L’accecante ambiguità del senso di identità

Un lupo rosso lotta con un lupo giallo in un bellissimo ruscello di montagna. Immagine realizzata con una IA.
foto di Nino Martino
Nino Martino

Il senso d’identità è una vecchia storia delle società umane. È vero, nella cultura ci sono stati Giulietta e Romeo, West Side Story e altro ancora, ma ora pare assistere a un fiero revival del sentimento di appartenenza. Appartenenza a che cosa? Non ha importanza, l’importante è appartenere

I due branchi di lupi, fieri della propria identità selvaggià stanno per attaccarsi. Assolutamente identici, si distinguono solo per il pallino dipinto sulla pelliccia. Quelli con il pallino rosso e quelli con il pallino giallo. Chi glielo ha dipinto, marchiandoli? Non se ne curano. L’importante è il senso di appartenenza e lottare fino in fondo per quello. (immagine realizzata con una IA)

Cronaca. sono avvenuti fieri e acerrimi scontri tra i tifosi della Paganese e della Casertana: un bus in fiamme, un palazzo messo a rischio con pericolo per gli abitanti (per altro abitanti di Pagani, quindi ci sta pure…), interventi di carabinieri, vigili del fuoco. la Paganese e la Casertana sono due squadre di calcio di serie D.
Si è alzato un coro di altrettanto fiere condanne e saranno presi provvedimenti. Provvedimenti assai severi. L’appello morale contro la violenza è vibrato, unanime, appassionato.
È il primo episodio del genere? No. Anche negli altri casi è stata lanciata l’unanime condanna? Sì. I provvedimenti e gli appelli morali sono serviti a non far più scontrare fisicamente le tifoserie? NO.
Cosa c’è che non funziona negli alti appelli morali, nella condanna unanime, cosa c’è alla radice di tutto questo?

Perché il problema non è quello che è successo, ma la radice, la causa.

Se il mio tetto perde acqua è inutile metterci una bacinella sotto e sperare che quindi la prossima pioggia non mi allagherà il salotto buono (per chi ce l’ha, il salotto buono).

Devo intervenire alla radice, devo riparare il buco del tetto.

Ma riparare il tetto impedirà la prossima volta di vedere la meravigliosa cascatella di acqua, il suo frantumarsi in volo in gocce scintillanti nella luce della lampada del salotto. Non ci sarà più l’argentino rumore del gocciolio, così riposante, naturale. Non potrò più sentirmi partecipe di un fenomeno così bello, così mitico nella sua spontaneità. E io sono per la natura. Anche per la spontaneità ritmica e la sua musica. No, il tetto non lo riparerò mai e continuerò a metterci la bacinella. magari posso anche trovare una bacinella artistica di qualche artigiano della zona, in maiolica pregiata. 

È bellissimo riempire  e svuotare una bacinella pregiata, creata con il recupero di antichi saperi artigianali.

Basta così. Veniamo al sodo.
Il fatto è che le due tifoserie ci hanno creduto. Ci hanno creduto veramente.

Tutto, nella società umana in cui vivono, dice loro che ciò che fanno è sacrosanto e giusto. C’è un grande revival del senso di appartenenza e di identità.
Il senso di identità va recuperato, ha un valore estremamente positivo, dicono tutti. E se lo dicono tutti allora sarà sicuramente vero.
Un po’ come la storia della parola “riforme”. Sembra che la riforma abbia un valore positivo in sé. Dicono che bisogna fare “le riforme”. Giusto, applauso, unanimità. Mica siamo conservatori, bisogna cambiare, cioè riformare.

Ah, già, anche il cambiamento sembra essere un valore positivo in sé. Non vorrai mica essere contro il cambiamento? Se sei contro il cambiamento sei un conservatore, rigido, statico. Devi essere sempre per il cambiamento, perché il cambiamento è sempre positivo.

Per esempio alzare il tetto dell’età pensionabile a 90 anni, levare le tasse a chi ha di più perché tanto ci sono gli stipendi fissi che non scappano. Sono cambiamenti, sono riforme e quindi di per sé giuste, positive.

Per non parlare del continuo richiamo alla rivalorizzazioni delle antiche tradizioni. Le tradizioni sono anche loro di per sé positive. Sicuri sicuri? Anche le infibulazioni? Anche il bullismo goliardico? Anche il burka? Ah, queste non c’entrano, vero. Invece di storicizzare le buone, vecchie tradizioni e relegarle a studi sociologici  bisogna esaltarle, magnificarle, evitare che si possa rompere la loro prigione.

Oppure esaltarle per cambiarne la natura. Faccio un esempio: negli anni 70 , nelle feste popolari dei paesi dell’interno della Sardegna la gente ballava il ballo sardo. TUTTA la piazza ballava, in sincronia, braccetto braccetto. Era un grande momento di unità, di vera fierezza. Anni 2000 e passa. Nelle stesse feste popolari il ballo sardo viene principalmente ballato su un palco da un gruppo folkloristico. E nessuno balla più in piazza (o quasi), I turisti invece applaudono e prendono scatti, selfie, video.

Anche il concetto di unità è giusto e positivo. Positivo in sé, non andiamo a vedere con chi ci si deve unire.

Ora queste parole, questi concetti rispondono a una esigenza profonda e sincera, un bisogno certo e positivo. Si sente per esempio l’esigenza di unirsi. È un istinto, quello del branco, che ha portato nei millenni lo sviluppo profondo della società, in positivo. Senza di quello saremmo ancora tra i dirupi e le caverne a lottare individualmente contro il Cosmo intero, per sopravvivere.

La magia dei media è quello di far presa su esigenze reali, umane, profonde, positive. Si prende un’esigenza giusta e la si rovescia. È il trucco dell’imbonitore di turno che per fare il suo mestiere non deve essere stupido, tutt’altro. Deve illudere e per illudere deve partire dai desideri, dai sogni, dai bisogni e sviarli astutamente verso la vendita dei suoi prodotti. Una vera arte dell’inganno.

Ultimo esempio di rovesciamento a partire da un bisogno: la stabilità. Chi di noi non è d’accordo con la stabilità? Tutti desideriamo una vita stabile, sicura, tranquilla.

Quindi, per esempio, la dittatura in quanto assolutamente stabile, forzatamente stabile, è il suo massimo, viene meravigliosamente incontro ai nostri bisogni. Come dite? La democrazia? Eh, guardate che la democrazia è confronto e scontro continuo tra diverse ipotesi e idee. Non è che sia il massimo della stabilità (salvo sostituirla con una sua finzione, con una sua recitazione, sì, ci sono diversi modi di farlo ma non voglio addentrarmi troppo…).

Assistiamo oggi a un revival del valore positivo dell’identità. E anche qui si parte da una cosa giusta. Perché annientare le popolazioni indigene dell’Amazzonia per poter abbattere le foreste in nome del profitto e degli interessi di pochi – per esempio?
È chiaro che le popolazioni indigene dell’Amazzonia sono esseri umani, con la loro società, i loro valori, le loro regole. Rispettiamo la loro identità, deve essere rispettata e non cancellata con quello che in ultima analisi risulta essere un genocidio.
Questo significa condannarle, per rispetto della loro identità, a non evolversi mai, a lottare ogni giorno per sfamarsi, per resistere a ogni tipo di pericolo? O non piuttosto nell’impedire il genocidio, ma aiutarle a godere di benefici e possibilità di sviluppo secondo il proprio modo?

Il mondo va verso la globalità. Ogni cosa diventa sempre più interconnessa con ogni altra cosa. Questo per qualcuno rappresenta un pericolo, perché c’è un eccessivo scambio di idee, di confronti di bisogni, di sogni.

E allora vai con l’esaltazione dell’identità, dell’appartenenza a una etnia, gruppo, tifoseria.

Si parte da qui e poi si va avanti. C’è l’identità del Nord e del Sud. Poi nel Nord c’è il Nord che è più nord e il Nord che è decisamente meno nord – sto parlando adesso dell’Italia. E nel nord nord ci sono città, e nelle città ci sono quartieri e nei quartieri ci sono condominii e nei condominii ci sono famiglie e nelle famiglie ci sono giovani e vecchi e … e poi ci sono i casi di schizofrenia (of course).

Non c’è fine alla possibilità di suddivisione nel senso di appartenenza. Identificarsi con un gruppo, è cosa Santa e Giusta a Prescindere.

Tutto ciò ci viene detto e martellato nei media, nei film, nei luoghi comuni e nella loro valorizzazione contro la cultura che è sempre fastidiosa quando è tale, nella pubblicità, nei prodotti commerciali e nelle loro etichette. Compra xxx per appartenere orgogliosamente a tutti quelli che possiedono un xxx.

E il gioco è fatto. Diventa impossibile nella realtà un vero cambiamento positivo di questa società, che si avvia velocemente verso il baratro. Perché per cambiare bisognerebbe, appunto andare alla radice, colpire gli interessi dei pochi contro gli interessi dei molti, trasformare il modo di produzione ecc,. ecc.

E che? Volete dunque fare una rivoluzione? No. E dunque…

…E dunque quei tifosi ci hanno creduto, ci hanno creduto veramente all’ossessiva ripetizione del mantra identitario e di appartenenza.

Sono convinto che tutt’oggi credono di essere nel giusto, pronti a subire sanzioni e qualunque punizione, pronti a ripetere lo scontro e la lotta. In una Lotta Santa non si bada a niente. È giusto lottare fino in fondo per un’idea giusta, tutta la storia ce lo insegna. E tutto in questa società allo sbando dice che l’identità, l’identificarsi in un gruppo contro altri gruppi, è Giusta.

Divide et impera.

L’accecante ambiguità del senso di identità.


Postscriptum
C’è una qualche speranza di uscirne? Rileggendo l’articolo sembra non essercene, tanto è l’abilità degli imbonitori nel rovesciamento della realtà a partire dai bisogni.
Eppure io penso che una possibilità ci sia: la critica serrata a tutti i meccanismi di mantenimento di questa società. Si sono perse negli ultimi anni le armi della critica a causa della demolizione sistematica della cultura e nella sua sostituzione con una recitazione assai falsa e sviante di essa. La ripresa dello studio, il recuperare il vero senso della critica come motore di progresso e rottura della cappa di piombo dei media. Ecco, forse è questo il modo. Magari inizialmente, nel clima attuale, impopolare, eppure in definitiva unica via. I concetti di critica e di cultura critica non sono mai invecchiati, retrò, archeologici. Chi lo dice sono gli imbonitori e chi pensa di avere da loro le briciole.

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