Doveva essere il 1968 o il 1969 quando mi capitò di incontrare il professor Terzian, uno di quei paladini che con Basaglia...

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racconto di Guido Pegna

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Doveva essere il 1968 o il 1969 quando mi capitò di incontrare il professor Terzian, uno di quei paladini che con Basaglia sovvertirono i fondamenti della psichiatria e della scienza medica in generale: ciò con cui si ha a che fare, predicavano, non è la malattia, ma un essere umano malato e da aiutare; e soprattutto tale è il matto, o malato di mente, che non è un mostro pericoloso ma una persona che ha particolarmente bisogno di affetto e di contatti umani. La rivoluzione che ne seguì fu poi riassorbita in un “provvedimento di legge”, come quasi tutte le cose nel nostro paese; dopo di che nessuno più si occupò dei matti.

all'uscita dellaereoporto di notte. Agli occhi stanchi di viaggio e letture le luci appaiono alonate e sdoppiatefoto di Guido Pegna. All'uscita dellaereoporto, di notte.

Il Prof. Hrhayr Terzian, veneto, ma croato di origine, o forse montenegrino, o addirittura siriano o libanese era giunto nella nostra città per ricoprire la cattedra di neurologia o di neuropsichiatria, funzione che comportava anche la direzione della clinica neurologica universitaria. I reparti di neurologia di allora erano essenzialmente dei manicomi. Sulle idee e sulle azioni del professore, che rivoluzionarono l’andamento e la conduzione del reparto si è già detto in altro luogo; basterà qui ricordare che appena preso possesso del suo incarico abolì le classi(1); abolì le degenze a pagamento e liberò i matti, spingendoli a circolare liberamente e perfino a uscire dall’ospedale, precorrendo così, primo in Italia, ciò che divenne poi il dettato del famoso Art. 9. A quei tempi mettevo a frutto una qualche mia abilità che mi consentiva di cacciare le mani con disinvoltura in elettrocardio-grafi, elettromiografi, velocimetri Doppler, monitor da sala operatoria, elettrocoagulatori, apparecchi per i raggi X, macchine per la Marconiterapia, sistemi di controllo per la circolazione extracorporea, aprendoli, penetrando nelle loro interiora e drenando fusibili e condensatori bruciati, operando suture in circuiti interrotti, trapiantando valvole e altri organi elettronici, inserendo by-pass su contatti incerti, richiudendo infine tutto con appagamento delle mie curiosità scientifiche e soddisfazione dei medici dei reparti.

Fu dopo avergli rimesso in funzione un cadente elettroencefalografo che il professor Terzian, in uno di quegli sfoghi possibili solo con estranei al proprio ambiente, mi disse che lì la gente moriva non tanto per le malattie a cui quel reparto era preposto, che erano tutte quelle che possono capitare al cervello e ai nervi che da esso si dipartono, ma piuttosto per cause banali ed estranee, come polmonite, diarree, un foruncolo: tutte malattie che lì acquistavano una strana e anomala resistenza. Il reparto era sito al piano terra del grande edificio che ospita da più di centocinquant’anni l’Ospedale Civile, e si sviluppava in una fuga labirintica di corridoi male illuminati simili a grotte, con il soffitto a volta e i muri spessi due metri con gli intonaci sfarinati e biancastri di salnitro. Dove i corridoi erano più larghi i letti erano su ambo i lati; altrimenti su uno solo. Restava un passaggio così stretto che per procedere bisognava chiedere “compermesso ?”(2) al malato perché ritirasse una gamba o un gomito. Ai lati si aprivano dei vani bui e umidi come segrete dove erano sistemati i servizi del reparto: la sala delle infermiere, quella del medico di guardia, le cucine e i servizi igienici, consistenti questi di un unico water ma senza la tavoletta, una doccia e un lavandino assai anneriti.

Dopo un quarto di secolo da quei fatti, in un agosto torrido ebbi la ventura di dovermi ricoverare in quello stesso reparto per un concorrere di sintomi che non lasciavano presumere nulla di buono. Molto preoccupato non solo per le condizioni di alcuni dei miei nervi, ma soprattutto per avere ancora vivi nella memoria i discorsi del professor Terzian, avevo cercato di resistere al ricovero con tutte le mie forze. Non volevo morire indispettito in quel sotterraneo umido per l’essermi spuntato sul sedere un foruncolo refrattario agli antibiotici.

Su ospedali, case di cura, sanatori, manicomi, molto è stato scritto, soprattutto perché chi scrive per mestiere, per la vita malsana che conduce, sempre al chiuso a fumare, a bere caffè e ad arrovellarsi sulla pagina bianca o grigia di poche corbellerie, diviene non di rado utente abituale di quelle istituzioni. Ma sul malato ospedaliero sotto le ali del servizio sanitario della nostra nazione si sa poco. Ogni tanto qualche inchiesta giornalistica rivela abomini di vecchi tenuti come animali in mezzo ai propri escrementi, o casi di ospedali che hanno nei magazzini centomila aghi ma neanche una siringa; ma sulla vita quotidiana in un medio ospedale di provincia, nulla.

Iniziamo da un po’ di terminologia. Tanto per cominciare, il malato si chiama “il paziente”, forse per distinguerlo dall’altro privilegiato, quello che se ne sta comodo a casa sua con tutti i conforti, che è invece “il malato” propriamente detto, quello delle visite private a pagamento, e del bicchierino di marsala e due chiacchere dopo la visita. Sull’origine del termine “paziente” non ci lasceremo andare a facili ironie. Vediamo invece come si distingue un paziente da un uomo o donna normali, cioè da una persona. Per uno strano fenomeno medico e sanitario la differenza dipende dall’abito. Uno può anche dormire in corsia, mangiare con gli altri pazienti, farsi misurare la febbre due volte al giorno come d’uso; ma fino a quando si veste con i suoi abiti normali non è considerato un paziente. Può andare in giardino a fumare una sigaretta, uscire per andare a prendere un caffè al bar dall’altro lato della strada, non farsi trovare a letto quando il primario passa per le visite. Ma appena da casa gli portano un pigiama, se uomo, o una vestaglia, quella stessa persona comincia a sentirsi debole; sta tutto il giorno a ciondolare in corsia, o a letto a sonnecchiare; sempre nuovi infermieri provenienti forse anche da altri reparti gli saltano addosso con iniezioni misteriose, magari sempre la stessa e ripetuta per mancanza di comunicazione fra loro; lo inchiodano al letto con l’inserirgli in un braccio una ago da fleboclisi collegato con un tubicino ad una bottiglia piena d’acqua e zucchero, e non si capisce perché invece non gli diano semplicemente da bere un bel bicchiere di acqua zuccherata, o un’aranciata San Pellegrino. Per i medici e per il primario il suo letto diventa allora un polo di interesse e quasi di attrazione, poiché li dentro c’è un “caso”, cioè un modello teorico; un “paziente” (accidente) che ha una malattia (essenza), e vi si soffermano, con la serena espressione professionale di chi ha già tutto chiaro, a parlottare fra di loro in greco. Ecco che la persona si è trasformata nel paziente ospedaliero e come tale seguirà l’iter previsto e determinato (prognosi). Viene istituito a suo nome un dossier, che di giorno in giorno si gonfia con i risultati delle analisi, delle radiografie, dei test e di tutti i dati corporali rilevati man mano, come la febbre e la quantità e qualità delle deiezioni. Quando il dossier è ben gonfio di carte, referti, pellicole radiografiche, tracciati, grafici, codici segreti, messaggi crittografati, versetti del Corano, brillanti dimostrazioni dell’ultimo teorema di Fermat, l’equipe medica durante il mattutino giro in corsia passa tutto il tempo a scartabellarlo e a leggiucchiarlo qua e là, un foglio a me e uno a te, con estremo interesse, ed al paziente non dà più nemmeno un’occhiata. Il paziente si è ulteriormente avvicinato alla perfezione: egli ora è solamente una struttura linguistica chiusa e completa. Quando in un ormai prossimo futuro le cartelle cliniche verranno informatizzate, allora egli sarà solamente un insieme di codici binari su un disco magnetico. Anzi, non è difficile prevedere gli sviluppi ulteriori: i dati in uscita dalle apparecchiature di analisi andranno direttamente alla memoria del calcolatore. Alla fine come punto di arrivo si potrà addirittura eliminare il paziente, anello debole nella catena di produzione delle cartelle cliniche.

Quando arrivai al reparto me ne stetti due o tre giorni vestito da persona, e nessuno fece caso a me. Mi sistemai per la notte in un letto che stava in sala da pranzo, seduto sul quale giocai a poker fino a tarda notte con altri gentiluomini in abito civile la cui funzione in reparto non mi fu spiegata. Poi mi misi in pigiama e cominciarono i primi sintomi del male al quale per poco non soccombetti.

Come i carcerati in stato di custodia cautelare, anche i pazienti si dividono in due grandi categorie: quelli che collaborano e quelli che non collaborano; e anche in ospedale il non collaborare, cioè il resistere alle torture, può costare grave ritardo nel rilascio, come sperimentai di persona. Essendomi rifiutato di sottopormi ad una analisi assai dolorosa e con tutta evidenza inutile, della quale avevo una paura incontrollabile, mi fu detto con aria di minaccia che mancavano gli elementi per redigere una diagnosi e che un paziente non può essere “dimesso” se il riquadro “diagnosi” su un certo modulo, o modello, non viene compilato a puntino; fui classificato come paziente non collaborante, additato agli altri con aria di rimprovero e messo a dieta speciale, cioè senza sale e senza proteine. Ma bastò che mi procacciassi abiti normali che tutto si risolse. Potei evadere senza intoppi; anzi, tutti mi salutarono molto affettuosamente, compreso qualche giovane assistente e un aiuto, che mi accompagnarono fino in strada, e ci fu anche qualche lacrima. Ero stato ricoverato perché soffrivo di forti mal di testa. La diagnosi scritta nel riquadro fu: “forti cefalee”.

foto di Guido Pegna: dall'altra parte del banco di un check-infoto di Guido Pegna. Dall'altra parte del banco

Parafrasando una battuta di Woody Allen(3), la condizione di paziente può essere vista non solo come un mezzo efficace per ridurre le proprie spese, ma anche per eliminare tutte le quotidiane preoccupazioni della vita esterna, passandole pari pari agli altri. Così uno non deve più preoccuparsi delle bollette della luce e del telefono da pagare, della cartella della multa sulle cartelle non pagate, dei bolli per patente, passaporto, licenze varie che quando servono sono introvabili, di alcune multe per divieti di sosta accumulate nel cruscotto, ecc.; anzi, quando ci si deve ricoverare si prova una certa soddisfazione ad andare all’ospedale in macchina e a lasciarla in divieto di sosta. Che ci pensino poi gli altri, che stanno là fuori sani e spensierati.

Il cibo. In questi ultimi anni notevoli progressi si sono avuti anche nel campo della scienza dell’alimentazione del paziente. I pasti sono buoni, completi, non abbondanti e facilmente digeribili. Tuttavia poiché il paziente se ne sta tutto il giorno senza fare nulla, strascicato fra il letto e la sala da pranzo, il potere nutritivo deve essere tenuto particolarmente basso per non sovraffaticare inutilmente le funzioni gastroenteriche. Inoltre la maggior parte dei pazienti all’inizio della degenza si presenta orribilmente in sovrapeso; gli viene dato così modo di rimettersi in linea, perdendo una ventina di chili alla settimana. Inoltre nei giorni nei quali il paziente deve sottoporsi a qualche analisi si sa che deve stare a digiuno. Lo zio di un mio amico, che si era ricoverato volontariamente per farsi uno “check-up” a fondo, come è divenuto di moda negli Stati Uniti, morì al sedicesimo giorno poiché l’apparecchio per la tomografia assiale computerizzata per un guasto continuava a dare risultati inattendibili, e quindi l’analisi doveva venire ripetuta giorno dopo giorno, con lui sempre a digiuno.

Ma l’aspetto più interessante della vita in ospedale è quello della convivenza con gli altri pazienti. Gli antropologi e gli etologi hanno ora ben chiaro che in tutte le società, umane o animali, si forma un capo, e che tale egli diventa non per lotta o sopraffazione, cioè non perché è il più forte o il più furbo, ma per tacita e concorde elezione da parte del gruppo, che vede in lui quegli indefinibili elementi che di volta in volta vengono chiamati audacia, capacità di sopportazione, nobiltà, carisma, santità. Una sera verso il quindicesimo giorno della mia reclusione in reparto stavamo per così dire cenando, quelli che ancora si reggevano sulle proprie gambe tutti seduti attorno al grande tavolo nella baracca comune. Le portate erano le solite: pastina in brodo, lesso con contorno di verdura cotta, pane e acqua. Il morale era basso; eravamo ormai tutti “vecchi” internati, ci conoscevamo più o meno bene, e ognuno di noi pensava a quanto avrebbe ancora potuto resistere, e a quelli che invece non c’erano riusciti e che un giorno erano semplicemente spariti. Un paziente in particolare già da qualche giorno attirava la mia attenzione. Era un omino di mezza età, calvo, magrissimo, molto debole, di colorito giallastro, ma serio, taciturno, molto dignitoso, con l’aria da persona di importanza. Sapevamo che si trattava del signor Pilloni, di un paese del circondario, di professione muratore. Accusava disturbi dell’equilibrio e camminava lentamente appoggiandosi alle pareti e alle spalliere dei letti. Quella sera, quando ormai eravamo alla fine del rancio, fra le mani del signor Pilloni comparve un involto di carta oleata. Tirò fuori da una tasca del pigiama un coltello a serramanico, lo aprì, poi svolse il pacchetto e la sala venne istantaneamente invasa da uno squisito penetrante odore di pecorino ben stagionato. Se ne tagliò una fetta, e senza guardare nessuno, sereno in volto, cominciò a staccarne con le dita delle piccole schegge che metteva in bocca insieme ad un pezzetto di pane, masticando poi a lungo e, si immaginava, fino al formarsi in bocca di una pasta omogenea, densa, ben insalivata, saporosissima, che poi deglutiva a piccoli boli con un leggerissimo rumore come di singulto, che tutti udivamo. Ogni tanto si aiutava nel lavorio molitorio e impastatorio con un sorso di acqua, a diluire. Finita la fetta rifece l’involto, con la fronte spianata, poi si alzò e un po’ traballando uscì. Non una parola era stata pronunciata nell’ultimo quarto d’ora. Mi resi conto che da quel momento quello era il nostro capo. L’elezione era stata unanime, tacita, ineluttabile.

Due giorni dopo il Sig. Pilloni fu trasferito in altro centro ospedaliero, avendo le analisi messa in evidenza la causa del suo male, causa che si indovinò dal nome del centro, sinonimo di disperazione e di inevitabilità. Di lui non sapemmo più nulla. Il ricordo di lui giace nella mia memoria, assieme a quello di tanti altri, incontrati, ammirati, invidiati, compagni di brevi ma vere amicizie, e poi persi per sempre.

NOTE

1Negli ospedali esistevano sistemazioni di prima, seconda e terza classe, come sulle ferrovie, a seconda del censo. La prima classe era di camere singole con pasti speciali; la seconda di camere a quattro o sei letti, e cibo assai scadente; nella terza, che era gratuita, per i poveri, i pagliericci erano in cameroni, corridoi, scantinati; i pasti ai limiti della sopravvivenza e l’assistenza trascurata e spesso malevola.

2Pronunciato alla veneta, con una salita di tono sulla seconda “e”, per discendere poi sulla “o” finale sulla quale prolungarsi assai: ”ooo!”.

3“La morte non è poi tanto male: è un mezzo efficace per ridurre le proprie spese”, dal film “Amore e guerra”, 1975.

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