foto di Nino Martino
Nino Martino

Nino Martino

Il sogno di un'altra vita. Il solarpunk immagina quello che potrebbe essere il mondo
Il sogno di un’altra vita. Le guerre non ci sono più. La nostra vita è liberata dal bisogno, guardiamo liberi e felici la bellezza di un pappagallo colorato.

Articolo originariamente pubblicato sull’ottima rivista di fantascienza Fondazione 30.
Il movimento solarpunk, un nuovo sottogenere della fantascienza, offre possibilità di sviluppo interessanti ma vive al suo interno una profonda contraddizione. Mentre un suo filone potrebbe portare a una rivoluzione del modo di produzione basato sul profitto, un altro porta invece, paradossalmente, a sostenere l’attuale sistema funzionando come distrattore di massa e nascondendo la reale radice della catastrofe climatica.

Da dove nasce, nella narrativa di cosiddetto genere, il movimento solarpunk ?

Il mondo appare destinato a procedere velocemente verso una catastrofe, non solo climatica. Guerre, microconflitti, spartizione delle risorse a danno dei meno potenti, flussi migratori in cerca di lavoro, vita, salvezza.

A livello sovrastrutturale, che è poi quello che ci interessa in questo articolo, c’è un bombardamento mediatico continuo di tipo individualistico ed edonistico: bisogna partire dal soggetto, da se stessi, realizzarsi nella competizione, essere vincitori, dominare, piegare al proprio piacere tutto ciò che ci circonda. Questo avviene nella pubblicità, che è sempre un segno dei tempi, ma anche a livello di serie televisive, di film, di letteratura a buon mercato.

Si vendono illusioni e il rifiuto di questo mondo, di questo tipo di società,  spinge a comprarle rigenerando proprio quello che si è portati a rifiutare.

Nella narrativa di genere fantascientifico abbondano le distopie, le visoni allucinate di futuri possibili e terribili, la denuncia degli sviluppi negativi della nostra società.

Il dark impera, gli effetti splatter fanno cassetta, zombie, vampiri, catastrofi climatiche, asteroidi distruttori.

Il futuro è dipinto assai cupo.

Penso che il solarpunk nasca proprio come reazione alla distopia catastrofica e alle atmosfere dark imperanti.

Perché, è ovvio o dovrebbe esserlo, c’è comunque esigenza di futuro, di uscire da questa spirale di distruzione del pianeta e dell’ecosistema per il profitto di pochi. L’esigenza di sentirselo narrare, di leggere e chiudere il libro e poter dire: “ecco, magari si può fare, forse…”

Nel solarpunk non c’è ottimismo rose e fiori e vogliamoci tutti bene, avanti verso il sole nascente. Qualche cosa suona proprio così, evidentemente, perché è un movimento, vi possono essere diverse linee di pensiero e di azione, anche nel filone narrativo.

Esiste una linea che nell’ipotizzare un futuro veramente sostenibile, una specie umana finalmente integrata con il resto dell’ecosistema, non più dominatrice, non più devastatrice ma in simbiosi sinergica, è costretta a ipotizzare in vario modo un ribaltamento del modo di produzione, una vera e propria rivoluzione. E questa viene narrativamente declinata in varie forme.

Inevitabilmente c’è però anche altro.

Di fronte a movimenti di massa come quelli con Greta in prima fila, di fronte a un cambiamento dell’opinione pubblica in senso “ecologico” scatta un’abilità ormai molto raffinata di creare dei distrattori di massa.

Cos’è un distrattore di massa?

Faccio un esempio: organizzare scuole, bambini, insegnanti, attivisti per raccogliere sacchetti di plastica dalla spiaggia, pulirla, renderla decente.

Non è sbagliato farlo, altrimenti il distrattore di massa non funzionerebbe perché per essere efficiente deve partire da una esigenza, un bisogno reale, un’azione in sé giusta.

Ma proprio alla fine della spiaggia c’è una delle raffinerie più importanti italiane. E vicino alla raffineria, assurdamente attaccato alla raffineria, c’è un paese e in questo paese c’è statisticamente un sensibile aumento di tumori anche infantili (sto citando un caso reale).

Il vero inquinamento non è dato dai sacchetti di plastica o dalla sporcizia della spiaggia, ma è tutto quello di tossico che viene sparato nell’aria. Un vero, micidiale inquinamento che ha il vantaggio di non essere immediatamente visibile.

La lotta all’inquinamento fatta mobilitando masse di giovani e volenterosi a pulire le spiagge non è sbagliata. Solo che il vero obiettivo è altrove e se l’azione si ferma a questa pulizia il gioco è fatto. Tutti si sentono soddisfatti, contenti, collettivamente esaltati, giustamente entusiasti. E tutto viene condito da una rete di parole (a volte da un estremismo parolaio) che parla di educazione del giovane, di elevare coscienze, di partire da loro per convincere i proprietari della raffineria a rinunciare al proprio profitto.

Ma il vero obiettivo non si può, non si deve toccare. Rimane nascosto, altrove, praticamente irraggiungibile.

Siamo di fronte a un distrattore di massa, tra l’altro efficace.

Un possibile sviluppo del solarpunk, una delle molte linee di sviluppo: un anticapitalismo (sic) generico e di facciata, una ribellione indirizzata verso cose secondarie per evitare che si prenda coscienza e si centri il bersaglio. Nella letteratura finora prodotta accanto a opere molto interessanti, che magari affrontano singoli problemi proponendo narrativamente soluzioni positive e di speranza, vi sono opere ideologicamente segnate che di fatto non possono proporre soluzioni globali al problema, ma solo per piccole comunità, o addirittura si presentano divisive e di fatto contrarie al presupposto spirito solarpunk.

Il vero problema è che siamo sette miliardi, e siamo in crescita. E una parte consistente di questi sette miliardi lotta per la sopravvivenza quotidiana per garantire le comodità e il profitto della restante umanità.

Transizione ecologica, ok. Il problema è realizzarla sul serio (a parte la guerra). Bisognerebbe risolvere il problema energetico di sette miliardi di persone, non il problema di piccole comunità.

Basta fare un giro in rete digitando nei motori di ricerca “ecovillaggi” per trovare comunità assolutamente green che vivono a contatto con la natura e con il sole, che coltivano il necessario e sono autosufficienti.

Loro si sentono realizzati, una sorta di avanguardia anticapitalista realizzata. Niente di male. Buon per loro.

Ma tutti gli altri?

Qui scatta non dico un distrattore di massa ma un’ideologia per lo meno maliziosa.

Parti da te stesso per cambiare il mondo.

Parti dal cambiare il piccolo per cambiare il mondo.

Dovremmo accettare il fatto che ciò non ha MAI storicamente funzionato. È un’idea che viene mediaticamente diffusa e sostenuta da chi ha interesse a mantenere il potere e lo stato attuale delle cose.

Il solarpunk tra rivoluzione e conservazione, appunto.

Il fabbisogno energetico è semplicemente mostruoso e DEVE crescere. Perché nella stessa maniera DEVE crescere il famoso PIL..

È bello e ecologicamente ottimo avere un palazzo le cui pareti sono ricoperte di piante o di fiori, o mettere delle case sugli alberi, sentire il cinguettio degli uccellini al mattino al sorgere del sole. Può essere questa la vera soluzione del problema?

Foto dell’autore, Madrid, un bosco verticale, vicino alla Fundación Caja

Quattro miliardi di case sugli alberi (ho tenuto conto delle famiglie…)? Oppure qualche miliardo di palazzi ecosostenibili?

Il problema non è cambiare stile di vita di piccoli assembramenti o collettività umane. Così si va comunque alla catastrofe climatica e all’estinzione della specie, perché il nodo vero mi sembra essere il modo di produzione, basato sul profitto di ora e subito e di più ancora di più. Che è poi quello che NON si deve assolutamente toccare.

Molta narrativa solarpunk che ho letto propone spiragli, speranze, motivi di lotta e di unione di risorse umane. Fa intravvedere che le cose sono veramente complicate, che bisogna andare al cuore del problema.

Altra parte propone soluzioni in piccola scala, eludendo quello che credo sia il vero nodo.

Intendiamoci, il mio consumo di carne è quasi zero, preferisco prodotti a chilometri zero, non spreco energia, non lascio rifiuti in giro, sto bene attento all’ambiente e ho piantato un paio di alberi rigogliosi nel mio giardino. Ma non credo, così, con il mio gesto solitario, di aver risolto qualche cosa.

Giusto ma se tutti facessero così, non si risolverebbe, eh? “.

Bene, andate a dirlo voi a chi sta sfruttando il lavoro dei bambini neri che scavano il cobalto e il litio nelle miniere per le batterie dei vostri bene amati cellulari e auto elettriche? Provate.

Bambini che scavano il cobalto e il litio nelle miniere africane, tra l’altro con l’evidente recupero di antiche tradizioni, come la pala e il picco invece degli inquinanti escavatori rumorosi violentatori della terra

Esiste poi un’altra linea di sviluppo che è quella di creare una forte opinione contro la scienza. Sarebbe stato lo sviluppo della scienza e dell’atteggiamento scientifico a portarci verso la catastrofe.

Qui è la solita confusione – maliziosamente voluta? – fra scienza e tecnologia e di nuovo siamo in presenza di una linea di tendenza fortemente conservatrice.

La soluzione diventa allora una deriva vitalistica e antropomorfizzante nei confronti della natura e lo sviluppo di un pensiero magico, recuperando vecchie tradizioni. Lo sciamano che ritorna al potere diventa la figura portante per la transizione ecologica.

Chi ha il potere sul modello di sviluppo economico attuale è ben contento che si sviluppi questo filone. Infatti possiede la tecnologia, che è quello che gli interessa, e nello stesso tempo in questo modo crea ostacoli ai gruppi di scienziati che da tempo si sono collettivamente uniti (al di là di colore, di provenienza, ecc) nella ricerca e nella denuncia a proposito del cambiamento climatico, a proposito dell’inquinamento, a proposito di questa follia sucida.

È la scienza che potrebbe aiutare a risolvere il grosso problema, ma, ovviamente, non da sola.

Ed è la tecnologia che è attualmente asservita al potere economico e al mercato.

Con questo non voglio dire che non bisogna sognare di una vita diversa, di un’economia diversa, di una solidarietà collettiva diversa. Il valore positivo dell’utopia è ben noto ed è altrettanto ben temuto.

Mille idee, mille filoni, una narrativa che si intreccia con la società e il suo sviluppo. Vicoli ciechi e vicoli aperti.

Qual è la la coscienza che si vuole sviluppare?

Il solarpunk può narrativamente essere dirompente rispetto al sistema oppure servire come un altro distrattore di massa perché le cose non cambino.

chi fosse interessato ad avere il numero 30 di Fondazione, può chiederlo scrivendo all’indirizzo fondazionesf@gmail.com

Nota
Questo articolo non vuole essere un saggio e, quindi,non utilizza né citazioni né esemplificazioni. Presenta semplicemente alcune riflessioni e suggestioni personali sul solarpunk e sulle contraddizioni di alcune linee di sviluppo della cultura contemporanea.
Nei link che seguono, citati in ordine sparso, si può consultare una parte del materiale che ho visionato e che è alla base di questo scritto

https://it.wikipedia.org/wiki/Solarpunk
https://www.pulplibri.it/che-cose-il-solarpunk-immaginare-un-futuro-dopo-lantropocene/
https://www.appropedia.org/Solarpunk
https://it.frwiki.wiki/wiki/Solarpunk
https://it.frwiki.wiki/wiki/%C3%89covillage
https://aesthetics.fandom.com/wiki/Solarpunk
https://solarpunk.it/
https://best-sci-fi-books.com/16-best-solarpunk-books/


chi fosse interessato ad avere il numero 30 di Fondazione, può chiederlo scrivendo all’indirizzo fondazionesf@gmail.com


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *