le radici

Democratici e liberali alla nascita dello stato italiano

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Il 17 dicembre  1860 il governo piemontese emanava la nuova legge elettorale.  Si trattava, in realtà, di una legge piuttosto  restrittiva che riproponeva quella sarda del 1848: collegi uninominali  a due turni. Al primo turno bastava, per essere eletti,  la metà più un voto  diversamente si ricorreva al ballottaggio tra i due candidati che avevano ottenuto più voti.

foto di Yves-Marie Hue, scattata alla AAF di Bruxelles, 2011fotografia di Yves-Marie Hue alla AAF di Bruxelles,2011

Secondo queste disposizioni erano eleggibili tutti i  cittadini  di sesso maschile  che avessero compiuto i  25 anni. L'eletto avrebbe ricoperto la carica di deputato, non retribuito, per cinque anni. Egli era  obbligato a giurare allo Statuto e al re.
Potevano votare  i maschi che avevano compiuto  i 25  anni e che versavano almeno  40 lire di imposte dirette. Erano esclusi dal voto gli analfabeti mentre erano ammessi, senza bisogno di censo, determinate  categorie come gli insegnanti, i  notai, i farmacisti  ecc. Gli elettori così individuati erano 419.696, dei quali solo 239.583 si recheranno alle urne .

Nelle elezioni  in un paese libero, per formare un parlamento libero,  si contrappongono movimenti, partiti,  idee politiche. Ma in quel contesto, mentre Cavour avrebbe rappresentato il partito governativo, la sinistra si ritrovava priva del suo rappresentante più illustre, Garibaldi,  in ritiro a Caprera .

Inoltre, sin da ottobre, questa nuova sinistra ,  più eterogenea rispetto alla precedente sinistra rappresentata nel Parlamento sardo,  aveva capito che d'ora in poi  la lotta si sarebbe trasformata in confronto parlamentare  e l'esito sarebbe dipeso dalla rappresentanza legale nel paese. I 'volontari', costretti ad entrare nella legalità dovevano ora impiegare altre "armi" nella campagna elettorale in corso.

Quelli che erano stati i conquistatori  di un pezzo dell'Italia  erano ora costretti a ripiegare sulla dialettica parlamentare e necessaria risultava, a questo punto, la costituzione di uno schieramento partitico antigovernativo. Infatti i democratici erano in quel momento ancora disorientati e in fase di formazione. Il loro idolo, Garibaldi, rappresentava una bandiera più che una mente politica e i  loro rappresentanti, che avevano entusiasmato le masse nella fase di formazione dell'unità, rischiavano di essere  schiacciati nel gioco della rappresentanza al momento delle elezioni.

Gli schieramenti si erano sempre più contrapposti dopo la conclusione delle operazioni militari nel Sud. Alcuni di loro cominciavano a vedere una  politica non adatta a interpretare i bisogni del nuova situazione. Nell'ottobre del 1860 alcuni patrioti mazziniani avevano fondato   Il popolo d'Italia. In questo giornale  veniva sottolineato, in più di un  articolo,  il fatto che il governo promuoveva la rivoluzione per i banchieri  e per i grandi borghesi  mentre per  il popolo vero  non si muoveva un bel niente.

I democratici però non avevano  né idee chiare , né un programma politico chiaro. Più si avvicinavano le elezioni  più sembrava urgente la formazione di un movimento  politico. I punti politici più  evidenti erano l'idea di una futura Italia repubblicana e l'esigenza di una Costituente. Ma su quest'ultimo punto,  quando si scendeva  nei dettagli, tutto sembrava  confuso. I democratici avevano più chiara la soluzione del problema di Roma e di Venezia. Essi facevano leva sulla iniziativa popolare e sulla guerra, invece  il partito governativo  sembrava aver scelto la via diplomatica. Trattative infatti erano in corso, trattative che Napoleone III non apprezzava  sognando ancora uno Stato della Chiesa  che dividesse in due una Confederazione italiana formata da due regni , al Nord e al Sud. In ogni caso le trattative tra il governo italiano (ma chiamato governo degli Stati Sardi dalla diplomazia pontificia) furono interrotte  dall'arrivo a Roma di Francesco II  Borbone

La sinistra sul problema di Roma invece era stata abbastanza  chiara nel proporre il ricorso alle  armi. Per il resto era piuttosto differenziata: c'erano  gli estremisti, c'era  una 'aristocrazia garibaldina' e poi coloro che ormai erano più vicini ai moderati governativi che ai democratici. Insomma era una sinistra che ondeggiava tra  l'appello rivoluzionario e  la collaborazione con il futuro governo dei moderati .

Cavour, in un discorso sul governo parlamentare del 29 dicembre 1860, era stato molto chiaro e abile:

"….. per parte mia non ho alcuna fiducia nella dittatura e soprattutto nelle dittature civili..…sono figlio della libertà: è ad essa che debbo tutto quello che sono. Se bisognasse mettere un velo sulla sua statua, non sarei io a farlo. Se si dovesse riuscire a persuadere gli italiani che hanno bisogno di un dittatore, essi sceglierebbero Garibaldi e non me . E avrebbero ragione.
La via parlamentare è più lunga , ma è più sicura.. Le elezioni di Napoli e della Sicilia non mi spaventano ..I mazziniani sono meno temibili nella Camera che nei loro circoli. L'esperienza della Lombardia mi rassicura: l'anno scorso era di cattivo umore al tempo delle elezioni , e le sue scelte furono detestabili; Cattaneo, Ferrari, Bertani furono eletti..…vennero alla Camera con un atteggiamento minaccioso, con l'ingiuria pronta , quasi col pugno levato . Ebbene, che cosa hanno fatto? Sbaragliati in due o tre circostanze, hanno finito per diventare così inoffensivi che, nell'ultimo dibattito, hanno votato con la maggioranza. Non abbiamo timore di nulla: agli uomini del mezzogiorno capiterà lo stesso…"

La maggioranza della nazione è monarchica, l'esercito scevro di ogni coloritura garibaldina, la capitale è ultraconservatrice. Se, con tutti questi elementi, non sapessimo cavarcela, saremo dei grandi imbecilli.
Nel gennaio del 1861 , poco prima delle elezioni,   i Comitati di soccorso , che erano serviti  per procurare rinforzi alle imprese di Garibaldi, si trasformarono in Comitati per il provvedimento di Roma e Venezia. Diventarono  così organi  di agitazione politica. Ma dalle elezioni di  gennaio il gruppo dei democratici uscirà piuttosto debole.

Lo schieramento governativo avrà la maggioranza in Parlamento  e l'opposizione democratica sarà rappresentata da un gruppo esiguo.

Il 29 dicembre  del 1860 era stata dichiarata  chiusa  la legislatura  (la VII) del Regno di Sardegna e il 13  gennaio 1861 erano state  indette  le elezioni per il 27 gennaio; per il ballottaggio era stata  decisa la data del 13 febbraio.  Il Parlamento, che sarebbe uscito da quelle elezioni,  era   convocato per il  18 febbraio.

Tra gli elettori ci fu un  forte astensionismo .

Solo il 57 %  degli iscritti prese parte alle elezioni. Come già osservato votarono solo 239.746 su  419.846 aventi diritto. In 203 collegi ci furono i ballottaggi.

La Santa Sede non prese una posizione ufficiale contro le elezioni ma contribuì molto  all'astensione il consiglio apparso su alcuni giornali ecclesiastici:  né eletti né elettori.

I seguaci dei vecchi regimi non avrebbero avuto possibilità di scelta e quindi  alimentarono l'astensionismo. Cavour non si ritrovò una opposizione alla sua destra, cioè una estrema destra politica  e il  suo partito, una destra moderata,  divenne la Destra.

Vennero eletti ( il 27 gennaio e nel ballottaggio del 13 febbraio ) 443  deputati  e Oppositori, solo 80  rappresentavano l'opposizione di sinistra tra garibaldini e mazziniani e seguaci di Rattazzi, questi ultimi effettivamente di centro sinistra.

Usciva dalle elezioni quel minimo necessario a creare un confronto politico in Parlamento e, come  ebbe a dire lo stesso Cavour,   in modo che la Camera non avesse un solo colore.

Il 13 febbraio  capitolava Gaeta, ultima roccaforte del Regno borbonico. Francesco II, il  legittimo sovrano del Regno delle due Sicilie, il 15 febbraio, attraversando un folla che  agitava  fazzoletti  gridando  viva 'o re ,  e accompagnato dal suono dell'inno  borbonico del Paisiello,   si imbarcò  sulla nave francese 'Mouette '  per andare in esilio a Roma. Sulla nave venne issata  la bandiera bianca  dei Borboni, accanto allo stendardo tricolore dell'Impero francese. A terra invece, dopo che furono sparati ventun colpi di cannone per salutare il re,  venne ammainata la bandiera mentre si issava al suo posto il tricolore con la croce dei Savoia . Questo fatto avrebbe facilitato in Parlamento, qualche giorno dopo, la proclamazione del Regno d'Italia in assenza del legittimo sovrano del Regno  delle due Sicilie.

Il 17 febbraio, il giorno precedente l'insediamento  del nuovo Parlamento, il primo Parlamento  italiano, il generale Enrico Cialdini dagli spalti della fortezza di Gaeta  volle assistere, davanti ai suoi soldati e  ai generali  borbonici  che si erano arresi, alla   cerimonia funebre  in segno  di riconciliazione  e di omaggio ai caduti. Disse  tra l'altro:  "soldati... il re e la patria applaudono al vostro trionfo,  il re e la patria vi ringraziano .. ... noi combattemmo contro italiani , e fu questo necessario  ma doloroso  ufficio.
La morte copre di un mesto velo le discordie umane , e gli estinti  sono tutti uguali agli occhi dei generosi .
Le ire nostre d'altronde non sanno  sopravvivere alla  pugna .
Il soldato di Vittorio Emanuele combatte e perdona"

   Ben  altre  discordie, umane e sociali, sarebbero sorte nel giro di pochi mesi .
Nella stessa giornata del  17 febbraio, fu dichiarato  decaduto il Concordato del  1818 fra il Re delle  Due Sicilie  e la Santa Sede.   Questo e una serie di altri atti nei confronti della Chiesa, tendevano ad eliminare i privilegi  conquistati dalla stessa nel Sud con il Concordato del 1818. Nel Sud  vi erano tra l'altro   20 arcivescovi e 77 vescovi. Però tutto ciò avrebbe ulteriormente aumentato  la spaccatura tra la popolazione  cattolica meridionale  e il nuovo governo.

La nuova legislatura, la VIII, fu aperta a Torino il 18  febbraio del 1861. La numerazione delle legislatura   proseguì nel Regno d'Italia continuando quella del Regno  di Sardegna , ma  in realtà quella fu la I legislatura dello Stato italiano.

Tracciamo  una panoramica del nuovo Parlamento attraverso la descrizione di uno dei testimoni,  il deputato Ferdinando Petruccelli della Gattina. Egli ci ricorda che nel Parlamento sedevano 438 deputati. Tra questi: 2 principi, 3 duchi, 29 conti, 23 marchesi, 26 baroni, 50 commendatori o gran croci, 117 cavalieri (di cui 3 della  Legion d'Onore), 135 avvocati, 25 medici, 10 preti, 21 ingegneri,  4 ammiragli , 23 generali,  1 prelato,  13 magistrati,  52 professori (o ex professori) 8 commercianti o industriali,  13 colonnelli , 19 ex-ministri,  5 consiglieri di Stato,  4 letterati, un bey dell'Impero ottomano, (il signor Paternostro), 2 prodittatori,  2 dittatori,  7 dimissionari, 6 o 7  milionari,  5 morti che non contano più , 69 impiegati,  5 banchieri,  6 maggiori , 25 nobili senza specifica di titolo e il maestro Giuseppe Verdi .
Poi il deputato Della Gattina  aggiunge ironicamente:

"Non si dirà di certo giammai che il nostro è un  Parlamento  democratico!
Vi è di tutto – il popolo eccetto !
Non vi sono neppure artisti, se ne togli Verdi."

Tra i nuovi deputati  italiani infatti c'era  Giuseppe Verdi  che stava seduto alla Camera vicino  a Sella. Durante le sedute parlava di lirica   e si divertiva  a mettere  in musica  gli interventi  dei deputati .
Il primo atto  approvato dal Parlamento   fu la promulgazione  della legge che conferiva  a Vittorio Emanuele II il titolo di Re d'Italia , e con ciò la nascita dello Stato italiano .

Decidere sul titolo del re significava  attribuire un nome al Regno   e quindi ciò costituiva anche la dichiarazione della nascita del nuovo Stato. Così si poteva chiedere alle altre potenze il riconoscimento di questo nuovo Stato.

In questo modo però il movimento  parlamentare non assumeva  le funzioni di una Costituente, così come  aveva auspicato Mazzini  in una articolo scritto alla fine  del mese di dicembre 1860. Così non veniva stabilito  un nuovo patto tra il popolo italiano e  il nuovo re  ma veniva sanzionato un atto  compiuto dal popolo con i plebisciti .

Ma non sarebbe stato meglio chiamarlo Re degli italiani e non Re d'Italia, come aveva chiesto nel suo appello il senatore Lorenzo Pareto?  Cavour aveva risposto  che nel titolo di Re d'Italia  non c'era nulla di feudale poiché creava entusiasmo tra la popolazione e rappresentava   la trasformazione  di quel paese in un corpo politico, cosa negata nei secoli. Era l'idea di Italia che veniva  suggerita da quel titolo dato al re e poi :

"L'iniziativa  , signori , mi sia  lecito il dirlo,  non è stata del governo  né del parlamento ; l'iniziativa  è stata presa dal popolo , che a quest'ora ha già salutato e intende salutare  per sempre Vittorio  Emanuele II come Re d'Italia."

Così l'atto legislativo  veniva  ridotto al semplice riconoscimento  della volontà popolare.

Era stato il deputato Giovanni Battista Giorgini, genero di Alessandro Manzoni, a presentare alla Camera  il disegno di legge  per il conferimento del titolo di Re d'Italia, egli   ricordava come  quel diritto  di Vittorio Emanuele  ad essere Re d'Italia  emanava dal potere  costituente della nazione.

I democratici,  per bocca di  Angelo Brofferio,  sostenevano  invece come  in questo modo venisse ignorato il ruolo  che il popolo aveva avuto  nel processo di unificazione, limitandosi  a riconoscere  al sovrano  degli Stati Sardi  il potere acquisito  su un territorio che adesso si estendeva  su tutta la penisola. Il deputato Brofferio  proponeva di mutare   il proclama, indicando il fatto che la nazione   riconosceva l'offerta della corona  fatta dal popolo al re  e che il re Vittorio Emanuele II accettava questo titolo che veniva dal basso . Nella formula avanzata dal governo il popolo, attraverso il parlamento, veniva chiamato non ad offrire al re la corona, ma solo ad approvare la proposta avanzata dal ministero. Brofferio voleva che fosse in ogni caso sostituita alla formula 'assume il titolo' la seguente: 'è proclamato dal popolo italiano '

Era il popolo che offriva la corona a Vittorio Emanuele e al re toccava riceverla. Brofferio criticava poi anche le parole ' per divina provvidenza' anzi sottolineava come spesso i re per grazia di dio fossero poi divenuti per disgrazia del popolo. E che se è vero che il diritto viene dalla volontà popolare in quel modo diventava solo un diritto di conquista.

Cavour interveniva ribadendo il ruolo che aveva avuto  il Piemonte   nel processo di unificazione mediante le guerre del 1859 e 1860, processo  quindi che non era frutto di uno 'sfogo delle  passioni popolari'  ma un atto maturo proposto in un certo modo  come custode  dei grandi principi  governativi .

Cavour poneva anche l'accento su come avrebbe potuto accogliere questa decisone il resto dell'Europa. Quanto era avvenuto in Italia non avrebbe dovuto dare l'impressione di essere scaturito da rivolte e da passioni popolari, ma dalle iniziative del governo 'solo a questa condizione la monarchia italiana avrebbe potuto avere una solida base legale'. Nella sua risposta un Cavour irritato aveva eliminato qualsiasi accenno al movimento dei democratici che aveva liberato l'Italia e invitato il deputato Brofferio a ritirare la sua proposta di legge. Brofferio, in nome della concordia, la ritirò, facendo esultare la maggioranza e provocando la reazione di Bixio che invitava caldamente a riprendere la discussione e a procedere senza fretta riesaminando meglio la questione.

Molti deputati di destra chiesero che venisse sospesa la discussione e a Cavour, che espresse la volontà di continuarla, seguì l'intervento deputato Ricciardi il quale riteneva prematura questa discussione sul titolo del re e propose di affrontare altri argomenti quali la situazione finanziaria e degli armamenti, rimandando il tutto a quando sarebbe sventolato sul Campidoglio il tricolore.

Dopo di lui intervenne ancora Bixio che ritornò sull'argomento invitando il governo a rivedere la questione. Poi non parlò più nessuno .

Il progetto di legge proposto dal ministero fu accolto con il grido 'viva il Re d'Italia'. Poi si passò alla votazione.

Nei giorni successivi si dovette affrontare un'altra questione di natura politica. Per dare un segnale  della  nuova situazione il conte di Cavour diede le dimissioni da primo ministro. Infatti il governo, che era incarica   da circa un anno, era composto da ministri  centro-settentrionali; dando le dimissioni il governo   dava un segnale e nella nuova composizione ministeriale si sarebbero potuti inserire anche dei meridionali. La crisi iniziò il  20 marzo  ma già il 23 era stato  formato il  nuovo governo, l'ultimo presieduto da Cavour. Cinque ministri  erano già nel governo  precedente: Cavour, Cassinis, Minghetti, Fanti, Peruzzi; poi c'erano i  nuovi ovvero Bastoni,  De Sanctis, Niutta, Natoli. Questo ministero era più italiano del precedente  essendovi rappresentate molte più regioni.

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