di fronte ai problemi della didattica c' sempre una facile uscita...

Quando l'insegnante rabbioso

recensione di Dina Lentini al libro ' togliamo il disturbo' di Paola Mastrocola

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Quello della Mastrocola è un libro scritto sicuramente sotto l'onda di una forte emozione. Forse nell'intenzione avrebbe dovuto avere le caratteristiche provocatorie del libello di denuncia che, partendo dal vissuto personale e da un'esperienza che si ritiene condivisa, funge da spunto per riflessioni su questioni di carattere generale, sui concetti di cultura, di scuola, di famiglia, di società. In realtà – e ciò spiega il successo del libro- l'emozione resta la cifra dominante rispetto alla riflessione perché il discorso che viene sviluppato e la tesi che contiene cavalca in modo facile il malessere e la frustrazione di una larga fetta di docenti italiani in un momento storico e culturale drammatico.

una livida maestra costringe i bambini ad abbassare lo sguardoillustrazione di Daniele Serra tratta dal libro di Mariella Marras "Abbassa gli occhi e scrivi", Tiligù edizioni 2009. Di questo libro, in questo sito, nella sezione recensioni di Dina Lentini, c'è la corrispondente recensione.

Per molti questo libro spalancherà una porta aperta perché finalmente qualcuno ha avuto il “coraggio” di dare sfogo al rancore a lungo represso. La scrittrice-insegnante ha, infatti, collezionato un concentrato dei luoghi comuni più diffusi tra i docenti più stanchi e demotivati, quelli che da tempo, faticando a ritrovarsi nel loro ruolo, reagiscono come se il mondo, le istituzioni, i giovani li avessero offesi a livello personale. Senza voglia di ristrutturarsi e mettersi in gioco, questi insegnanti, a volte ormai anziani, hanno rinunciato al coinvolgimento che la professione esige e hanno finito per ripiegare su un logoro tran-tran in attesa di un pensionamento che si allontana sempre più. Forse l'idea di partenza era stata quella dell'insegnamento come espressione di autorità e prestigio sociale: mancando oggi entrambe le cose, affliggono la scuola con la loro mediocrità e rigidità contribuendo a danneggiare intere generazioni di studenti che avrebbero diritto a ben altre figure. Sono quelli che plaudono all'importanza del voto di condotta: perché, se no, che strumenti abbiamo?

Il libro inizia male, con una descrizione dei ragazzi e del loro stile di vita che indica incomprensione e profondo disgusto per il mondo giovanile odierno, confrontato continuamente con il passato della propria generazione e di un mondo felice perduto: in quel tempo si intuiva, senza bisogno di guida o spiegazione, che cos'è la vera cultura e quali sacrifici è doveroso fare per possederla: “Perchè studiavo? Non lo so. Non me lo sono mai chiesto. Chiedersi perché si studia è già smettere di volerlo fare, e quindi a quel punto sarebbe meglio non farlo più” (pag.193).

La nostalgia per la propria adolescenza, per un mondo semplice e sano nel quale le cose sono chiare e le scelte ovvie( o studi o lavori) è molto forte e percorre tutto il libro. Al tempo stesso tale nostalgia, peraltro priva di alcun senso critico sulla scuola di allora e sull'essere studenti negli anni sessanta, è tutta giocata contro, in opposizione. Perché mai i ragazzi d'oggi dovrebbero somigliarci? Quale miopia può suggerire l'idea che ciò che andava bene nel mondo di quarant'anni fa possa valere nella situazione odierna? In realtà non si tratta di miopia, ma, appunto, di sentimenti: slanci di auto-celebrazione, livore verso una realtà umana disegnata come sommersa in una condizione larvale snervata e senza dignità: verso questi ragazzi, le loro debolezze e fragilità, i loro interessi, ma anche le loro qualità viene eretto un muro. Nei loro confronti si può al massimo provare pena.

Ovviamente, nonostante l'autrice, nel suo sparare a zero su tutte le scelte di politica scolastica nazionale e internazionale, tenda a porsi su un terreno neutro, c'è anche altro: dietro il livello emotivo è abbastanza chiara la concezione della cultura come dimensione esclusiva, accessibile ad una platonica aristocrazia dello spirito. L'insegnante ne è il vate, che, come l'artista, si pone su un piano altro e alto che lo esonera da responsabilità che non gli appartengono. Pare, infatti, che, di fronte alle responsabilità dei ragazzi che non studiano e dei genitori permissivi complici dei loro figli (realtà che sono certamente dei fatti) l'insegnante sia la figura che va comunque assolta da ogni responsabilità: conosce e ama la sua materia e questo è quanto. Perché gli studenti, queste larve chattanti, non colgono l'estasi che la vera cultura può dare, non seguono e imitano il maestro rapito dalla bellezza dei valori universali dell'arte e della classicità?

Il libro finisce ancora peggio, con un'utopia di scuola “perfetta” nella quale, per poter “costruire” capacità e motivazioni allo studio vero, quello astratto e disinteressato, si dovrebbe scegliere sin dall'infanzia il livello di scuola alta o accedere al settore tecnico-professionale. La terza opzione è quella della scuola parcheggio.

Questo perché, a quattordici anni, secondo la Mastrocola, i giochi sono fatti e non si può più intervenire sugli strumenti di base per accedere alla scrittura, alla lettura, al pensiero, alla logica. Non serve neanche somministrare esercizi e correggere i compiti. Gli studenti fanno errori ineliminabili perché non hanno requisiti di base e non studiano .

Il problema delle motivazioni non è un problema del docente in cattedra. Ci si chiede perché una persona così poco sensibile nei confronti dei ragazzi e dei loro problemi debba fare l'insegnante. Nel libro si respira solo rabbia e narcisismo offeso, del peggiore, quello che nasce dalla paura di perdere autorevolezza e ruolo.

E' la posizione più facile: ci si arrocca sullo scoglio della propria superiorità, mai sfiorati da un dubbio, nel disprezzo di tutto ciò che, non facendo parte della propria (vecchia) formazione, è alieno e pericoloso. Si sprecano le superficialità sul progresso, sui saperi assoluti e non aggiornabili, sulle differenze tra area umanistica e scientifica, sui danni provocati da internet, sulla trasformazione dei docenti in assistenti sociali, mamme o saltimbanchi, sulla gioia provata davanti a quelle perle rare di ragazzini diligenti, magari mediocri o ipocriti, ma tanto zelanti, disciplinati e studiosi: quelli sì che posseggono i requisiti per andare avanti.

L'autrice non è mai toccata (e sì che di illuminazioni dichiara di averne tante!) dal dubbio che il docente, oltre a conoscere e amare la propria disciplina, debba essere in grado di insegnarla e, per fare ciò, di occuparsi di didattica .

Qua sfugge completamente il concetto di relazione: con la classe, con i colleghi, con l'ambiente circostante e le sue realtà complesse, con le altre persone e, ovviamente (ma pare di no, basta amare la propria materia) con gli studenti.

Viene da chiedersi, come ho detto sopra, perché l'autrice, che pare così poco portata per le problematiche scolastiche e psicopedagogiche, abbia scelto proprio questo mestiere: ci sono altre possibilità per un laureato in lettere, perché non spendersi in altro modo?

Ma ora che e' stata gratificata da un certo successo commerciale forse deciderà di dedicarsi solo alla scrittura lasciando ad altri l'ingrato compito del fare scuola: ci sono tanti giovani neolaureati che credono nell'insegnamento e vogliono bene ai ragazzi e che sarebbero pronti a rimboccarsi le maniche... E, in ogni caso, anche tra docenti sempre più anziani, a fronte di chi rinuncia, resta attivo l'esercito di chi nella scuola, dalle elementari alle superiori, lavora, si ingegna come può, ci prova e si entusiasma nonostante tutto. Nei confronti di queste persone che affrontano giorno dopo giorno le difficoltà del presente e si affannano a recuperare e aiutare i ragazzi questo libro è offensivo. Così come è offensivo rispetto a tanti giovani bisognosi e desiderosi di una guida, culturale ed umana.

Chi scrive ha insegnato per trentasei anni Storia e Filosofia nei Licei, Scientifico e Classico: ha passato giorno dopo giorno, ora dopo ora a costruire lezioni che tenessero conto del livello degli studenti e dei loro problemi, cercando, con esercitazioni, modelli di ricerca, lezione frontale e altro, di non cogliere solo gli aspetti negativi, ma di sviluppare le potenzialità, quelle cose positive, quell'attenzione e quell'umanità di cui gli adolescenti hanno bisogno. A volte il riscontro c'è stato, a volte no, non sempre le mie scelte saranno piaciute o saranno state felici, ma questo fa parte di ogni attività e di ogni iniziativa.

E' facile dichiarare che i ragazzi sono tanto meravigliosi e poi disprezzarli profondamente nei fatti perché non rispondono ai tuoi appelli e alle tue richieste. Più facile il livello della lamentazione, ancora più facile la logica solo punitiva: questa, del resto, è sempre spia di problemi personali non risolti.

Con tutto ciò, il malessere nella scuola è grande e profondo e operazioni come l'edizione di questo libro rischiano di bypassare il problema, che merita di essere affrontato da un punto di vista più serio. Ma anche di trasmettere un messaggio politicamente pericoloso in tanti sensi: non vale la pena trasformare la scuola, le metodologie, i contenuti, l'ambiente scolastico e quant'altro: chi ha in partenza voglia di studiare, perché a ciò lo conduce la sua “natura”, non ha bisogno di didattica avanzata, di sostegno psicologico, di strumenti tecnologici e forse nemmeno di aule pulite, salubri, in regola con la sicurezza: l'intuizione della bellezza della cultura e lo slancio di forte determinazione che a tale intuizione seguirà supplirà a tutto.

Cagliari, 5 marzo 2011 - Dina Lentini

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