un racconto su una vecchia e famosa questione

La memoria dell'acqua, di Guido Pegna

Nella vita c'è chi vince e c'è chi perde. Io mi accontenterei di pareggiare (Charlie Brown)

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Ognuno di noi ha dei pallini che gli durano tutta la vita. Ero stato appena assunto come assistente incaricato e il mio capo, signore e padrone – era l’epoca dei baroni, che si manteneva identica a sé stessa da secoli - colui che mi aveva cooptato per quel posto non mi aveva ancora assegnato alcun compito. Un giorno mi fece chiamare dal bidello.

la foto di movimento d'acqua elaborato a computer

Lui arrivava tutte le mattine alle nove in punto con L’Unità piegata in quattro nella tasca sinistra della giacca o del cappotto, si chiudeva nel suo studio, una stanza immensa esposta al primo sole, e non ne usciva più fino alle 13,30. Quella stanza, il suo studio, considerato da tutti come un minaccioso inaccessibile sacrario da cui potevano provenire solamente pericoli mortali, in realtà faceva parte di un vero e proprio appartamento di altre due o tre stanze. Una di queste, perfettamente buia, conteneva una spartana branda militare per riposarsi dalle cure, sempre gravi, dalle preoccupazioni e dalle grane della direzione dell’Istituto, e ai piedi della branda un grosso baule cerchiato di ferro, con il coperchio ricurvo, dove si diceva fossero conservate sotto naftalina tutte le sue pubblicazioni. Nella parete di fronte c’era un armadietto antico a vetri che nessuno aveva mai visto aperto ma che conteneva, a quanto si sapeva, preziosi reperti della sua antica attività di ricerca: fili di platino, tubi e fili di quarzo talmente sottili da essere invisibili a occhio nudo, piccolissime boccette di vetro marrone sigillate con la cera contenenti sali delle terre rare e di altri elementi esotici, come bismuto, osmio, rutenio, scandio. Faceva parte della suite anche il laboratorio personale del Professore Direttore, un’enorme stanza dotata di tutti i possibili servizi – grandi quadri elettrici di marmo per la corrente continua e alternata, lavandini, mensole di marmo, rubinetti per vari tipi di gas – nella quale era stato istallato da poco un meraviglioso costosissimo doppio spettrografo per studi Laser-Raman.

I pericoli a cui accennavo erano proprio quelle repentine convocazioni, foriere quasi sempre di feroci rimproveri e recriminazioni, e, in casi estremi, ma rarissimi, di licenziamenti in tronco. Era infatti nel potere e nelle attribuzioni del Direttore dell’Istituto quello di licenziare senza preavviso e senza giustificazioni assistenti, tecnici, personale avventizio di amministrazione; in modo indiretto, nel caso dei liberi docenti o dei professori incaricati, quello di liberarsene con l’ottenerne l’immediato trasferimento ad altro istituto o sede.

Entrai dunque accompagnato dal bidello fin sulla soglia del sacrario, a cui si accedeva attraverso una doppia porta basculante a molla che si richiudeva silenziosamente alle spalle del malcapitato; le gambe mi tremavano come devono tremare a uno che sta uscendo da un grande magazzino dove ha appena rubato una cravatta. Davanti alla scrivania del Direttore c’erano due sedie, ma si sapeva che si doveva stare rispettosamente in piedi.

Quella volta il Professore, contrariamente al solito, appena mi vide si alzò e si diresse lentamente, maestosamente, senza una parola verso la stanzetta della branda. Lo seguii. Lì giunti, aperto uno degli sportelli della vetrinetta mi fece cenno di accostarmi e sempre in silenzio, con un sorriso appena accennato mi indicò un oggetto che stava da solo su uno dei ripiani alti. Si trattava di una grossa provetta di vetro, sigillata alla fiamma, contenente un liquido trasparente che si vedeva essere un liquido perché c’era anche una piccola bolla d’aria. Sulla provetta una targhetta adesiva di quelle contornate con un fregio decorativo blu recava una data scritta a mano in un corsivo antico: 1934. Eravamo nel 1969, dunque quella provetta era lì da 35 anni. Richiuse con cura lo sportello e si diresse di nuovo lentamente verso la direzione. Si sedette, prese dal tavolo davanti a sé un dattiloscritto ingiallito con tutte le “o” che erano tanti buchini e me lo porse. Era una bozza di un suo lavoro scientifico dal titolo: “Studio Raman di acqua stata a lungo ferma”. Lo guardai un po’ sconcertato, ma subito capii. Non era stata pronunciata una parola, ma nella sua mente il mio destino per gli anni a venire era determinato. Nel mio futuro come suo assistente avrei dovuto studiare quell’acqua stata a lungo ferma con il meraviglioso spettrografo che era nel suo laboratorio personale, ogni giorno sotto il suo sguardo. Mi tornarono in mente altre notizie apparse sporadicamente anni prima sulle riviste scientifiche sulla presunta “memoria” dell’acqua, e anche le idee pazzesche di Samuel Hahnemann, il fondatore della medicina omeopatica, secondo le quali l’acqua conserva la memoria di sostanze che sono state disciolte in essa anche quando quell’acqua venga diluita milioni o miliardi di volte con acqua pura. L’idea che era alla base di queste credenze era semplice e ingenua: per analogia con le multiformi strutture cristalline che assumono i fiocchi di neve, anche l’acqua “stata a lungo ferma” si sarebbe addensata e cristallizzata in una sorta di struttura regolare pur rimanendo liquida. Quello era dunque uno dei pallini del professore, forse il più importante, tenuto amorevolmente da parte per tanti anni in attesa di chi avesse avuto la forza di occuparsene, il lascito scientifico al suo successore, colui che su quelle ricerche avrebbe sviluppato la sua carriera accademica o il suo fallimento.

Uscii dal sacrario in preda ad un innominabile terrore. Mi vedevo trascorrere mesi, anni nella stanza buia dello spettrografo Raman a fare sempre le stesse cose, a girare sempre le stesse manopole, in uno di quei lavori di ricerca ripetitivi, mortali per noia, inutilità, delusione, frustrazione.

Come si svolsero le cose negli anni successivi, quale fu il mio destino di ricercatore sarà forse argomento di altri racconti, di altre avventure, di altre delusioni. Questa vicenda della memoria dell’acqua stata a lungo ferma mi è tornata in mente come una di quelle più oscure e dimenticate che hanno anch’esse che fare con questo liquido straordinario. Solamente molti anni dopo, come in una illuminazione, mi resi dolorosamente conto che quel meraviglioso spettrografo Raman, che aveva impegnato fondi di ricerca risparmiati pazientemente per anni, con sacrificio di altre ricerche, di altre aspirazioni e di altre carriere, era stato acquistato proprio per me, atto di stima e di amore di quell’uomo solitario, burbero e temuto e da me non capito, giovane presuntuoso com’ero, con la testa piena delle più recenti entusiasmanti scoperte: i laser a coloranti accordabili, i potenti laser ad impulsi, gli incredibili progressi dell’ottica quantistica.

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