Per i nostri nuovi amici, e per tutti gli altri

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Nel luglio 2014, tre amici, sportivi, alpinisti, viaggiatori, hanno attraversato l'Iran dal punto più basso del Paese, sulla costa del Mar Caspio, al punto più alto, la vetta del vulcano Damavand, un viaggio parte di un progetto più ampio, di cui, se volete, potete leggere qui. Sono stati accolti da un gruppo di alpinisti locali, che li hanno accompagnati attraverso il Paese, alla scoperta di un popolo e di un luogo solo apparentemente lontano.

Uno di loro, al ritorno, ha voluto condividere, con una lettera aperta, alcune delle sensazioni e delle sorprese che quei giorni avevano riservato.


 

Cari amici iraniani,

sono sicuro di poter parlare anche a nome di Anne-Marie e Alessio se dico che questa avventura è stata probabilmente una delle più sorprendenti e affascinanti esperienze della nostra vita.

Il modo in cui ci avete trattati ha dato un nuovo significato alla parola ospitalità, spostandone il senso verso la parola fratellanza. Vedere quanto possiamo essere vicini, nonostante le nostre differenze, ha riempito i nostri cuori di una nuova speranza per il futuro di tutti noi.

foto di gruppo amici italiani e iranianiamici

Non dobbiamo essere uguali per vivere fianco a fianco, per aiutarci, per amarci.

Ci avete insegnato così tante lezioni in questi giorni, ci avete donato così tanti regali, materiali e immateriali, che non sappiano nemmeno se saremo mai in grado di ripagarvi… ma proprio questa è forse la lezione più importante che abbiamo appreso: si può dare così tanto a uno sconosciuto e farlo senza aspettarsi in cambio altro che un sorriso, un abbraccio, una stretta di mano.

Ci siamo sentiti benvenuti, protetti e coccolati da tutti voi in una maniera che è difficile da descrivere, ma per fortuna questi sentimenti rimarranno per sempre con noi e potremo diffonderli tra chi ci sta intorno.

Ci sono stati momenti complicati, in cui è stato difficile capirci, magari per l’uso un po’ zoppicante dell’inglese che tutti facciamo o per le ovvie differenze tra di noi ma siamo stati capaci di superare quei momenti ed essere una squadra fino in fondo, perché ci sono più cose che ci uniscono di quante non ci separino.

Ed ecco la seconda lezione più importante che ci avete insegnato. Alcuni mesi fa ho visitato il Nepal, per conoscere una piccola parte di quelle meravigliose montagne, di quel popolo e di quella cultura che ho ammirato e alle quali mi sono in parte ispirato per anni ormai. Quando sono tornato avevo un certo amaro in bocca: era stato molto diverso da quello che mi aspettavo, avevo visto molte cose belle, ma altrettante meno belle e avevo percepito le differenze tra me e loro come molto, molto più grandi di quanto pensassi.

Dopo dieci giorni in Iran con voi, provo sentimenti quasi esattamente opposti: mi aspettavo di incontrare una cultura diversa e l’ho fatto ma mi sono sentito simile tra simili. Io credo che abbiamo gli stessi sogni e gli stessi desideri: godere della pace delle montagne fuggendo il caos della città e i problemi della vita di tutti i giorni, sentire quella speciale tensione nelle nostre membra che il nostro corpo, a volte sorprendendoci, è capace di sostenere, lottare per i nostri piccoli e grandi diritti, a casa e sul lavoro, sedersi a tavola (o su un tappeto…) e raccontare storie, con i nostri amici, stare insieme a persone alle quali piace fare quello che ci piace fare, ridere, a volte senza un motivo preciso, o per una piccolezza che solo in pochi possono capire, sentirsi una squadra, quasi un corpo unico, formato da diversi individui.

 Sarebbe troppo facile dire che il momento più bello ed emozionante del nostro viaggio è stato quando abbiamo raggiunto la vetta, dove tutti ci siamo sentiti sopraffatti in un lungo, caldo abbraccio e qualche lacrima è scappata, non soltanto per l’odore acre dei fumi sulfurei, ma ci sono stati altri momenti in cui mi sono sentito sopraffatto tanto quanto sulla vetta del Damavand, e vorrei ricordarli qui insieme a voi.

Quando abbiamo lasciato il Mar Caspio a Mahmud Abad e abbiamo cominciato a pedalare per la città, non proprio all’inizio, ma dopo qualche minuto, quando ho realizzato che quanto lungamente discusso per mesi in dozzine di email stava veramente accadendo, eravamo in sella alle nostre biciclette, con 5 persone che conoscevamo appena, puntando quasi seimila metri più in alto: che folle e meraviglioso era?

Intorno ai 5200 m di quota, sul Damavand. Non so se fosse per via della mancanza di ossigeno che cominciava a farsi sentire e magari portava il mio cervello in uno stato in cui non si era mai trovato, ma mi sono sentito completamente sopraffatto dalla bellezza e dalla grandezza di quello che stavamo facendo: scalare il vulcano, insieme, nella luce tenue del giovane mattino, già in vista delle rocce gialle di zolfo e del pennacchio di fumo bianco sulla cima della montagna. Ho dovuto rallentare per alcuni minuti e cercare di trattenere le lacrime e i singhiozzi, mi sono sentito così piccolo e così grande allo stesso momento.

E infine quando stavamo andando da Ahmad, per la nostra ultima cena insieme. “Eccoci qua” pensavo “attraversando questa enorme città per incontrare tutti i nostri nuovi amici e la famiglia di Ahmad” e quella sera è certamente qualcosa che non scorderemo mai.

Grazie per questi giorni meravigliosi e per il tempo che abbiamo passato insieme, in qualche modo sappiamo che probabilmente non ci sarà mai più qualcosa di simile, di altrettanto bello, vero e sorprendente; potrebbe essere triste, se non fosse che allo stesso tempo è così meraviglioso pensare che tutto questo è successo davvero e noi eravamo lì a viverlo.

Ciao

Beppe

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Commenti

amicizia tra popoli

Viene descritta molto bene l'atmosfera di amicizia, l'estremo calore umano e la simpatia che si sviluppano  talvolta tra persone che appartengono a popoli e culture differenti. Come alpinista sono rimasto affascinato dalla vostra idea di voler salire quel per me sconosciuto vulcano in Iran. Grazie per avermi fatto conoscere tutto ciò. Tutto bene. Io intuisco tuttavia che questi climi spirituali non sono destinati a durare, poichè condizionati da particolari situazioni di vita in cui mir i drusba sono parole sentite dai popoli così tanto, poichè non sono sentite dai loro governi.

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