, andiamo a sederci. Che c'è?”

L'africano spinse il borsone sotto il tavolo. Lui e il cacciatore si portarono dietro le tazze e si sedettero di fronte a me. Anch'io avevo voglia di qualcos'altro, ma cosa? Forse una pizzetta sfoglia, una di quelle che si trovano solo nell'isola e neanche da tutte le parti: una cosa banale, due dischi di pasta sfoglia bella gonfia e friabile con un ripieno di formaggio, salsa, origano, ma bisogna saperla fare. Chissà se la moglie del barista sarebbe stata all'altezza.

“Il nostro Seck è un bravo ragazzo e oggi venderà tanti ombrelli”: rivolto a me, il cacciatore (o quello che era) iniziava presentazioni e discorsi da bar. Ma il nero si era come intristito. Gli chiedo se è da tanto che si trova nell'isola e lui mi dice che sì, sono ormai tre anni che gira da nord a sud, d'estate sulle spiagge e d'inverno nei paesi.

E tre anni prima? Mi viene il dubbio di essere invadente, ma lui parla volentieri: un anno in continente, poi un mese in Africa, poi di nuovo in continente e ora qua.

La moglie del barista arriva dal retrobottega con due vassoi coperti da un tulle bianco, uno per le brioches e uno per le pizzette. Il cacciatore le lancia uno sguardo basso appena accennato che significa che approva l'arrivo dei vettovagliamenti, ma anche che la signora è il suo tipo di donna, ben in carne, con un grande seno, il viso colorito e il sorriso severo da sfinge. Suo marito, magro, con occhi di un celeste pallido, sembra essersi adattato a fare il barista per compiacerla, essendo adatto a tutt'altro tipo di lavoro, forse l'insegnamento.

 

Comunque è un barista gentile ed efficiente e porta subito al tavolo due piattini con le brioches e le pizzette.

Seck non prende niente, è silenzioso, ma è gentile anche lui. Il cacciatore è suo amico, dice. Oggi, invece, non ha incontrato buona gente.

“Che è successo?” al cacciatore, riconciliato con se stesso per aver appena ingoiato l'ultimo boccone di sfoglia alla crema, sembra inconcepibile che il mondo non sia bello e buono, tutto da percorrere correndo, con una grande risata.

“E' successo che sono salito sull'autobus. Non lo prendo mai. Oggi ero stanco. Ho preso l'autobus e ho visto che c'era una fila libera in fondo. Andava bene anche per la borsa, laggiù non dava fastidio”

L'africano fa una pausa. In un altro posto non direbbe niente, ma qua lo conoscono e si sente tranquillo. Forse è perché ci sono io. Oppure è per loro, per gli amici del bar, forse proprio perché è conosciuto si vergogna. Ma il cacciatore non demorde e del resto, anche lui, una volta cominciato, deve pur finire il discorso.

“E allora?”

“Allora due tizi, dovevano essere padre e figlio, si alzano, poi si muovono altri due e tutti insieme mi dicono che non mi posso sedere”

“Non avevi il biglietto?” chiedo io, tanto per dire, ma intuisco già la risposta. In quel caso sarebbe intervenuto l'autista, non un gruppo di passeggeri: non è quella la spiegazione.

Seck sospira: “Certo che avevo il biglietto, gliel'ho mostrato. Hanno detto che quello mi dà diritto al passaggio, non al posto”

“Sono matti? Non potevi chiamare l'autista?”: il cacciatore non ha ancora realizzato, giocherella con le briciole della brioche e non vede l'espressione del ragazzo, sempre più cupa.

Io comincio a fremere.

“L'autista ha visto e sentito tutto e se n'è fregato. Hanno detto che non mi potevo sedere perché sono negro. Alla prima fermata sono sceso”

Il cacciatore ora è balzato in piedi: “da noi non succedono queste cose!”

Seck lo guarda mortificato.

Il barista si volge verso il ragazzo con i suoi occhi celesti miti. Non dice niente, ma annuisce e Seck è confortato. Non voleva criticare il posto dove vivono questi suoi amici, ma il barista con un cenno gli ha fatto capire che va bene così, che qua può parlare.

Io pure mi alzo in piedi con il cacciatore e comincio a incazzarmi.

Neanche fossimo in Texas vent'anni fa, dice il cacciatore.

La moglie del barista occhieggia mentre inforna pizzette e ha sentito tutto, ma lei si fa i fatti suoi.

Prendo una pizzetta sfoglia dal piattino e comincio a mangiarla: sopra, invece dell'origano, c'è una fogliolina di mirto che dà un buon aroma amarognolo. Ne offro una a Seck.

Neanche fossimo nell'Europa di sessant'anni fa, dice ancora il cacciatore.

Il barista continua ad annuire. Altri due si avvicinano: due anziani che aspettano anche loro la corriera per andare al porto che da qua dista un paio di chilometri. Hanno lasciato i loro bicchieri sul tavolo e si avvicinano. Guardano Seck, non dicono niente, ma anche loro, come il barista, riescono in quel modo a confortarlo.

Non ci posso credere. Non riesco a pensare che questi veleni che girano per i luoghi più civili d'Europa nella loro forma più ottusa e rozza abbiano contaminato anche questa zona. Però è vero che qualche idiota che invece di cercare aiuto per sé si esalta rifacendosi sui più deboli , qualcuno incoraggiato da certi movimenti, si trova sempre.. Un incubo che ritorna..

Neanche fossimo in Texas, ripete il cacciatore.

Guardo le foglie di mirto che abbiamo scartato sul piattino. Non sarebbe ora, così di mattina, ma mi viene voglia di ordinare un bicchierino di mirto per tutti. Il barista mitemente annuisce e porta un vassoio con la bottiglia e i bicchieri piccoli, quelli adatti al liquore. Il liquido violetto viene subito versato nei bicchierini trasparenti e quell'aroma inconfondibile riempie il bar. Bevono gli anziani, beve il cacciatore, beve anche il barista. Io e Seck facciamo cin cin facendo toccare i bicchieri che tintinnano. Ridiamo. Io sono sempre un po' incazzato, ma rido. Anche Seck ride. Poi posiamo i bicchieri sul tavolo. Siamo tutti rossi, per l'incazzatura, per le paste mangiate e il liquore bevuto.

La corriera è arrivata, la gente raccoglie le sue cose. Il barista torna dietro il bancone e lascia tutto sul tavolo: ritirerà dopo, ora è intento ad annuire e i suoi occhi celesti sono un po' meno vaghi e acquosi. Io vado a pagare le consumazioni, raccolgo la borsa del computer , mi infilo l'impermeabile e mi avvio con gli altri verso il loggiato: la fermata degli autobus è proprio là, davanti al bar.

Adesso la pioggia è calata e la terra bagnata sa di cisto. C'è un alone di chiarore in cielo, che va ingoiando il grigio a vista d'occhio. Un leggero vento salino viene da ovest e presto asciugherà tutto.

Seck e il cacciatore mi accompagnano alla corriera per salutarmi. Forse li rivedrò in questo bar, che è un po' una sosta obbligata per chi aspetta l'ora d'imbarco. Forse non li rivedrò più. L'africano poggia a terra il borsone e mi stringe la mano: allargando la bocca e mostrando la dentatura candida e perfetta mi sorride, finalmente rilassato, e mi dà una stretta vigorosa, prima con le dita e poi col pollice stretto insieme nel pugno.

Dal finestrino li vedo allontanarsi insieme, prendono la strada che si infila nel viale di pittospori e buganvillee potate ad alberelli e che in due passi arriva in centro paese.

Sek, alto e dinoccolato, sprigiona tutta quell'energia, quella forza e quella pazienza che hanno le generazioni dei sopravvissuti a secoli di genocidio: controlla le sue gambe per adattarsi al ritmo dell'altro, è contento. L'altro, robusto e tarchiato, è certamente un uomo dell'interno, non della costa, uno che, qualunque mestiere faccia, sa come farsi in casa del buon vino o sa dove procurarselo.

Magari più tardi si faranno uno spuntino insieme, con un pezzo di formaggio e un bicchiere di nero.

Dina Lentini
Cagliari, 16 dicembre 2012

proprietà letterare riservata Dina Lentini e La Natura delle Cose - la riproduzione è vietata ma è possibile il link a questa pagina nel web

vai avanti di una paginatorna indietro di una pagina
aggiungi un commento

Logo e suggerimenti grafici: Emilie Barret - HTML : Nino Martino - Sviluppo del sistema di gestione dei contenuti (CMS): Roberto Puzzanghera | login