Manzoni e la prima guerra di indipendenza

Genera segnalibro - Condividi

È noto che Manzoni , allo scoppio della rivolta di Milano nel marzo del 1848, non scese in mezzo alle barricate. E’ pure noto come egli partecipasse in quelle giornate al sentimento di indipendenza e di unità . Meno nota è la sua difesa , in quel momento , dell’indipendenza italiana e della sua unità anche con scritti e promesse.

il particolare di una scala a chiocciola esposta alla biennale di venezia del 2008scala, particolare. Foto di Yves-Marie Hue alla biennale di Venezia del 2008

Durante le cinque giornate di Milano alcuni cittadini si recarono sotto le finestre della sua casa acclamandolo ; Manzoni si affacciò sulla piazzetta che si trovava davanti casa, con accanto due servi che reggevano i lumi e gridò Viva ! Viva l’Italia ! In mezzo alla folla si fece avanti uno dei capi e chiese a Manzoni, a nome di tutti, un inno per la liberazione dell’Italia. Il poeta , secondo alcune testimonianze , rispose che era ormai vecchio e non si sentiva più capace di scrivere versi. Promise però che avrebbe pubblicato alcune sue poesie rimaste inedite in modo che il ricavato potesse servire ad aiutare i profughi veneti . Manzoni sperò in una edizione di quattromila copie e le poesie alle quali aveva accennato erano Il proclama di Rimini e Marzo 1821 che egli consegnò alla commissione per le offerte alla causa nazionale per essere stampate dalla tipografia Redaelli. Chiedeva per sé soltanto venti copie di quella edizione .

Un’altra testimonianza, di Stefano Stampa, dimostra la stima del poeta verso l’esercito piemontese. Il figliastro racconta infatti che un ufficiale piemontese, nella prima metà del 1848, era andato a fargli visita rammaricandosi durante il colloquio che i milanesi avessero poca stima nei confronti dei piemontesi mentre l’armata piemontese era accampata al Mincio per difendere la città . Manzoni rispose che quello era un atteggiamento di pochi mentre quella divisa piemontese era preziosa per ogni italiano e a prova di ciò il poeta baciò una spallina dell’ufficiale

Ci furono però altri suoi interventi in questo momento storico . Alcuni esuli italiani a Parigi , desiderosi di rientrare in Lombardia per combattere a favore della causa nazionale , si presentarono a Lamartine, capo del governo provvisorio repubblicano francese . I vari gruppi di espatriati , dai tedeschi , ai polacchi agli italiani, speravano , dopo la rivoluzione di febbraio, che il nuovo governo francese adottasse una politica estera aggressiva nei confronti dei governi reazionari europei . Interesse invece di Lamartine era di rassicurare i governi europei che non sarebbe accaduto quello che era successo con la prima repubblica , che ormai monarchie e repubbliche potevano convivere in Europa . Contemporaneamente , sul fronte interno , egli aveva già indicato una soluzione moderata contro l’ala più radicale convincendo quest’ultima ad adottare il tricolore francese e non la bandiera rossa che si era macchiata di sangue nella precedente repubblica . Questi due fatti avevano rassicurato alcuni governi europei . Ma avevano deluso parecchi esuli .

Nell’incontro con gli espatriati italiani il poeta e politico francese non aveva infatti dimostrato alcun interesse per l’indipendenza e unità italiana ; ciò che avveniva in Italia era per Lamartine solo un movimento di libertà come stava avvenendo in altri stati in Europa. D’altra parte egli aveva , nel passato, parlato dell’Italia come di un paese di morti esprimendo giudizi negativi e aveva paragonato il presente deprimente della penisola con le glorie del passato sottolineando la miseria della attuale situazione italiana . Ora per lui esisteva solo ‘un vento sterile’ che agitava la ‘polvere del passato ‘, aveva anche parlato di ‘un ferro vile che colpiva solo nell’ombra , e che gli italiani nascevano ‘vecchi sotto un sole invecchiato’ .

Manzoni venne pregato di dare una risposta a quell’ultima provocazione di Lamartine dinanzi agli esuli italiani ; così egli gli scrisse una lettera datata 6 aprile 1848 . Questa lettera è stata pubblicata postuma da Giuseppe Massari , nel gennaio del 1883 , sul giornale Fanfulla della domenica .

Non sappiamo delle reazioni del Lamartine alla lettera . Nel mese di giugno, in seguito alla rivolta parigina , egli si sarebbe dimesso dal governo abbandonando ogni incarico.

Scrive Manzoni a Lamartine

"Mais cette diversité n’a pas por cause les besoins, les intérêts de ceux qu’on appellait les peuples d’Italie, car il n’y a pas plus de diffèrence entre l’homme des Alpe set celui de Palerie , qu’entre l’homme des bords du Rhin et celui des Pyrénées.
..............................

Quelle sera la forme défintive de cette assimilation ? Il faudrait être prophète ou insensé por oser le prédir : c’est un vœu bien vague encore et nécessairement

Vague, mais il est, grâce à Dieux, aussi général que vif et profond, et le mot que vous avez prononcé c’est son contraire.

Adieu, cher poète, car vous ne parviendrez pas à faire oublier ce titre là. Vous avez ici parmi la foule des personnes qui pensent à vous, un vieux ami, un chrétien , qui incapable par nature de se mêler activement aux grandes affaires de ce monde, a plus de temps por implorer l'assistance de Dieux sur ceux qui en sont chargés!"

Se Manzoni non era sceso in mezzo alle barricate durante le giornate della rivolta milanese aveva però lasciato che i primi due figli (Pietro e Enrico) e poi anche il più giovane Filippo vi partecipassero . A quest’ultimo aveva detto: “ va figlio mio, sta sempre al posto dove ti mettono , cerca di essere sempre tra i primi e se avrò la disgrazia di perderti , mi sarà pur di compenso il pensare che uno d’ miei figli è morto facendo il suo dovere per la patria”.

Fu proprio Filippo Manzoni che finì tra gli ostaggi austriaci . Egli si era ritrovato, forse per caso, proprio la sera del 18 marzo con molti altri milanesi nel Broletto per esser armati . All’arrivo degli austriaci , coloro che erano già armati spararono sugli austriaci. Ma l’edificio in cui si erano rifugiati gli insorti fu presto preso e i milanesi che vi si trovavano lì in parte furono fucilati e in parte furono fatti prigionieri e presi anche come ostaggi . Tra loro c’era anche Filippo Manzoni . Ad aprile fu mandato a Kufstein nel Tirolo e poi a Vienna dove rimase fino a giugno contraendo, a quanto pare, anche parecchi debiti . Alla fine fu scambiato con altri prigionieri che erano nelle mani del governo provvisorio di Milano . Rientrato a Milano si arruolò nella guardia nazionale

Ad agosto Manzoni si trasferì a Lesa sul Lago Maggiore , quindi nel territorio dello Stato di Sardegna e da lì seguiva gli avvenimenti .

Scriveva alle figlie: "qui le notizie arrivano tardi.. cosa passi nel mio core in questi momenti , lo potrete indovinare; e sarebbe cosa troppo intempestiva e senza costrutto il parlarvi delle mie inquietudini ..la fiducia nella riuscita non è , direi quasi , nemmeno scemata".

Proprio in quei giorni Carlo Alberto ordinava la capitolazione . Manzoni però continuava a sperare “ che quella ‘era una burrasca passeggera , e che i tedeschi non mettevano di certo radice un’altra volta in Italia,.…. [che] l ‘esercito che fuggiva, anche se malissimo guidato, aveva dato prove di valore impetuoso e fermo,....e la popolazione si era mostrata pronta, anzi smaniosa, di difendersi disperatamente" .

Siccome le trattative andavano per le lunghe Manzoni vedeva in ciò un buon segno : l’Austria scriveva , era per ora sì vittoriosa ma scombussolata . Erano in realtà le difficoltà interne dell’Austria, causate dalla nuova situazione politica a Vienna .

Nel mese di settembre Manzoni intervenne sulle vicende italiane attraverso un articolo Per mezzo del suo amico Gabrio Casati , futuro promotore della Legge Casati sulla scuola elementare nel regno di Sardegna , Manzoni volle pubblicare su un giornale torinese , La Concordia, un articolo. Egli però pregava Casati di non dare alcuna notizia sull’autore ; infatti solo molto più tardi, nel 1923 in occasione del cinquantenario della morte di Manzoni, si è saputo che l’autore di quell’articolo era stato proprio lui .

Egli prendeva spunto da un articolo pubblicato nello stesso giornale in data 9 settembre 1848 in cui si faceva sapere che i commercianti di Praga avevano presentato al ministero una nota in cui avevano ribadito l’importanza commerciale che Lombardia e Veneto avevano per l’Impero e quindi invitavano a non prestare attenzione a qualunque proposta di cessione di quelle province da qualunque parte fosse venuta.

L’articolo di Manzoni fu pubblicato sul giornale il 15 settembre , cioè in un momento in cui l’armistizio tra il regno di Sardegna e l’Austria aveva messo in crisi il governo presieduto dall’amico Casati costringendolo alle dimissioni. La stessa città di Milano era stata rioccupata dall’esercito austriaco .

Manzoni all’inzio dell’articolo si chiede : Cosa desiderano questi commercianti di Praga ? forse che la loro richiesta non va contro la stessa giustizia e contro i loro interessi commerciali ?

Vediamo il punto di vista della giustizia: gli abitanti di quella parte d’Italia ,che si chiama Lombardia e Veneto vogliono essere indipendenti da ogni dominio straniero . A che titolo vogliono ciò ? E’ lo stesso motivo, aggiunge Manzoni, per cui quelli che ora sono i loro padroni vogliono per se la stessa cosa , quello che vale per gli uni deve valere anche per gli altri . Altrimenti è qualcosa che va contro ogni principio di giustizia. E’ in questo modo , secondo Manzoni , che vincono gli astuti e prevale il torto:

"Purtroppo , in certi tempi, e forse in ogni tempo, certe ingiustizie paiono così naturali che né a chi ne gode, né a chi ne patisce non viene neppure in mente che debbano cessare. Ma viene un momento in cui questa o quella ingiustizia , non può più sostenersi contro la negazione di tutte le menti , contro la riprovazione di tutti gli animi , diventa odiosa e ridicola insieme, e (mi perdonino gli astuti se rimando loro la parola che adoprano come la più tremenda delle ingiurie) diventa un’utopia. Ora la dominazione austriaca in qualsiasi parte d’Italia è una di quelle ingiustizie per le quali un tal momento è venuto."

Manzoni passa poi ad analizzare la questione dal punto si vista economico

Vogliono i commercianti di Praga vendere i loro prodotti ai Lombardi e ai Veneti ? Va bene; ma come pensano che tenendo queste province unite all’’Impero con la forza questo possa essere loro utile ? Loro potranno dire : è ovvio, in questo modo i prodotti da Praga entreranno facilmente in Lombardia e nel Veneto, e non pagheremo il dazio !

Quindi questa sarebbe una situazione favorevole a loro dal punto di vista commerciale e questo li farà vincere su altri prodotti

Per Manzoni il dazio aiuta ma non è in grado di fare le cose . Bisogna individuare la causa efficiente e tra le cause efficienti del vendere ci vuole la volontà di colui che deve comprare . Che cosa indurrebbe i lombardi e i veneti a comprare quei prodotti per forza? . Non hanno ancora capito questi commercianti di Praga quali sono gli animi degli italiani ? I lombardi e i veneti lasciati liberi farebbero proprio il contrario .

Scrive Manzoni che se qualche numero del giornale riuscirà ad entrare nella parte dell’Italia dominata dagli austriaci esso farà riflettere i lombardi o i veneti su quanto avevano già pensato : non comprare neppure uno spillo che venga dagli austriaci . Quasi tutti si adeguerebbero a questo invito e quei pochi che non lo sarebbero per non essere visti come traditori si unirebbero nella protesta a tutti gli altri.

Il commercio ci guadagna quando si ha a che fare con i popoli liberi . Hanno forse dimenticato che l’Inghilterra ha guadagnato quando le colonie del Nord America sono diventate il libero paese degli Stati uniti ? Forse hanno dimenticato i consigli degli economisti Adam Smith e di J.B. Say ?

Se i commercianti di Praga preferiscono una giustizia utile a una ingiustizia dannosa spediscano al più presto , al ministro austriaco , una petizione opposta a quella indicata.

Che facciano presto , perché ci sono due pericoli : da un lato con il prolungarsi della guerrasarà utilizzato tanto denaro necessario per vendere comprare e dall’altro lato andando avanti in questo modo gli italiani potrebbero non aver più voglia nel futuro di commerciare con i loro oppressori anche quando essi non lo saranno più .

Agli inizi del nuovo anno ,1849, tutti stanno ancora sperando . Manzoni scrive alla figlia Vittoria :

"e più ancora colle elezioni le quali riescono in favore della causa italiana più di quello che si poteva immaginare . O la guerra o la mediazione o l’una e l’altra insieme , ci salveremo ..e quando costui [ l’austriaco] , sarà fuori , vedo bene che gli affari interni d’Italia , non saranno perciò accomodati né subito , né così presto. Ma siamo in rivoluzione , figliuola mia, e camminiamo per una strada spinosa di certo, ma che conduce allo scopo"

Il ministro Gioberti aveva ribadito ancora , in un discorso del 16 dicembre , i principi dell’indipendenza e dell’unità dell’Italia . Ma quel governo durò dal dicembre del ’48 e il febbraio del ’49. Il primo atto del governo era stato indire nuove elezioni .. Esse si tennero in Sardegna il 15 gennaio e il 22 nelle province continentali. Manzoni venne eletto deputato ad Arona ma vi rinunciò perché non si sentiva adatto a quel compito.

Poi fu ripresa la guerra contro l’Austria e fu un’altra sconfitta . . Gli austriaci erano ormai anche a Lesa . "In casa abbiamo due ufiziali" scrive Manzoni alla figlia Vittoria .

Una fase del Risorgimento era terminata .

vai avanti di una paginatorna indietro di una pagina
paolo guidera  |  società  |  storia  |  aggiungi un commento

Logo e suggerimenti grafici: Emilie Barret - HTML : Nino Martino - Sviluppo del sistema di gestione dei contenuti (CMS): Roberto Puzzanghera

| login