Pur avendo deciso di essere ormai troppo vecchio per scarrozzare in gita scolastica ...

Un sogno del signor T, di Dina Lentini

la scuola, i suoi personaggi, il suo ambiente, le gite scolastiche e un sogno del signor T

Genera segnalibro - Condividi

Pur avendo deciso di essere ormai troppo vecchio per scarrozzare in gita scolastica un gruppo di adolescenti esaltati, alla fine il Signor T. aveva accettato.

Sapeva già tutto e si era rassegnato a quello che lo aspettava. Ribattezzata con il termine più didatticamente corretto “viaggio di istruzione”, la gita rimaneva quello che era sempre stato: l'occasione per uscire di casa e passare una notte fuori. Il che offriva anche agli studenti più angelici e insospettabili la possibilità di esternare (semel in anno licet insanire) gli istinti più primordiali e selvaggi.

sala immensa di areoporto. In fondo su una panchina, alcune persone apsettano. Foto di Guido Pegnaaereoporto, foto di Guido Pegna

Ora all'aeroporto le ragazze della sua classe gli ronzavano intorno, spostavano zaini, tiravano fuori trucchi e specchietti dal bagaglio a mano, si abbracciavano per andare in gruppo al bar di fronte e da là gli chiedevano a gran voce se volesse qualcosa. I maschi avevano occupato due file di poltrone, mangiavano enormi panini e ogni tanto quando passava qualche compagna l'afferravano e se la portavano a sedere sulle ginocchia. T. sapeva che erano adorabili e diligenti e che avevano fatto la ruota intorno a lui da mesi per convincerlo ad accompagnarli, solleticando come sempre la sua vanità di professore popolare e portandolo a cedere.

Due giorni e una notte di viaggio: non una gran cosa, ma insomma. Del resto, non poteva abbandonare i ragazzi nelle mani dell'insegnante di educazione fisica: diversamente da T. che cercava di tirarsi indietro e aveva capitolato solo all'ultimo, il collega aveva fatto carte false per andare ma aveva dovuto cedere di fronte alla disponibilità del docente più anziano. In effetti il collega aveva l'età e il fisico del ruolo, ma poi li avrebbe allegramente lasciati liberi la mattina con un appuntamento la sera, direttamente in albergo. Si sarebbe preso una vacanza, fregandosene alla grande.

Ora T. , che aveva radunato la classe all'alba, doveva far passare almeno un paio d'ore prima dell'imbarco. L'altro insegnante accompagnatore, la collega di inglese, era rimasta indietro per aiutare due ragazzi a trasferire indumenti e paccottiglia varia dallo zainetto alla valigia che sarebbe stata stivata, così era dovuta tornare al check-in.

T. era tranquillo. La collega era quella giusta. Valeria era alta, giunonica, con forme sinuose che stringeva in pantaloni attilati che attiravano gli sguardi degli studenti, sembrava svagata e superficiale. Era in realtà una donna efficiente, esperta cuoca in grado di improvvisare pranzi memorabili per gruppi di invitati dell'ultimo minuto, amante della famiglia e dei suoi quattro figli che erano tutti studenti del liceo dove insegnava da anni.

T. trovava un po' scomode le poltroncine della sala d'attesa. Le sue spalle possenti o le gambe così lunghe urtavano sempre qualche vicino. E non c'era poggiatesta.

Valeria aveva evidentemente risolto la questione dei bagagli perché adesso veniva verso di lui con un vassoietto. Si alzò subito per aiutarla. Aveva portato un caffè per lui e un bicchiere di qualche succo, una di quelle tisane che lei beveva. I capelli lunghi da ragazza le arrivavano alle spalle sfiorando il golfino di due taglie più piccolo che le strizzava il seno opulento. Il bel viso ovale e abbronzato appariva un po' gonfio, marcato dai segni della mancanza di sonno e dello sforzo di organizzazione e a T. sembrò che dimostrasse tutti i suoi cinquant'anni.

In passato, quando ancora insegnava sul lago, aveva avuto una collega anziana, o meglio di età indefinibile, che tutti chiamavano “la decana”: anche lei aveva quella costituzione forte, la figura alta e piena. Ma al contrario di Valeria, probabilmente aveva nascosto per tutta la vita la sua femminilità dentro tailleur classici dal taglio impeccabile e il lavoro che faceva a scuola era certo serio e prezioso, ma anche terribilmente pedante. Con lei c'era stato qualche momento di tensione. Però, anche la decana alla fine aveva stupito tutti sciogliendosi in un amore tardivo che l'aveva portata a un matrimonio felice e che l'aveva resa più umana.

Con Valeria non aveva mai avuto problemi: intanto, erano nello stesso consiglio di classe e lei non aveva responsabilità di gestione dell'istituto se non quella del suo campo specifico, il laboratorio di lingue. Non c'erano rivalità, neanche nella popolarità che entrambi avevano presso gli studenti. Poi, erano generalmente in sintonia sulle valutazioni e se c'era da aiutare un ragazzo in difficoltà che meritava un po' di fiducia il voto mediocre di inglese poteva anche diventare sufficiente. T. aveva sempre la sua solita sfilza di debiti formativi da assegnare, ma lì, in latino e greco, le materie di indirizzo, non c'era molto da fare. Si, la collega di lingue era sempre stata onesta e prevedibile, refrattaria ai soliti giochetti trasversali fra docenti e con lei ci si poteva rilassare.

Il gate accanto stava già imbarcando per un volo in medioriente e la fila di viaggiatori si snodava come un lungo serpente che procedeva a scatti. Era già primavera avanzata e il tempo era magnifico, la gente approfittava delle tariffe di bassa stagione per una vacanza economica.

Forse anche lui avrebbe potuto farlo, al ritorno. Bastava unire alla domenica due giorni di ferie e il giorno libero e avrebbe potuto portare Anna da qualche parte. Però lei aveva bisogno di un anticipo di un mese per poter prendere anche solo tre o quattro giorni di ferie: faceva l'ingegnere meccanico e nelle ferrovie, dove lavorava, aveva un paio di giorni di reperibilità al mese intoccabili, per via dei turni. Pensando alla sua compagna, T si disse che alla fine aveva trovato una donna del tutto diversa dal tipo che gli era sempre piaciuto.

Anna era piccola e snella, con i capelli grigi legati in una coda di cavallo o tirati su in uno chignon quando proprio voleva darsi un'aria elegante. Ma in genere vestiva in modo sportivo, quasi da ragazzo, pantaloni e maglietta, magari una giacca aderente. Col suo fisico poteva permettersi qualunque cosa e quando lui le chiedeva di vestirsi un po' da donna tirava fuori un abito corto o uno scialle, una camicia stretta in un tubino appena sopra il ginocchio. Per l'occasione si truccava e con una riga sottile di matita nera i suoi occhi grigi, lunghi e un po' a mandorla, diventavano enormi. Anche con i tacchi non gli arrivava alla spalla. Però avevano gli stessi colori, la carnagione chiara di chi è, o è stato, rosso di capelli.

La settimana precedente la gita lei aveva fatto un colpo di mano e si era trasferita da lui: la scusa era quella di aiutarlo a sistemare le cose in vista del viaggio. Ma quando mai lui o lei avevano avuto bisogno di aiuto per cucinare o chiudere casa prima di una partenza? Comunque, era fatta. Dopo due anni di relazione in cui tutti e due avevano stabilito da subito la regola ferrea delle due case indipendenti, ecco com'erano finiti. E lui si era arreso subito. Anzi, non era stata nemmeno una resa.

Grandi nuvole primaverili candide e gonfie di forme effimere correvano dietro la vetrata che si affacciava sulle piste. Nonostante il frastuono dell'aeroporto il professore si stava appisolando.

Valeria, però, stava radunando i ragazzi. Dovevano mettersi in fila.

Accanto a lui l'altro gate aveva concluso l'imbarco. Una ragazza altissima, tutta in nero, girellava in fondo alla nuova coda che si andava formando. Si muoveva con grande agilità e sicurezza, trascinando il suo bagaglio leggero, una cartella di pelle che posava ogni tanto ai suoi piedi per avere le mani libere. Parlava continuamente al cellulare e T. poteva sentire come con calma spostasse appuntamenti, ringraziando per l'attenzione, assicurando e garantendo qualche cosa a qualcuno: dai modi formali ed esperti pareva una segretaria di qualche assicurazione o di un'agenzia immobiliare o forse qualcosa di più. I capelli biondi, tagliati cortissimi, avevano la sfumatura alta sulla nuca e solo davanti si ondulavano lunghi da una parte a ingentilire il viso. Per il resto, vista da dietro, con i pantaloni aderentissimi infilati negli stivali e il giubbotto corto, poteva passare per un ragazzo. Comunque, un esemplare metropolitano.

T. controllava blandamente gli studenti, che erano tranquilli in coda, con le carte d'identità in mano. Pensò a quella donna che sembrava giovanissima e che ostentava un piglio da manager in gonnella e se la immaginò in un'altra situazione: lo stesso viso delicato incorniciato da capelli del loro colore naturale, scuri e lunghi; un completo leggero, una classica gonna e camicetta sotto la giacca; forse un foulard al collo; un comodo trolley, invece della costosa cartella di pelle. Il signor T. immaginò che, così ridefinita da quell'eleganza più modesta e provinciale, la ragazza potesse essere una studentessa o un'insegnante, forse un'infermiera: magari viveva sola nella città che le dava ansia e si concedeva una pausa di tranquillità nella casa paterna, rientrando per qualche giorno nel suo ruolo di figlia di famiglia.

T. si era sempre divertito a osservare la gente e a fare quei giochi di trasformazione. Però sulle rampe d'accesso e poi sull'aereo non vide più la ragazza. C'era invece un bambino seduto proprio davanti a lui, accompagnato da un padre giovane, solo, un po' in tensione. Forse era il primo volo del piccolo e non sapeva come avrebbe reagito. Gli ricordò il suo figlioccio, il primogenito del suo amico Eric che doveva avere più o meno la stessa età e che portava il suo nome. Era un bambino abituato a viaggiare sin dalla nascita e con qualunque mezzo, in aereo o in treno o in macchina, i suoi genitori potevano spostarsi spesso senza problemi dalla città dove lavoravano al lago dove vivevano i nonni. Avrebbe telefonato ad Eric, per vedere se le loro vacanze potevano in parte coincidere con le sue: forse per due o tre giorni lui e Anna avrebbero potuto fare una scappata sul lago a ritrovare gli amici.

Pensò anche, mentre si addormentava, a rappresentare qualcuno dei suoi amici in altri panni e con un altro destino, come aveva fatto prima con la ragazza. Ma era un gioco che veniva bene solo con gli sconosciuti.

Poi, non appena il volo si assestò sulla tranquilla velocità di crociera, T. si addormentò davvero e fece un breve sogno:

Volava, certo. Forse rientrava a casa. Seduto in una postazione comoda vicino al finestrino T. guardava semplicemente le nuvole. L'aereo piegava adagio, scendendo. Rapidamente furono proprio in basso e le immagini apparvero nitide: strade percorse dalle macchine, tetti di capannoni industriali, case sempre più vicine, svincoli autostradali, canali, ponti, prati coltivati, campagna spoglia, macchie di bosco, poi la periferia industriale.

Non c'era stata turbolenza in volo e anche all'arrivo il cielo era terso e calmo. T. riconobbe il centro commerciale e gli edifici adibiti a servizi nella zona prossima all'aeroporto e si convinse che stavano per imboccare la pista d'atterraggio. L'aereo, però, virò nuovamente per qualche lento giro supplementare in attesa del via libera. T. sussultò: non si era mai abituato a quei cambiamenti di rotta quando il velivolo, praticamente già in porto, prendeva un'altra direzione e girava di nuovo al largo. Pareva di essere fermi, sospesi a mezz'aria. E ora sorvolavano, quasi sfiorandolo, un lungo cavalcavia sul fiume. Là sotto alcuni senzatetto avevano costruito capanne di lamiera e legno, circondate da bidoni, casse, spazzatura. Qualcuno aveva buttato della biancheria ad asciugare sopra i cespugli. Ma c'erano anche delle tende, piccole canadesi verdi o marroni montate sull'argine, vicino all'acqua. T. immaginò che con la sua statura non avrebbe saputo come mettersi in quello spazio così stretto e che alla sua età e abituato com'era alle sue comodità, si sarebbe subito ridotto con i dolori alle ossa. Però l'uomo con i baffi e i ciuffi di capelli arruffati grigio rossicci che usciva da una delle tende, il barbone appena sveglio che si sgranchiva stirandosi in tutta la sua altezza, era proprio lui.”

Torre degli Ulivi, 30 aprile 2013

Dina Lentini

proprietà letteraria riservata Dina Lentini e La Natura delle cose

vai avanti di una paginatorna indietro di una pagina
narrativa  |  racconti  |  aggiungi un commento

Logo e suggerimenti grafici: Emilie Barret - HTML : Nino Martino - Sviluppo del sistema di gestione dei contenuti (CMS): Roberto Puzzanghera | login