viaggi di frontiera

Una girandola di stagnola traforata, di Dina Lentini

...All’interno, nel centro, retto da fili argentati, un’altra costruzione geometrica si reggeva in sospensione oscillando...

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Di colpo il tunnel vibrò del rimbombo assordante delle sirene. Il fischio, debole agli snodi del viadotto, cresceva a intermittenza e veniva amplificato dalle pareti delle discese. Beniamino aveva allertato il suo gruppo e si era infilato sul binario, correndo o lasciandosi scivolare. Era accecato dal riverbero dei razzi di segnalazione che si riflettevano sulla superficie trasparente del tunnel e aveva già perso due uomini. Gli altri, una dozzina, lo seguivano, cercando di compattarsi al centro e di evitare le cunette. Ma il pericolo non veniva più da quegli angoli a gomito, perché anche il nemico aveva imparato a differenziare le proprie mosse. Per chilometri erano stati acquattati a intervalli regolari, ma Beniamino intuì qualcosa, un bagliore diverso sul tetto della galleria. Diede l’ordine, con un muto movimento di mani e fece schiacciare il più possibile la pattuglia contro la parete, poi azionò il telecomando, riattivando lo scorrimento del binario. Dall’alto un grappolo di fuoriusciti si calò all’ assalto, ma venne risucchiato in fondo.

Poteva concedersi una pausa e rincuorare i ragazzi. Lo schermo esterno del tunnel deformava la visione della città, avvolta in una luce violetta. Ma alzando gli occhi quell’effetto diminuiva e la vista della campagna era limpida. Fuochi o lampi improvvisi illuminavano la fuga disordinata dei ribelli.

 Davide incontra Benny

 La pista era sempre stata polverosa e troppo corta, poco più di un anello da completare in una mezz’ora a passo di marcia, o anche meno se non avesse avuto un paio di tornanti in salita. Ma Davide la percorreva diligentemente ogni mattina, pur di mantenere un minimo di allenamento fisico. Dietro di lui, Maria non reggeva più il passo. Aveva il sole in faccia e sudava, nonostante il leggero vento di maestrale.

In fondo alla scarpata di erba secca, la strada asfaltata puntava dritta e lucida verso la provinciale, allontanando sempre più il Centro dalla città.

“E allora?”

“Allora ci fermiamo”. Maria si era seduta per terra sotto un alberello di oleandro che dava ben poca ombra. Con la maglietta arrotolata sopra l’ombelico e una treccia lunghissima di capelli rossi sembrava molto giovane.

“E io che ci ho creduto”

“A cosa? cosa dici?”

“Guarda laggiù. Ieri a quest’ora non si vedeva niente, sembrava quasi nebbia. Con questa luce si vede la torre e sarà a quaranta chilometri. E anche il ponte che entra nelle mura.Vedo i caselli dei controlli”.

“Ma cos’è che hai creduto?”

“Che anche tu andassi a correre, che fossi allenata”

“Infatti mi è sempre piaciuta l’ idea “

“E invece non hai mai fatto attività sportiva in vita tua”

“Sono un po’ indolente, ecco.”

Davide la tirò su bruscamente, come avrebbe fatto con un compagno di squadra, ma quando lei fu in piedi la prese piano per la vita perchè si allungasse fino a lui. Erano alla loro seconda uscita, ma l’abbraccio stretto che si diedero, mentre le sirene iniziavano a suonare, fu più intenso di un bacio.

Bisognava affrettarsi. Ci sarebbe stato ancora un avviso fra dieci minuti e Maria era così stanca che rischiavano di rimanere fuori. Ma lei ebbe un guizzo e corse avanti, muovendosi così veloce e quasi a zig zag tra le scarse ombre dei cespugli, che poterono concedersi di rilassarsi nell’ultimo pezzo.

“Non ce la fai proprio a prendere due giorni?”

“Come faccio? Non ho maturato niente, si, forse due giorni si, per settembre.”

“E allora?”

“E allora, cara dottoressa, a differenza di lei, che è molto più importante, ma anche più vecchia di me...”

“tre anni...”

“più vecchia e soprattutto integrata stabilmente...”

“integrata? “

“ Maria, integrata, assunta, quello che vuoi, inserita in un progetto permanente. Se corro a prendermi subito le ferie che mi spettano...”

“te le devono dare, se ti spettano...

“cara dottoressa responsabile di quello che sai, io non sono niente, sono uno dei tanti, uno rimpiazzabile subito

“Allora devi mostrarti dedito...

Gli occhi di lei erano castano scuro, quasi neri, erano strani in una donna così chiara di carnagione, col viso ricoperto di lentiggini.

“Maria, io sono dedito...cos’è quello?

“Cosa?

“Lassù, dalla finestra all’ultimo piano, a sinistra

Non vedo niente, ah la girandola argentata? Quello è Benny, è uno dei suoi giochi.”

Sulla facciata principale del Centro una scia grigioazzurra pendeva da un angolo sotto il tetto per almeno tre piani e si confondeva con la tinta metallizzata dei pannelli di rivestimento. Si scorgeva quando veniva gonfiata dal vento.

 

La carta di identificazione non funzionò subito e, stranamente, proprio per Maria, che era al Centro ormai da cinque anni o sei, arcinota. Ma lei fu pronta a chiedere il riconoscimento manuale e la sentinella, che li guardava da un pezzo sulla strada, non ci mise che un attimo a far scorrere il pannello di vetro. Vedendola da dietro, davanti a lui, con i pantaloncini della tuta e la treccia ballonzolante, non le avrebbe mai dato i trentacinque anni che aveva. La nuca sembrava quasi infantile sotto il nodo dei capelli e le gambe erano quelle di una ragazza alta, persino rispetto al suo punto di vista, dai suoi buoni un metro e novanta. A metà corridoio, prima di infilarsi nello spogliatoio femminile, lei si girò: “Allora, a settembre?”

“Non ci posso credere, Maria, vuoi che torni all’ospedale? che perda la borsa di studio?”

“Voglio andare in vacanza”

“E io vado su da Beniamino, vado a fargli ritirare la girandola, sono quasi le otto”

“Lascialo perdere, nessuno gli dirà niente. I sensori di sicurezza sulla facciata sono disattivati, ...lo abbiamo deciso l’altra settimana, che era una spesa inutile in questi due mesi...”

“Lo abbiamo?”

“Il Consiglio. Sono entrata un mese fa”

“Sei nei Dieci? Sei nei Dieci e non mi dici niente?”

“ Te lo sto dicendo, no? Vatti a fare la doccia. Mi trovi al refettorio”

 

 

“Sono Davide Melibé, Beniamino, apri”

Niente. La porta imbottita di feltro verde non lasciava passare alcun rumore. Dovette battere forte due o tre volte.

“Dottore”

Benny aveva le cuffie e doveva ascoltare al massimo volume perché, ora che era dentro, Davide sentiva comunque la musica molto alta, un vecchio rock duro.

“Beniamino, lo sai cosa stai ascoltando? Chi ti ha dato la musica?”

Benny non se lo ricordava. La sua testa un po’ allungata si era come incassata tra le spalle massicce, ma gli occhietti ebbero uno scatto di furbizia:

“E’ stato ... il... dottore”. Si era già alzato e lo guardava, dondolando la testa, poi sollevandola verso di lui. Ma Davide si era distratto: la finestra correva alta al limite del tetto e occupava tutta la piccola parete di un paio di metri, riversando nella stanzetta una luce accecante. Da un capo all’altro Benny aveva appeso con lo scotch una serie di ritagli di stagnola tutti collegati a formare una striscia brillante che si infilava in un angolo aperto del portellone, risucchiata dal vento.

“Quale dottore?”

Benny era tornato a sedere sulla brandina, curvo con le mani alle ginocchia e lo guardava storcendo il collo, in una posizione scomoda. “ Il dottore. Lei”. Aveva alzato il busto e si stava asciugando le grosse mani sudate sui pantaloni. In quel momento, la testa ondeggiò lievemente e gli occhi si rovesciarono all’indietro per qualche secondo.

Davide non poteva far altro che aspettare, mentre percepiva il movimento delle nuvole che correvano velocissime. Dietro i vetri l’azzurro del cielo era quasi blu, di un tono così puro e assoluto da apparire quasi impietoso. Esaltate da quella luce, le geometrie di stagnola danzavano nel vento come un prezioso pizzo traforato.

Benny si alzò subito. Era impacciato, un po’ vergognoso. Evidentementemente considerava chiuso quel breve colloquio, perché si era messo a raccogliere e impilare scope, spazzoloni, secchi tirati fuori da un armadietto. La cappa da lavoro era appesa dietro la porta: era stata di certo riciclata, forse un vecchio camice scartato, perché la figura già tarchiata del ragazzo ne risultava ancora più ingoffita dalla taglia troppo stretta. A testa bassa, accennando un sorriso con la bocca storta , si girò per andare a lavorare, spingendo il carrello ricolmo oltre la porta.

 

Il vento rinforzava e Davide poteva vedere le palme piegarsi sotto sferzate sempre più violente. A volte preferiva lo scirocco vaporoso, che creava vortici acquosi. Nell’aria ferma, quando la città in lontananza si liquefaceva nella nebbia, gli sembrava di ritrovarsi in una sorta di landa nordica. Tutto spariva in una dimensione ovattata e solo la conoscenza delle cose permetteva di non dubitare della loro esistenza e di trovare l’orientamento. Il vento lo inquietava. Nel refettorio, in penombra, beveva uno yogurt e inzuppava del pane tostato nel caffè. Alle sue spalle, chiuso da una vetrata rotonda, un giardinetto interno fatto di rocce vulcaniche, formava una colonna di luce rosata. Maria non l’aveva aspettato e, del resto, aveva agguantato la colazione per miracolo. Non c’era più nessuno. Se era nel Consiglio, pensò, avrebbe considerato che lui stava andando a lavorare in ritardo. L’avrebbe coperto o trattato come tutti gli altri? A quanto pareva, il rinnovo della sua borsa dipendeva anche da lei.

Una delle ragazze addette al servizio stava sistemando i tavoli, appallottolando le tovaglie di carta e riordinando le sedie: doveva decidersi a vuotare i resti della colazione nel contenitore e ad impilare il vassoio con gli altri. Mentre lo faceva, potè vedere Benny che, dietro il bancone, strofinava la pedana di legno, sciacquando continuamente la spugna nel secchio e ripassando una per una, con tenerezza, le perline rovinate dal calpestìo.

Davide sceglie Benny

 La madre di Davide era stata un’insegnante di storia. A livello intermedio, liceale. Piccolina, minuta, aveva mantenuto, nel tempo, un fisico delicato da adolescente. Nel suo ultimo anno era diventata asciutta, perdendo le forme aggraziate che ne avevano fatto una donna snella e attraente fino oltre i sessant’anni. Aveva però conservato capelli folti, ondulati alle spalle, biondorossicci. Erano di un tono completamente diverso da quelli di Maria, che erano ramati e scuri e, forse, esteticamente più belli. Lui aveva preso il biondo chiaro, anzichè il rosso, e non aveva lentiggini. Era altissimo e magro, più che snello, con tratti nervosi. Nell’anno in cui sua madre era andata in pensione, lui si era laureato in medicina e solo qualche anno dopo lei non c’era più. Aveva trascinato per un anno il suo praticantato nell’ospedale vicino a casa, quello stesso dove suo padre era stato medico anni prima, dove tutti lo conoscevano e si aspettavano che lui facesse proprio quello che stava facendo. La specialità era stata anche quella scontata, alimentata dagli interessi di sua madre, più che di suo padre e dalle letture che lei gli aveva proposto sin dai tempi del liceo.

Lasciò la zona residenziale, degli alloggi, per raggiungere l’area dei laboratori. Tagliava sempre per il tunnel che separava i reparti e ospitava, in un enorme seminterrato, tutti i lavori dell’ indotto ospedaliero. Là sotto, operai smerigliavano o trapanavano sbarre di ferro, allestivano ponteggi, scaricavano le merci, trasportavano sacchi di rifiuti. Come ogni mattina, dietro l’angolo, prima di salire la scaletta che immetteva direttamente nel suo ufficio, fu travolto dall’odore pesante dei pasti che venivano allestiti nelle cucine.

La relazione era stata compilata di malavoglia, la rilesse e la rifece in modo più corretto sul piano formale, come sapeva fare spontaneamente quando non era distratto. L’ultimo caso lo aveva coinvolto in modo anomalo e, incredibilmente, gli era stata negata la supervisione. Avrebbe dovuto rivolgersi a Maria? Le scelte del Consiglio erano di risparmio fino al punto di travalicare la professionalità?

Non ricordava nemmeno come e a che punto della sua carriera gli fosse stata offerta la borsa di studio. Aveva accettato spinto da altre cose, dalle sue problematiche personali, senza valutare appieno. Il Centro svolgeva un’attività così nebulosa... il Consiglio dei Dieci: non ne conosceva,alcun membro, ad eccezione di Maria...

Aveva passato gli anni della specializzazione come in un lento sogno a puntate, scandito dagli esami e dal lavoro in clinica: i risultati brillanti, la rapidità della carriera, tutto gli dava una gioia fredda, distaccata.

Maria era entrata. Senza camice, con un faldone sottobraccio, come una zelante segretaria. Senza abbracciarlo, sedette subito davanti a lui, appoggiando educatamente le pratiche in grembo e annunciando: “Sono venuta a prendermi una pausa”.

Gli occhi roteanti con i quali lo stava esaminando- pensò- non erano certo quelli di una segretaria, ma di una dirigente. Era fresca e a posto, consapevole del suo fascino: era il suo capo. Doveva dirglielo, comunque. Davide cercò le parole giuste e il tono giusto, senza trovarli. Maria aspettava.

“Ho deciso di occuparmi di Beniamino”, le disse semplicemente.

“Cosa vuol dire?”

“Occuparmene professionalmente, come medico. Come se no?”

“Ma Benny, non ha niente... è un povero deficiente innocuo... viene visitato e controllato semestralmente, come tutti gli abitanti del centro... Se sei capitato in camera mentre aveva una delle sue assenze, quelle sono solo...”

“Non parlo delle assenze. Beniamino ha qualcosa che non torna, voglio fargli degli esami completi e...”

“Fermati subito. Non puoi decidere di prenderti un paziente...”

“ Nel mio tempo libero, eccedente l’orario di lavoro, gratuitamente...”

“Non credo tu abbia il tempo di fare del volontariato e comunque non qua dentro, non capisco che interesse ti sia preso per un... Benny è sempre stato al Centro, da vent’anni, da quando è nato. Sua madre era un tecnico qualificato, una biologa… “

“La storia la conosco, non si sa nulla di questa misteriosa gravidanza e perché si ostinò a portarla avanti e nemmeno perché sia morta di parto in un Centro ultraspecializzato...”

“Lo sai che ci sono dei casi... ma Benny qua è felice, ha la sua stanza, può giocare, fa dei lavoretti...”

“Fa lo sguattero e dorme nello stanzino delle scope.”

“Non ti sono chiare le cose. Sei qua da troppo poco tempo, Davide.Tu non hai capito, a lui va bene, il Centro lo mantiene e lo protegge. Cosa potrebbe fare, lavori esecutivi, non certo di concetto...”

“Voglio analizzarlo”

“Tu sei pazzo, non puoi sprecare...”

“Il mio tempo? Con lui? Beniamino è in uno stato di sofferenza evidente,anche per un profano. Stamattina l’ho trovato ad ascoltare musica, in cuffia, come tutti i ragazzi di quell’età, ma lui si è sentito colto in fallo, forse a quell’ora doveva già essere di sotto a pulire... e poi quella musica... qualcuno gli ha mollato degli scarti destinati alla pattumiera, ti sembra corretto? Non sei un medico anche tu? Non lo sai che tutto quello che si offre a un soggetto del genere deve essere pensato e organizzato?”

“Stai sopravvalutando la situazione, è più semplice di quello che stai fantasticando”.

“Hai mai visto i lavori che fa con la stagnola? Sono costruzioni geometriche complicate, con strutture ricorrenti e una logica...”

“Stai vedendo quello che vuoi vedere, Davide, io non credo di poter appoggiare questa cosa, non ti sarà permessa...” Si era alzata, gli occhi scuri brillanti, sotto le sopracciglia arcuate, perfette.

“Non costerà nulla al Centro”.

“Non è questo il punto” La lunga coda di cavallo fiammeggiò, mentre Maria usciva elegantemente.

Davide ordinò i fogli della relazione e li ripose nella cartelletta in evidenza per l’inoltro al Consiglio.

Aveva passato un anno intero a recuperare, ordinare, catalogare il materiale di studio di sua madre. Quando lei girava per casa, appoggiava le sue carte da qualche parte, le perdeva, le ritrovava, in un disordine che evidentemente aveva pensato di poter affrontare con calma.

Era toccato a lui comprare una quantità di raccoglitori; ne aveva riempito delle casse e le aveva portate in solaio. Aveva raggruppato le fotografie e le aveva sistemate in album organizzati per tematiche e cronologie. La sera, quando tornava stanco dall’ospedale, si preparava un vassoio con uno spuntino veloce e andava a rilassarsi nello studio di sua madre. Leggeva o rileggeva libri di tutti i tipi, fermandosi ad ogni cartolina o foglio infilati tra le pagine. Poi, una mattina, aveva risettato e controllato l’impianto di irrigazione automatica perché almeno le ortensie e il prato del giardino non soffrissero e in poche ore si era trovato in una terra semidesertica, inaridita da venti permanenti che dominavano lunghi orizzonti bassi. Chiuso in un centro di ricerca isolato dalla città più vicina da almeno cinquanta chilometri, senza un servizio pubblico di comunicazione.

A settembre avrebbe utilizzato i due giorni di ferie per andare a casa

andare a casa e tornare con la sua macchina.

Inspiegabile Benny

Benny se ne stava rannicchiato sul tappeto e sembrava stesse per addormentarsi. Aveva giocato con cubi e anelli che lui stesso aveva scelto dal box dei giochi e li aveva usati per costruire una città. Per una decina di minuti si era concentrato ad allineare gli anelli e a farli curvare, ricavandone una serie di tubi che si diramavano come oleodotti in tutte le direzioni e restavano aperti. Sopra quel reticolo aveva appoggiato le fondamenta della città, aveva dovuto integrare con altri pezzi di costruzione ed era contrariato perché non aveva trovato le forme che cercava. Davide aveva selezionato solo quattro forme geometriche e le aveva disposte a caso nei cestoni e sugli scaffali.

Benny si era subito svuotato e non sapeva cosa fare o cosa ci si aspettasse da lui. Era alla terza seduta e Davide sentiva la frustrazione del ragazzo.

Era preoccupato: le analisi rivelavano una massa densa e scomposta di un paio di centimetri vicino al nervo ottico: o non era nulla, o, più probabilmente, una massa tumorale. Ma non tornava con gli altri dati, che non segnalavano sospette forme cancerose. Avrebbe dovuto sospendere la psicoterapia? Beniamino era docile e aveva obbedito a tutte le consegne dei test; durante le visite, si immobilizzava permettendo ai medici un esame oggettivo in condizioni ottimali, era un paziente perfetto; anche la sopportazione del dolore, durante gli esami più sgradevoli, era eccezionale. Ma avrebbe accettato altre indagini? E, soprattutto, avrebbe continuato le sedute? No, le sedute non potevano essere sospese. Ma a questo punto il ragazzo rischiava di trascorrere il suo tempo in una forma di vera e propria ospedalizzazione, che lo stava deprimendo. Era sempre vissuto all’interno del Centro e non lo impressionava la malattia, ma lui, apparentemente sano, era certo consapevole della sua differenza rispetto ai pazienti. Là, da sempre, arrivavano solo casi gravissimi e anomali .

Lo accompagnò in camera sua. I quarantacinque minuti della seduta erano stati pesanti per tutti e due. Sapeva che non avrebbe dovuto mescolare i suoi ruoli, facendo una passeggiata con lui fino allo stanzino del sottotetto.

C’era un’altra girandola che pendeva dal soffitto lungo la parete fino a sfiorare il letto. Sul lavabo, appoggiata su un tagliere di legno, c’era una piramide di stagnola con le pareti lavorate in una sorta di nido d’ape. All’interno, nel centro, retto da fili argentati, un’altra costruzione geometrica si reggeva in sospensione oscillando: in tutto, il lavoro poteva essere alto una trentina di centimetri.

Sulla mensola, insieme a tazze e bicchieri, Benny teneva dei rotoli di alluminio che gli regalavano in cucina.

“ Li hai sempre fatti, Beniamino? Scusa, volevo dire, questi giochi, questi lavoretti con la stagnola li facevi anche da piccolo?”

Il ragazzo non lo sapeva.

Davide volle fare lui il caffè: la stanza era così piccola che tutto era a portata di mano e tenuto in ordine perfetto. Una lampadina pendeva nuda senza lampadario sul vecchio tavolino laccato di bianco, dalla parte dove, di solito, non sedeva nessuno. Il medico doveva curvarsi e riusciva a malapena a incastrare le sue gambe, troppo lunghe anche per un tavolo normale.

Beniamino scoppiò a ridere: gli piaceva quel gioco a nascondino attraverso la lampada.

“Me li ha fatti vedere lei, la prima volta”. Davide annuì, aspettando.

“Non lei dottore, lei la mia ragazza”

“Si? e… è carina?”

Benny era incerto “E’ una ragazza che è bella, si, è carina, ma… non è come la dottoressa… Dessalvi...”

“Maria? Non preoccuparti, Beniamino, noi non siamo...fidanzati, è una collega”

“Anche la mia si chiama Maria, ma non è come la dottoressa...”

“Ho capito, non ti preoccupare, finisci il caffè. C’è latte nel frigorifero?”

Ma il ragazzo si era bloccato. Lo fissava senza vederlo, immobile.

Davide appoggiò i gomiti sul tavolo e aspettò. Non si capacitava di aver fatto di nuovo un errore così grossolano. Non voleva alzare la testa verso la finestra, ma percepiva il passaggio di nuvole scure e il rapido cambiamento di colori della sera. Dopo almeno dieci minuti, Benny lo guardò, sorridendo in modo un po’ ebete e allungò una mano alla parete per accendere la luce.

“Sono stato a trovarla, non me la ricordavo bene”

“Capisco”

“Lei è nuda, però ha i capelli lunghi, come la dottoressa”

“Ma è nuda?”

“Ha un velo, coi disegni. Come quelli”. Stava indicando la piramide alle sue spalle.

“Sono bei disegni, Beniamino”

“L’ho lasciata perché non c’era pericolo”

“Di solito c’è pericolo?”

“Se ci sono io, no. Posso sentire i rumori dei tunnel, che gli altri non sentono. I sensori non bastano. Quelle belve sanno come farli saltare. Escono all’improvviso e salgono nelle case. Se io sono con lei, lei è salva. Io li ricaccio sottoterra”

“Ma chi sono?”

“Delinquenti, sono fuori dalla città, sono stati espulsi”

“Invece Maria è in una città...”

“Abbiamo una casa di vetro. Cioè, non è vetro che si rompe. Maria ha cucito le tende della parete che scorre, quella dell’entrata. Sull’altra parete c’è il telaio. E sull’altra c’è uno schermo di alluminio scolpito appoggiato al vetro, così la luce passa e non passa. “

“Sembra molto bella, questa casa”

“Si, a quest’ora i ragazzi della cucina avranno mandato i contenitori su per i tubi alimentari e Maria starà cenando. Abbiamo un letto di canne appeso al soffitto, che dondola. Si dorme meglio. Ma devo tornare a controllare domani e se arriveranno i ribelli dovrò andare con gli altri uomini a lottare”

Davide ebbe una sciocca visione di Beniamino che, seminudo, gonfiava il petto e stringeva i pugni, pronto all’assalto. Se ne vergognò e arrossì persino, mentre lo salutava, sentendosi come nudo di fronte a Benny.

Fuori paramentro

 “Quando è tutto tranquillo e Maria ha finito di cucire, andiamo al tunnel di scorrimento veloce e scendiamo alla fermata del giardino pensile. E’ dall’altra parte della città, ma la corsa è bella, sul tappeto mobile. Io devo sempre stringere Maria che ride e si distrae guardando attraverso i vetri e, insomma è come una bambina. Quando arriviamo, scegliamo sempre lo stesso posto, sotto il salice del laghetto. Ci sono anche palme, dottore. E un laghetto più piccolo coi papiri. Bè, ci fermiamo là, sull’erba, proprio vicino all’acqua, ci abbracciamo e ci addormentiamo”.

Stavolta Benny si era messo a raccontare durante una seduta. Subito all’inizio, mentre girava gli occhi intorno alla ricerca di un’attività, si era fermato come in trance per un buon quarto d’ora, quindi aveva ripreso a guardare la stanza, cominciando a parlare spontaneamente.

“Dev’essere proprio un buon posto”. Davide giocherellava col mouse spento e pensava a questo locus amoenus, poteva immaginare la brezza leggera sulla pelle, la frescura del manto erboso vicino all’acqua, la quiete profonda dell’assenza di scadenze. Sotto il portatile aveva infilato la busta del Consiglio che notificava al dottor Melibè la sospensione della borsa, augurandogli, peraltro, esperienze lavorative qualificate e all’altezza dei suoi requisiti al momento non spendibili al centro. In computer aveva trovato l’e-mail di Maria che aveva ritenuto di dover salvare almeno la forma, con lui, riservandogli qualche riga di consolazione.

“E’ un buon posto, si. Ho copiato la ghirlanda di alluminio, quella che fa da arco al giardino pensile. E’ stata costruita con metalli diversi, nell’arco è leggera, quando arriva a terra si piega ai lati e riemerge trasformata in panchine che scorrono ai lati del viale. E’ un posto dove sanno fare ogni tipo di intaglio.”

Il tempo era scaduto, doveva congedare Benny.

Gli toccava anche prendere una decisione sul futuro di quelle sedute.

Non aveva trasmesso i dati relativi a Beniamino e aveva ricevuto un sollecito dalla segreteria. Gli accertamenti erano stati fatti, l’iter doveva avere una conclusione. Ed era proprio quella che Davide temeva, una conclusione ufficiale, una diagnosi, una terapia. Il caso gli sfuggiva ancora completamente e spalancava, anzi, altri interrogativi. Ma lui, a distanza di due mesi dalla partenza, non era in grado di gestire più nulla.

 

Maria venne personalmente nel suo ufficio a ritirare gli esami di Beniamino e si fece promettere una relazione per completare i dati con la valutazione dello psichiatra e analista, fino all’ultima seduta effettuata.“Il Centro è nato proprio per casi intrattabili, di etiologia incerta. Ma Benny non c’entra. Ho trasmesso il caso in chirurgia: il tumore è operabile e non ci saranno problemi... devo dire, anzi, che è stato scoperto grazie al tuo interessamento”.

“Maria, non dico di essere contrario all’intervento, anche perché non posso oppormi a niente, dico che il comportamento di Beniamino e i suoi racconti sono un’altra cosa, si sono sovrapposte due situazioni diverse che hanno diverse origini.”

“Che però non sai spiegare”

“Il caso è appena entrato nel vivo del trattamento...”

“Benny ha sempre avuto quei blocchi, anche da bambino; si incantava, per pochi minuti, poi riprendeva a fare le sue cose del tutto normale. Certo che può essere correlato con il tumore, adesso che sappiamo che c’è. Fra l’altro, prima non dava problemi, adesso è continuamente in quello stato, non può più lavorare, bisogna intervenire subito.”

“Non sono d’accordo, i lavori di stagnola traforata, i racconti di questa sua dimensione dove va trovare una sua donna, dove è un capo, un responsabile della sicurezza. Non torna con la storia di Beniamino, con la sua educazione, con tutto quello che lui è. Non torna nemmeno con il tipo di anomalia al cervello. Quel tipo di tumore non dà questi effetti.”

“Hai fatto un errore di valutazione, perché non ti calmi?”

“ A volte, sembra quasi che le assenze o i blocchi preludano a... un contatto. Calma, non volevo usare quella parola, ma non sono certo sospetto..., almeno spero, di indulgere a spiegazioni irrazionalistiche...

“Allora perché parli di contatti e di altre dimensioni? Senti, lui racconta delle sue battaglie e delle sue vittorie. Non potrebbe essere la spiegazione più semplice di tutte? Si è creato un suo mondo dove è un leader, mentre qua è un deficiente”.

“Adesso sei tu quella che devia dai parametri scientifici. Fai della psicoanalisi da quattro soldi”

“Ripeto, hai fatto un errore di valutazione. Non è la fine del mondo. E’ che non sopporti di aver chiuso col Centro. Forse perché, fin’ora, non avevi mai perso un colpo.”

Non era vero, se non in parte. Certo che gli bruciava la sospensione della borsa. Ma non era scontento di tornare a casa, né di organizzarsi la professione in altro modo più tradizionale, disponendosi a puntare a un primariato nei prossimi dieci anni. Tutto sommato, il suo professore aveva ritenuto di fargli un favore proponendolo per il Centro e lanciandolo verso la ricerca a livello internazionale. Sarebbe stato felice di riaverlo nel suo ospedale.

Guardò Maria e non disse più nulla, pensando come quella, invece, fosse stata un’occasione sprecata. Avrebbe comunque mantenuto l’appuntamento per la prossima seduta, la settimana prossima, e non l’avrebbe registrata.

 

Correvano veloci per non perdere l’ultima corsa, quella notturna. Il cielo, alle loro spalle era diventato viola e alcune linee blu si attorcigliavano intorno alle case di mattoni che circondavano il parco. Erano nuove abitazioni sperimentali, costruite in pendio su un viadotto nuovo di resina trasparente, anch’esso non finito. In quell’ora incerta della sera pareva che le nuvole entrassero nelle stanze vuote e aperte.

L’aria era così tiepida che avrebbero potuto dormire anche là fuori, nei giardini e tornare a casa la mattina dopo. Un salto ancora, tanto per provarci, poi Maria raccolse il velo arancione che le stava sfuggendo dalle spalle e gli si allacciò stretta alla vita, trascinandolo sull’erba. Più piccola di lui, con quella pelle color oliva e i ricci lunghi e nerissimi, sembrava mimetizzarsi tra le forme vaghe e sfuggenti della notte. Per dormire era presto. Beniamino l’aiutò ad alzarsi e tornarono indietro, camminando piano e godendosi il profumo delle essenze aromatiche coltivate in mezzo agli alberi da frutto. A lei sarebbe piaciuto andare ad abitare in quelle case sistemate così in alto e così si incamminarono per la salita, ormai buia, per andare a vedere. Seduti a cavalcioni, con i piedi che sfioravano le impalcature sottostanti del ballatoio di vetro, avevano una vista a 360 gradi. La città era un faro, poggiata sulle migliaia di tubi trasparenti illuminati. Le case si raggruppavano su piattaforme sopraelevate, come quartieri indipendenti, ma collegati da un’altra rete superiore di tunnel di comunicazione. Era tutto bianco e argenteo. Oltre, la campagna era sprofondata nell’oscurità, ma se ne poteva indovinare la desolazione per chilometri e chilometri. Solo molto lontano, oltre le prime basse file di colline, sui sentieri montuosi, affiorava qualche luce fissa o intermittente o qualche bagliore improvviso di fuochi.

Trascinò dentro Maria, che aveva avuto un brivido di freddo o di paura, al pensiero di quel mondo esterno. C’era una balla di paglia, in un angolo, lasciata dagli operai, che sarebbe stata comoda: Maria cominciò ad attorcigliarsi i capelli ed erano così lunghi che in qualche modo riuscì a legarli senza niente intrecciandoseli sulla testa, poi si addormentò con lui in quella stanza non finita, spalancata sul buio.

 

Beniamino venne operato quindici giorni dopo. Era sempre stato così fiducioso nei confronti dei medici, così paziente e arrendevole, che tutti si stupirono della furia con cui aggredì gli infermieri che lo preparavano per l’intervento. Per Davide fu straziante vedere il ragazzo che cercava di sedere immobile sul lettino nel tentativo di astrarsi e scappare nel suo mondo, dopo aver rovesciato il carrellino di appoggio con tutti gli attrezzi pronti. Il preanestetico non gli aveva fatto effetto.

Sapeva che si trattava di un’operazione semplice e relativamente senza rischi, ma era inquieto e non era in grado di valutare a pieno, non era un chirurgo. E soprattutto, mentre aspettava la conclusione dell’intervento, era certo che in un modo o nell’altro avrebbe cambiato le cose. Ma come?

Il racconto di Beniamino durante l’ultima seduta era stato per lui come in presa diretta. Ricordava in modo vivo i dettagli, senza controllare gli appunti e avrebbe potuto disegnare la città e i suoi dintorni nei particolari Non era stato solo un ascoltatore partecipe ed empatico, aveva avuto nitida la sensazione, folle, che il ragazzo, da qualche parte, stesse facendo proprio quelle cose.

Forse era troppo coinvolto. Forse aveva fallito per questo. Comunque, non aveva più un caso da seguire. Il Consiglio aveva percepito, attraverso Maria, il suo cambio di prospettiva e questo aveva finito per compromettere tutto. Eppure in qualche modo era sereno sul piano professionale. Si era sempre attenuto al motto di sua madre, che gli appariva ancora così semplice e vero: cambiare punto di vista, attenersi ai fatti, ma non in modo rozzo. La ricerca scientifica era, per lei, ampliamento dei fatti, confutazione continua, un’assoluta proiezione in avanti, una sfida all’estremo.

 

Beniamino è Benny

 

L’anello che collegava al tetto il letto di vimini era stato divelto e la struttura fragile era crollata a terra, per essere del tutto sfondata dal pesante telaio di legno che vi era stato gettato sopra. Forse i razziatori avevano pensato che nascondesse un pannello portavalori, ma la parete dietro il telaio antico era nuda e il bottino era risultato ben scarso. I lunghi rotoli di tessuto colorato erano per terra sulla stuoia, mescolati con matasse di filo aggrovigliato. In un angolo, sotto la vetrata che guardava a est, verso i parchi, Maria respirava ancora, ma non riusciva più a muoversi. La pelle scura del suo viso era una poltiglia impastata di capelli e frammenti d’osso. Un fiotto di sangue le scorreva dal ventre, aperto, stagnando tra le gambe spezzate. L’ultima cosa che vide fu il laghetto dove andava a nuotare con le amiche e il prato, che digradava verso l’acqua, la distesa d’erba dove faceva l’amore con Beniamino.

 

Lui aveva potuto percepire la sua voce, aveva sentito che lo chiamava e che doveva essere disperata. Aveva lottato per non cadere nell’incoscienza, ma, mentre lo operavano, il suo pensiero era vuoto. Non aveva potuto più raggiungerla.

 

La macchina era pronta, nel cortile del Centro. Davide non aveva molto da caricare, ma non riusciva a muoversi, frastornato dalle raffiche di vento. Aveva già finito con i saluti. Alla fine, Maria gli aveva dato, a nome del Consiglio, una lettera che aveva note elogiative per lui e giustificava l’interruzione del rapporto con scelte impreviste e nuove linee di ricerca a carico della Direzione. Gli era parsa una cosa formale, pensata più a tutela loro che sua. Ma andava bene lo stesso.

Beniamino l’aveva lasciato per ultimo: l’aveva mandato a chiamare e voleva congedarsi da solo.

“Dottore”

“Ti scriverò, Beniamino. Raccogli le cartoline, se te le mando?”

In realtà aveva visto solo un paio di cartoline in camera di Benny. Erano state fissate con le puntine sulla parete appena sopra la branda, una volta che la stanza era stata sgombrata dai lavori di carta stagnola. Dopo l’intervento, Beniamino era parso agitato da tutto quell’alluminio luccicante, come se lo mandasse in confusione. Non riconosceva più i suoi lavori e li aveva strappati e distrutti. Per calmarlo, lo avevano aiutato a raccogliere e ad eliminare tutto: lo spazio, che prima era organizzato in funzione di girandole e festoni, era sempre lindo e luminosissimo, ma del tutto anonimo. Anche le cartoline appese parevano una concessione alla normalità ritrovata, un abbellimento banale.

“Torno dentro, adesso. Devo lavorare. Ciao, dottore”

Davide lo abbracciò e si infilò in macchina. Beniamino fece un cenno, poi si girò verso il Centro. Mentre faceva manovra, Davide lo vide, un po’ curvo, il profilo legnoso, mentre sferrava un calcio a una lattina di coca cola spinta sul viale dal vento.

Dina Lentini

proprietà letteraria riservata Dina Lentini e La Natura delle Cose

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