Si dice che i fisici – in generale tutti gli scienziati, ma in particolare proprio i fisici – si vestano di preferenza in modo del tutto incurante e distratto...

La borsa

racconto di Guido Pegna

Genera segnalibro - Condividi

Si dice che i fisici – in generale tutti gli scienziati, ma in particolare proprio i fisici – si vestano di preferenza in modo del tutto incurante e distratto, e che siano soliti presentarsi vestiti più o meno come straccioni anche alle cerimonie più solenni e formali, come il conferimento di un premio Nobel o le lauree honoris causa. Certamente Einstein non ha mai posseduto un frack, ed infatti dalle fotografie si vede benissimo che al Nobel si presentò con un frack che doveva essere stato preso in prestito all’ultimo momento, essendo assolutamente certo che a tutto aveva pensato prima di partire da Princeton – fogli bianchi, matite, estratti di articoli da riviste scientifiche da leggere, un fascio di appunti del lavoro del giorno prima - fuorché all’abito da portarsi a Stoccolma.

la hall di un aereoporto, la gente seduta aspetta di partirefoto di Guido Pegna. La hall di un aereoporto, un luogo pulito e ben illuminato.

D’altronde io stesso, il giorno di un luglio torrido che mi trovai a dover presenziare alle lauree inaugurali della nuova Scuola Superiore di Informatica, mi presentai in maglietta e pantaloni corti. Mi misero di forza una cotta nera con il collo di ermellino che copriva tutto ma non i piedi, ai quali avevo sandali di plastica rossa. Da seduto i piedi rimasero ancora più in vista. Considerai per un istante se fosse meglio che stessi a piedi nudi o con i sandali rossi, e optai per i piedi nudi: iniuriam non facit natura (Lucrezio). Fu evidente che sarebbe stato assai meglio se mi avessero lasciato com’ero, in T-shirt e short (sic!).

Ora accadde che inaspettatamente, sul finire di una scuola estiva di Fisica, mi fosse regalata dagli allievi una lussuosa borsa di cuoio lucido, con borchie e fibbie preziosamente dorate, molti scompartimenti, alcuni dei quali talmente segreti che mi si rivelarono solamente in seguito. Vi errano anche specifici alloggiamenti per il telefono portatile ed all’esterno, in orizzontale, per un ombrello pieghevole perfettamente armonizzato con le parti lucide e dorate della borsa madre. Questa borsa mi fece un grande piacere, ma lì per lì destò in me anche una forte ansia. Che scarpe avrei dovuto indossare, e che abito, e quali camicie, con quali gemelli, quali cravatte, quali orologi con quali catene d’oro per potere uscire con quella borsa? Di ritorno nella mia città, a seguito di profonde riflessioni, dovetti riconoscere che l’irruzione di quella borsa nella mia vita costituiva un segno: dovevo cambiare parecchie cose. Diedi inizio così ad un ben calcolato programma di ricostruzione della mia immagine e conseguentemente dei molti dei valori e delle certezze che mi avevano accompagnato fino a quel momento fatale, da interpretare proprio come segno e avvertimento del destino. E fu anche immediatamente evidente che né nella mia città, né in tutto il paese avrei potuto attuare quel programma, non esistendo sarti, calzaturieri e fornitori di accessori all’altezza della borsa.

Solamente in Inghilterra esisteva ciò che mi occorreva. Ma per essere ammesso a quei santuari dell’eleganza e del perfetto buon gusto senza sentirmi umiliato dovevo prima attrezzarmi adeguatamente. Passai quindi per una successione ascendente di case di moda prima a Milano, e poi a Roma, dove le necessità del corpo diplomatico e degli accreditandi presso la Santa Sede e Via Condotti avevano fatto sì che esistesse una classe di fornitori abbastanza ad alto livello, ma purtroppo, in quanto romani, incapaci di rinunciare a quei piccoli tocchi di fantasia – i bottoni cuciti con un filo appena appena più chiaro della stoffa dell’abito, un righino un po’ troppo voyant nelle fodere di seta delle giacche, un bottone in meno nei panciotti - non accettabili negli ambienti londinesi ai quali dovevo accedere. Tuttavia almeno per l’abito, o meglio per gli abiti, poiché apparve ineluttabile la necessità di abiti per le varie stagioni ed occasioni, trovai una soluzione molto dignitosa presso un famoso sarto napoletano, tale Vincenzo Attaloni, lo stesso che vestiva Totò e i De Filippo. Dei vari Armani, Dolce e Gabbana, Missoni, Cartier per gli orologi nemmeno a parlarne: troppo comuni e di eleganza troppo vistosa ed esibita. Naturalmente era chiaro che non dovevo badare a spese, e infatti già a quel punto le mie riserve erano state abbondantemente intaccate.

Mi trasferii dunque a Londra, con il programma di restarvi per tutto il tempo che fosse stato necessario. Non solo avrei dovuto rivestirmi completamente all’altezza della borsa, ma avrei dovuto prendere lezioni da esperti in linguaggio del corpo, da specialisti in modi di presentarsi a ricevimenti e cerimonie, in conversazione e battute di spirito argute ma non impegnative, in corteggiamento di dame e miss, in comportamento in consigli di amministrazione, governo di multinazionali, presidenze di parlamenti e di repubbliche, ascesa al soglio. Non solo, ma la prima difficoltà, la madre di tutte le difficoltà era un problema di metaeleganza: a chi avrei dovuto rivolgermi per farmi guidare e consigliare sul cammino del conseguimento della perfetta eleganza? Chi era l’equivalente contemporaneo di Lord Brummel?

La soluzione mi si presentò quasi immediatamente, e fu di genere inaspettato: fu sufficiente una breve ricerca sulla guida dei telefoni. Si chiamava Carole Nolan-Carter, ed era una vera grande maestra di eleganza maschile, come solo una donna può esserlo. Mi intimò di buttare via tutto quello che, con spese esorbitanti, mi ero fatto fare in Italia. Bastò che mi citasse come esempio la sobria e dignitosa eleganza dell’anziano professore del film “Il posto delle Fragole” di Ingmar Bergman, con le sue giacche di tweed, con la sua voce educata e pacata, con la sua governante-padrona bisbetica ma a modo suo affettuosa perché mi rendessi subito convinto che quello era l’abbigliamento e l’à plomb e l’ambiente e lo stile di vita che sembravano fatti apposta per la mia borsa. Mi fece capire che la borsa non doveva avere il sopravvento sul resto, né il resto sulla borsa; tutto doveva essere, non apparire, naturale e spontaneo. Tutti i segnali che a nostra insaputa emaniamo devono passare il più possibile inosservati; una situazione di perfetta armonia poteva essere raggiunta solamente con una dura scuola di educazione spirituale allo studio e alla meditazione, fino a toccare le insondabili profondità di pensiero di certe estasi metafisiche. L’eleganza è una dote dello spirito, è un’essenza in atto, diceva. Ciò nondimeno mi trascinò nella difficile e costosa ricerca di quel particolare shetland a cui aveva avuto accesso solamente il duca di Ediburgo nel 1967, la migliore annata per quei tessuti, o di quel particolare lino leggerissimamente écru che portava il principe Carlo nel 1978 a Wimbledon, ... fino ai più piccoli dettagli, come i profumi, che non potevano essere che quelli di James Sherwood fatti apposta per me, il mio the, ecc. Naturalmente dovetti acquistare e andare a vivere in una di quelle dimore di campagna belle ma di manutenzione costosa, con fantasmi e cavalli e mute di cani per la caccia alla volpe e numerosa servitù compresi nel prezzo, munirmi di auto e autista adeguati, scendere e pranzare al Savoy, recarmi di pomeriggio al mio club dove dormicchiare facendo finta di leggere l’edizione pomeridiana del Times, non senza avere prima raccomandato a William di badare bene alla borsa che gli consegnavo al mio ingresso. Fui ammesso nei più brillanti ed esclusivi salotti, ebbi il mio palco al Covent Garden, frequentai e corteggiai le più ricercate dame d’Inghilterra, seguii la stagione di Ascot, e dimenticai tutta la Fisica che avevo studiato per trent’anni. La borsa e il severo training di Carole Nolan-Carter mi aprivano tutte le porte. In tutto quel periodo le banche mi inseguivano per offrirmi sempre nuovo credito. Erano convinte che nella mia borsa si celassero opzioni e fideiussioni per miliardi di dollari, e chissà cos’altro. Fui ammesso a corte. Cominciai a ritagliare gli articoli di Harper’s Bazar e del Sun che parlavano di me. Specialmente nel secondo si facevano vaghe e prudentissime allusioni ad una mia supposta attività parallela nei servizi. Ero temuto.

Ora vivo in un container abusivo parcheggiato nell’angiporto della mia città. Ho ancora la mia borsa, e ogni tanto esco con essa. La uso per metterci i tozzi di pane che la gente mi regala. Quando tornai in Italia scoprii che le banche si erano appropriate di tutti i miei averi e di quelli di tutti i miei parenti, dei miei stipendi e pensioni fino alla mia morte ed oltre1, con diritto di rivalsa su tutti i miei eventuali introiti, per piccoli che fossero, anche se di origine caritatevole. La borsa si conserva giovane e bella, una vera Dorian Gray delle borse, e fino a quando resterà così io vivrò con lei felice e sereno, senza tanti pensieri, obblighi e incombenze, nel mio container abusivo.

Nota

[1] Sospetto che le banche, organismi notoriamente senza scrupoli e tesi solamente al profitto, dispongano di appositi uffici incaricati di conservare in frigorifero i cadaveri dei debitori insolventi, ottenuti con un habeas corpus ad hoc, in modo da continuare a riscuotere le loro pensioni a tempo indeterminato.

vai avanti di una paginatorna indietro di una pagina
cultura  |  guido  |  narrativa  |  racconti  |  società  |  aggiungi un commento

Logo e suggerimenti grafici: Emilie Barret - HTML : Nino Martino - Sviluppo del sistema di gestione dei contenuti (CMS): Roberto Puzzanghera | login