Dai camini sottomarini di Panarea ai siti sommersi di Lipari: geologia, archeologia e ipotesi sulle tracce di Atlantide.

Nei fondali delle Eolie, il vulcanismo incontra forse le tracce di antichi insediamenti e le scoperte possono offrire nuovi elementi per leggere le trasformazioni dell’arcipelago.
Da Panarea a Santorini, l’articolo ripercorre le ipotesi sulla mitica Atlantide: un viaggio fra indizi archeologici, catastrofi naturali e il fascino persistente del racconto di Platone.
N.d.R. Atlantide, la grande civiltà scomparsa, è rivendicata un po’ dappertutto, all’interno del mediterraneo. In Sardegna, per esempio, si parla di un enorme maremoto che cancellò Atlantide. Ma anche nella zona di Santorini e di Creta Minoica, nel golfo di Corinto, a Cadice, in Mauritania, nelle Azorre,, a Cipro. Uscendo dal Mediterraneo, c’è la Svezia che rivendicava Atlantide, e poi Bahamas, Cuba, triangolo delle Bermude, e ancora Indonesia, India, Antartide, Finlandia meridionale. Il fascino di una grande civiltà perduta per sempre, misteriosa, in se stessa e nella sua ubicazione. In questo bell’articolo di Pino La Greca, viene esaminata a fondo la sua possibile locazione nelle Isole Eolie, una zona vulcanica ancora attiva, con dati, ricerche, bibliografia.
Per curiosità cito le fonti da cui è partito tutto, di Platone:
Crizia 104b-105a:«Questa era la situazione di quella potenza potente… e la città degli Ateniesi fu testimone di una guerra grande e straordinaria contro tutti quelli fuori dello stretto delle Colonne di Eracle. […] Fu dunque questa la forza atlantica che combatté contro di noi.» … al 113a : «La città principale era situata […] nella parte pianeggiante della regione, verso sud, protetta dai monti a nord… Di fronte alla città vi era il mare, profondo e sicuro.»
Non rimane, dunque, che leggersi questo godibilissimo articolo di PIno La Greca… con la sua ampia bibliografia.
E’ stato chiamato Smoking Land, il sito idrotermale, con oltre 200 camini vulcanici, scoperto nel fondale marino tra l’isola di Panarea e il vicino isolotto di Basiluzzo, da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Ismar-Cnr), Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), in collaborazione con la Marina Militare, Università di Messina e di Genova e l’Istituto per l’ambiente marino costiero (Iamc-Cnr). “Lo Smoking Land“, afferma Federico Spagnoli, dell’Ismar-Cnr, “è costituito da decine di strutture a forma di cono, composte soprattutto da ossidi di ferro, che presentano un’altezza variabile da 1 a 4 metri e una base con diametro medio di circa 3.8 metri. Alcune di queste bocche emettono fluidi acidi, ricchi di gas, in prevalenza anidride carbonica“. Una struttura così estesa e complessa non trova eguali in Mediterraneo ma solo in alcune aree oceanichei.
A questa scoperta hanno fatto seguito, nel corso del 2026, altre due che ampliano le conoscenze sul sistema idrotermale sottomarino dell’arcipelago eoliano e apreno nuove prospettive per la ricerca, il monitoraggio vulcanico e lo studio degli ecosistemi profondi. Un grande cratere sottomarino, con dimensioni di circa 100 × 60 metri, e nuovi camini di origine idrotermale sono stati scoperti sul fondale marino a circa un miglio dall’isola di Panarea, a una profondità compresa tra 60 e 80 metri. La scoperta è il risultato di uno studio coordinato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in collaborazione con la Stazione Zoologica Anton Dohrn (SZN), in particolare il Sicily Marine Centre e il Calabria Marine Centre – (CRIMAC).
Dal punto di vista geologico-strutturale, la nuova area si colloca lungo la direttrice tettonica orientata nord-est/sud-ovest, già nota nella letteratura scientifica, che collega l’isola di Panarea all’isolotto di Basiluzzo.
La seconda scoperta è relativa alla individuazione di Siti archeologici risalenti alla Prima Età del Bronzo che si trovano, oggi, tra 20 e 42 metri di profondità al largo di Lipari, dove l’isola si sarebbe abbassata a una velocità media di 7,9 millimetri all’anno negli ultimi 3.900 anni. La scoperta è frutto di uno studio multidisciplinare coordinato da Marco Anzidei, dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, INGV, pubblicato sulla rivista Quaternary International. La ricerca ricostruisce l’evoluzione del paesaggio costiero dell’isola e il ruolo combinato delle variazioni del livello marino, dei movimenti verticali del terreno e dell’erosione nella sommersione di siti archeologici e storici. Il lavoro è stato realizzato da un gruppo internazionale che comprende ricercatori dell’INGV, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, CNR, della Sapienza Università di Roma, dell’Università di Bologna, del LESIA – Observatoire de Paris in Francia e del Radboud Radio Lab nei Paesi Bassi, insieme agli archeologi della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e alla Henry M. Jackson Foundation for the Advancement of Military Medicine negli Stati Uniti. La ricerca nasce in particolare dalle intuizioni dell’archeologo Sebastiano Tusa, già assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana e docente universitario, morto nel 2019 in un incidente aereo, al quale lo studio è dedicato. Lipari, la maggiore delle Isole Eolie, presenta una storia di insediamenti umani documentata da numerosi siti archeologici sia sulla terraferma sia sott’acqua. La complessa evoluzione geologica, tettonica e vulcanica dell’isola ha però modificato profondamente la posizione della costa nel corso dei millenni. “Per comprendere le cause della loro rapida sommersione è stato condotto uno studio multidisciplinare attraverso misure geodetiche GNSS, rilievi batimetrici ad altissima risoluzione, rilievi sismici, indagini archeologiche subacquee, dati topografici storici e ricostruzione delle variazioni del livello del mare”, spiega Anzidei. Il fenomeno, iniziato almeno dalla Prima Età del Bronzo, secondo i ricercatori è ancora in corso. La ricostruzione mostra come il paesaggio costiero e sottomarino di Lipari sia cambiato sensibilmente nell’arco di circa quattro millenni. La posizione attuale dei reperti non può essere spiegata esclusivamente dall’aumento del livello del mare: alla trasformazione della costa hanno contribuito anche i movimenti verticali dell’isola e i processi erosivi.
I fenomeni vulcanici hanno sempre caratterizzato le isole Eolie, autori antichi e moderni hanno immaginato, fantasticato, studiato le ipotesi più disparate, oggi parleremo di una di queste ipotesi: Atlantide nelle Eolie.
Il primo autore che parla dell’Atlantide nelle Eolie è Winfried Huf, un astrologo e programmatore di computer trentino. Nel 1989 Huf teorizzò sul suo sito web che il centro di Atlantide si trovava nelle isole Eolie. Egli sosteneva, inoltre, che l’impero di Atlantide era esteso su cinque aree principali; Le isole Eolie, l’Italia continentale, Malta, il sud est della Libia (Syrtis Major e Fezzan). Huf teorizzò, infine, che lo Stretto di Messina era le Colonne d’Ercole citate da Platone.

Cinque anni dopo a parlare della localizzazione nelle Eolie di Atlantide è il russo Viaceslav Jurikovii. I giornali italiani diedero risalto alla teoria dello scienziato sovietico. “La Stampa” del 27 febbraio 1994, sotto il titolo: “Scoperta” russa – Atlantide era alle Eolie, scrive: Uno scienziato russo, Viaceslav Jurikov, ha pubblicato a Mosca uno studio, secondo il quale il regno di Atlantide sarebbe esistito realmente, non nell’Oceano, ma nelle isole Eolie. Lo studioso afferma che nei fondali tra Salina, Vulcano e Lipari, a 177 metri di profondità, vi è una piattaforma lunga 12 chilometri e larga 8. Sarebbe stata l’isola in questione, che si sarebbe inabissata per una grande eruzione vulcanica. Il cataclisma non sarebbe stato improvviso, come narra Platone, ma avrebbe dato agli abitanti il tempo di salvarsi. La tesi sarebbe confortata dal fatto che il mito di Atlantide nascerebbe dall’eruzione che migliaia di anni fa distrusse un’isola greca. [Agi].
Più ampio l’articolo pubblicato sull’Unità dal corrispondenza da Mosca, Sergio Sergi, con il titolo: Atlantide? È nelle Eolie. (…) Atlantide era a due passi da noi in Italia. L’isola misteriosa di Platone, emersa e poi inghiottita con tutti i suoi misteri, non si trovava al di là delle colonne d’Ercole nell’Atlantico. Era proprio vicina, italianissima, anzi sicilianissima. A quindici chilometri ad ovest dello stretto di Messina, nel Tirreno, proprio accanto alle isole Eolie. La tesi di uno studioso russo, Viaceslav Jurikov, apparsa ieri sul giornale della capitale “Moskovskij Komsomoletz” può essere una come tante, un racconto fantastico che aumenta la mole della leggenda attorno alla grande terra di cui mai si e trovata traccia. E tuttavia, come far finta di niente? Come non restare affascinati dal ragionamento che vuole Atlantide a non oltre quindici chilometri da Capo Peloro? Laddove, secondo Jurikov, ad una profondità di 177 metri si trova una grande distesa subacquea di forma rettangolar-rotonda, delle dimensioni di dodici chilometri per otto. È proprio lì sotto che giace la mitica Atlantide, un vulcano spento e sprofondato nel Tirreno, cugino di Salina, Lipari e Vulcano, le eoliane a forma di tridente se si immaginano, per un momento, non più circondate dalle acque ma svettanti con le loro montagnole coniche poco distanti dalle coste messinesi. Non ha dubbi lo studioso russo il cui racconto si vuol prendere per buono. Che mostra di sapere di Platone alla perfezione, che cita il filosofo e che, però, arriva a conclusioni opposte. Gli atlantidi non vissero in pieno Atlantico, come lo stesso nome dell’oceano potrebbe far credere. Stavano, invece, in pieno Mediterraneo, quando a quei tempi molto probabilmente la Sicilia era attaccata alla Libia e quando, in seguito ad un grande sconvolgimento le acque tornarono a sommergere le terre. Questioni di parecchi millenni fa. Gli atlantidi, in tempo per accorgersi del fenomeno, scelsero i luoghi dove terminare il loro esodo di massa prima che l’imbuto della terra-vulcano tornasse a riempiersi d’acqua per scomparire, ma non già, dunque dal giorno alla sera, in un attimo, come disse Platone. Ebbero il tempo di guardare alle steppe della costa settentrionale del Mar Nero insomma, l’Ucraina di oggi. E lì andarono a stabilirsi.
La tesi di Jurikov non poteva, evidentemente, non rivelare un “interesse in atti di ufficio”. Ma tant’è. Altrimenti chiede il nostro, come spiegare che il tridente, proprio il forchettone che è rappresentato dalle isole eoliane, a poche miglia da Atlantide, e che deve essere ben rimasto impresso ai fuggiaschi inseguiti dal diluvio, sia comparso nello stemma della nazione? L’unico popolo, gli ucraini, ad avere un tridente come simbolo. Il simbolo di Poseidone. Furono gli atlantidi a volerlo nel ricordo dei vecchi luoghi ed anche di un Mediterraneo a due livelli, con la porzione orientale che era una sorta di baia rispetto a quella occidentale dove cadevano più precipitazioni. Anche perché la Sicilia, a quanto pare, faceva un po’ da saracinesca con gli stretti di Messina a nord e di Tunisi che erano davvero delle porticine che impedivano l’osmosi tra le due parti del bacino. La teoria di Jurikov venne ripresa anche dal settimanale Panorama.
Le tesi di Huf e Jurikov sono credibili? Per verificare tali ipotesi dobbiamo tornare indietro sino alla fine della glaciazione di Wurm, quindi, diecimila anni fa. C’è una sostanziale differenza tra le ipotesi e le ricerche scientifiche, Jurikov parla di un piano a -177 metri di profondità, mentre tutti gli studi scientifici legati al livello del mare nel Mediterraneo parlano di un massimo di -130. Abbiamo quindi una differenza di quasi cinquanta metri. A sostegno della tesi possiamo citare le numerose testimonianze storiche sulla nascita e la scomparsa di isole nei pressi delle Eolie, quale l’isola di Vulcanello. Forse ci troviamo di fronte ad un caso simile all’isola Ferdinandea? Ma nel tratto di mare tra Capo Peloro e le Eolie, non c’è alcun apparato vulcanico sottomarino ma una profonda fossa abissale superiore ai mille e cinquecento metri. L’unico apparato vulcanico di grandi dimensioni nell’area indica da Jurikov è quello dal quale sorge l’isola di Panarea e gli isolotti vicini. Apparato vulcanico che, come abbiamo visto, qualche anno fa ha dato segnali di attività con la degassificazione nei pressi degli isolotti di Lisca Bianca e Bottaro, ed oggi sede della smoking Land. Era questa l’Atlantide ipotizzata da Jurikov?

Le isole Eolie non sono le sole isole individuate nel Mediterraneo quale sede della mitica Atlantide. L’altro arcipelago fortemente indiziato è quello di Santorini. È collocato nel Mar Egeo, nella parte più meridionale delle isole Cicladi, circa 120 km a nord di Creta, oltre che alla bellezza del paesaggio, deve la sua fama mondiale al suo vulcano, sede di una devastante eruzione verificatasi verso la fine dell’Età del Bronzo. Oggi sussistono pochi dubbi sul fatto che l’eruzione determinò la fine della civiltà minoica per la civiltà in auge in quel periodo nell’Egeo.
L’eruzione – Una ricerca geologica compiuta tra i ghiacci della Groenlandia ha permesso di determinare l’anno in cui avvenne l’ultima, catastrofica eruzione del vulcano dell’isola di Santorini, una delle più grandi esplosioni vulcaniche note in tempi storici e che causò la scomparsa della civiltà minoica: l’anno è il 1623 avanti Cristo. Si è stabilita con precisione tale data, sino ad oggi conosciuta con l’approssimazione di un secolo, estraendo una lunga “carota” di ghiaccio dal ghiacciaio che ricopre gran parte della Groenlandia.
La fase critica – Ad un certo punto, probabilmente da alcune fratture createsi nel cono (forse a seguito di frane), l’acqua marina entra in contatto col magma e l’attività diventa freatomagmatica ed esplosiva, con lo sviluppo di flussi turbolenti, detti anche “nubi ardenti”, composti generalmente da gas e particelle solide (ceneri e pomici) di varie dimensioni. Nell’ultima fase, proprio come nel Vesuvio del 79, la parte sommitale del vulcano collassa e crolla su sé stessa, sviluppando una caldera: l’eruzione continua, con altri flussi meno potenti. Alla fine l’eruzione, la cui durata è stimata in circa quattro giorni, termina, lasciando il paesaggio irriconoscibile e devastato, con il mare al posto della precedente isola vulcanica. Recenti studi portano a ritenere possibile che il materiale eruttato complessivamente sia di circa 60 kmc: ciò fa di questa eruzione la seconda più vasta di tutti i tempi dopo quella del Tambora (circa 100 kmc)iii.
Lo tsunami – Un gruppo di scienziati scandinavi, greci, turchi e italiani (Università di Bologna), guidati da Gerassimos Papadopulos, dell’Osservatorio Nazionale di Atene, hanno trovato sulle coste della Turchia, non lontano dalla città di Dalaman, uno strato di sedimenti lasciati da uno tsunami e sopra a questo uno straterello di cenere. Gli scienziati sono convinti che sia la traccia materiale delle grandi ondate di maremoto che devastarono le coste del Mediterraneo in seguito all’ esplosione del vulcano di Thera. Quello che accadde è stato ricostruito grazie agli scavi delle antiche città sepolte sotto la cenere di Thera e per dare un’idea delle dimensioni della catastrofe gli scienziati fanno riferimento all’esplosione del Krakatoa (Indonesia), nel 1883. Ecco il confronto. Il Krakatoa lanciò una colonna di cenere infuocata all’altezza di 50 chilometri e scagliò massi fino a una distanza di 80 chilometri. Lo strato di ceneri depositate nelle isole vicine raggiunse i 30 centimetri. Quando l’eruzione si esaurì il cono vulcanico collassò creando un cratere sottomarino profondo 180 metri. L’esplosione originò una serie di tsunami che uccisero 36 mila persone. La successione degli eventi fu la stessa, ma la violenza del vulcano di Thera fu di gran lunga superiore. Dopo l’esplosione, l’antico abitato venne sepolto sotto 30 metri di ceneri e il vulcano collassò creando un cratere sottomarino profondo 360 metri. Ondate alte 30 metri raggiunsero le coste di Creta, della Turchia, dopo devastarono il delta del Nilo, in Egitto, e il porto della città di Ugarit, in Siria e le coste israeliane, distanti più di mille chilometri da Thera. Non sappiamo a che distanza venne udita l’esplosione e fin dove venne percepito il boato. Sappiamo però che il Krakatoa fece tremare le abitazioni a 800 chilometri di distanza e il boato venne udito a 3.000 chilometri: cifre che possono essere decuplicate per farsi un’idea di quello che accadde quel giorno di primavera di 3640 anni fa. Gli uomini dell’antichità ne furono così sconvolti che preferirono trasformarlo in un mito: quello di Atlantide, che venne inghiottita dal mare con tutte le sue meraviglie.
Tuttavia l’aspetto più interessante risiede a sud, in particolare nell’isola di Creta, distante circa 120 km da Santorini, dove l’onda di tsunami, viaggiando ad una velocità di circa 500 km/h, sarebbe giunta nel giro di 25-30 minuti, con un’altezza di 10-12 metri, colpendo (in modo differenziato a seconda della morfologia dei fondali) l’intera costa settentrionale. Molte evidenze, archeologiche e geologiche, portano a ritenere l’evento ormai assodato così come appare confermata l’ipotesi che l’economia della civiltà minoica, allora fiorente a Creta e nell’intero Egeo, abbia subito dal cataclisma un colpo praticamente mortale, vedendo distrutta gran parte della sua potente flotta navale e danneggiata sensibilmente l’agricoltura. Proprio per questo si parla di tsunami minoico.
Convinti che un avvenimento così devastante come l’esplosione del vulcano di Thera dovesse aver lasciato tracce nella memoria e nell’anima dei Greci, molti autori, come Marinatos, il primo scavatore di Akrotiri, hanno ritenuto di poter collegare il mito di Atlantide col ricordo della civiltà protostorica di Thera. È accaduto forse che, nel narrare questa storia, il grande filosofo ateniese si sia intenzionalmente ispirato a varie tradizioni orali che si riferivano alla catastrofe e si erano tramandate nel mondo egeo per secoli e secoli. Marinatos ammise che vi fosse nel mito di Atlantide un nucleo di verità. Secondo lui, i sacerdoti egizi che prospettarono a Solone la storia e la fine di Atlantide, si riferivano indirettamente all’eruzione di Thera della tarda età del Bronzo. Così, la vasta e definitiva distruzione della potente flotta minoica, provocata da violenti maremoti, si ripercosse in una brusca cessazione dei contatti tra il mondo minoico e l’Egitto. Inoltre la notizia dell’inghiottimento in mare di un’intera isola dovette di sicuro raggiungere molto velocemente l’Egitto. Dunque, secondo M., non fu difficile che gli Egizi confondessero Creta con Thera, immaginando che la civiltà sommersa non fosse altro che quella della grande isola (Creta) con cui essi avevano improvvisamente perso i contatti.
John V. Luce (21/5/1920 – 11/02/2011), professore di discipline classiche al Trinity College di Dublino, con il suo libro “La fine di Atlantide” ha rafforzato l’ipotesi cretese dell’Atlantide correggendo varie discrepanze tra la loro teoria e alcuni elementi descrittivi di Platone. Anche A. G. Galanopulos nel suo volume Atlantis, approfondisce l’ipotesi di Marinatos. Più recentemente Jeremy Feldman nel suo “Atlantide, il continente perduto: storia o Leggenda?” scrive: “Per un’intera civiltà che fino ad allora aveva dominato in tutto il Mediterraneo venne inesorabile il giorno del giudizio. Ma la memoria di questo regno glorioso e raffinato non scomparve, resistette durante i secoli attraverso i miti e le leggende che tutti noi conosciamo: il Minotauro, Re Minosse, Teseo e i suoi Argonauti, Atlantide. La scomparsa di questo regno mitico e favoloso dunque rappresenta, da un punto di vista storico, la fine del dominio minoico nel mondo Egeo e Mediterraneo. La Grecia classica era senza dubbio troppo giovane per ricordare tutto quello che era successo a Creta, anche se nella coscienza collettiva ellenica si formarono in maniera autonoma una serie di miti che tramandarono il ricordo di quei tempi perduti. Furono gli antichi scribi egizi, custodi di un sapere infinitamente più antico, a registrare con calma e pazienza quell’avvenimento. Quando Platone dunque viene a conoscenza del leggendario racconto di Atlantide non riesce a collegarlo ai miti greci che avevano trasfigurato l’antica civiltà minoica, e quindi colloca questa favolosa isola in un tempo e in uno spazio mitici”.

Le prove a favore dell’Atlantide-Santorini escludono l’ipotesi alternativa Atlantide-Eolie; non del tutto.
I due arcipelaghi, tremila e seicento anni fa, erano molto più interconnessi di quando non lo siano oggi. La prova di questi collegamenti? Uno dei dipinti murali trovati a Thera. Sopra la parete sud della casa Occidentale si trovava l’affresco “Il ritorno della flotta“: il tema principale è una flottiglia in viaggio da un porto di città verso un altro porto. Nel corso degli anni successivi al rinvenimento diverse sono state le ipotesi sulla città dipinta, alcuni autori arrivano a scrivere che si trattava proprio della perduta città di Atlantide, ma è semplicemente Lipari in epoca minoica.


È la sola prova dei rapporti strettissimi fra le Lipari e la civiltà minoica? No. L’influenza micenea si sostituì rapidamente a quella minoica nel Mediterraneo orientale e si estese verso l’Italia, anzitutto verso le isole Eolie. Nel Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas” di Palermo si conserva un sigillo di tipo minoico-miceneo in diaspro rosso, acquistato a Lipari dal Salinas nel 1901. La presenza di un sigillo miceneo non sorprende nella Lipari dell’età del bronzo: grazie in primo luogo alle ricerche condotte da L. Bernabò Brea è infatti ben noto come Lipari e le isole Eolie in genere fossero inserite nella rete di traffici che legavano l’Egeo all’Occidente Mediterraneo. Dato il forte carattere individuale del sigillo, la sua probabile presenza a Lipari nella tarda età del bronzo implicherebbe infatti quella di almeno un individuo di cultura egea o fortemente permeato dalla cultura micenea, contribuendo a proporre per l’isola delle Eolie una collocazione nell’inner border (secondo la terminologia di Feuer) del mondo miceneo.
La presenza, inoltre, della tholos termale di San Calogero ispirata a prototipi micenei, pone il tema dei rapporti fra Lipari ed Egeo su un piano differenze e più complesso di quello documentato dalla semplice importazione di ceramica e statuette. Su questa base è forse da chiedersi se, nella Lipari dell’età del bronzo, fosse presente un gruppo di popolazione con un sistema di costumi e credenze comuni a quelle dell’Egeo meridionale.
Tutte queste prove ci conducono ad affermare che se Santorini era Atlantide, le isole Eolie erano una delle loro colonie e/o alleate più importanti nel Mediterraneo Occidentale, oltre le Colonne d’Ercole.
Decine di autori hanno scritto dell’Atlantide nel Mediterraneo, di volta in volta la grande isola descritta da Platone è sparita per un cataclisma non ben identificato o ancora da individuare; un megatsunami con onde altre più di trecento metri; la caduta di un meteorite nel Mediterraneo occidentale; un abbassamento del livello del mare nel mediterraneo orientale ben oltre i dati provenienti dallo studio della glaciazione di Wurm e la creazione di un doppio mare; le possibili tracce della città ad una profondità abissale, oltre i 1.500 metri, difficilmente raggiungibile.
Tutte le ipotesi, tuttavia, non reggono e/o non coincidono con i tempi documentati dai recenti studi sul Mediterraneo. Di tutte le soluzioni perché Santorini? Perché “Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”.
Bibliografia
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Catalogo degli tsunami italiani a cura dell’INGV, Roma. www.pi.ingv.it/Focus/tsumani.html
L. Bernabò-Brea, M. Cavalier, F. Villard, “Meligunis Lipara” vol. IX, pag.19-20, Regione Siciliana, Assessorato ai Beni culturali e Ambientali e della P.I.;1998.
Nicola Cucuzza, Un sigillo miceneo da Lipari? in SMEA 48 (2006) P. 73-88.
Fantini, Monesi, Piazzini, La Terra e il paesaggio, dinamiche della geosfera. Italo Bovolenta Editore, 2012
Carlo Gallavotti, Il Cataclisma di Thera nei poemi omerici, in note omeriche e micenee,
Guido Ventura (Ingv) Cosa (non) sappiamo del vulcano Marsili? INGV
A. Musco e P.l Devins, Argimusco decoded: antiche conoscenze mediche e alchemiche svelano il mistero sulla realizzazione del più grande sito di statue megalitiche al mondo”, edizione Paul Devins, 2004.
Alessandra Carboni, Corriere della Sera, 10 dicembre 2009.
Augusto Biancotti, Le metamorfosi della terra. Come acqua, aria e fuoco plasmano il volto del nostro pianeta. Giunti Gruppo Editoriale, Firenze.
Valeria Ghelli, Argo. Storia di un percorso iniziatico, Hermes Edizioni, Roma, 1996.
John V. Luce, La fine di Atlantide, Newton Compton editori, 1976
Voyager – anno IV, numero 4, aprile 2015, In cerca di Atlantide.
Lucia Vagnetti. I Micenei in Occidente. Dati acquisiti e prospettive future. In: Modes de contacts et processus de transformation dans les sociétés anciennes. Actes du colloque de Cortone (24-30 mai 1981) Rome: École Française de Rome, 1983. pp. 165-185. (Publications de l’École française de Rome, 67); http://www.persee.fr/doc/efr_0000-0000_1983_act_67_1_2458
Giuseppe Tedesco, Introduzione allo studio dei terremoti, Alpha Test s.r.l. 2005, Milano.
Jeremy Feldman, “Atlantide, il continente perduto: storia o Leggenda?”, Le case books, 2011.
Angelos Georgiou Galanopulos “Atlantis, the truth behind the legend, Nelson, 1969.
i La scoperta, frutto di un’intuizione di Giovanni Bortoluzzi (oceanografo Ismar-Cnr, recentemente scomparso), nasce a seguito di una serie di indagini dell’Ingv volte a capire la natura di una improvvisa e forte attività esalativa che nel novembre 2002 ha iniziato a manifestarsi copiosamente tra gli isolotti di Panarea. Da quel momento, numerose sono state le campagne oceanografiche a bordo delle navi Astrea dell’Ispra ed Urania del Cnr e di unità della Marina Militare, per studiare l’area interessata e individuare altre zone di degassamento. “Fino a quando nel 2015, durante una di queste campagne alle Isole Eolie, a bordo della nave Astrea“, spiega Teresa Romeo, primo ricercatore dell’Ispra, “il Rov (Remotely operated underwater vehicle un robot filoguidato dotato di una videocamera, una fotocamera e un braccetto meccanico) non ha individuato, in una zona del fondale a sud di Basiluzzo poi chiamata Smoking Land, numerosi camini fortemente colonizzati da alghe e organismi bentonici, alcuni dei quali con evidenti fuoriuscite di fluidi idrotermali e bolle di gas“.
ii Un certo numero di scrittori italiani hanno citato Viaceslav Jurikov (o Vyacheslav Jurikov); ma al di fuori di queste fonti non sono riuscito a individuare altre notizie su questo scienziato.
iii “Un cataclisma del genere, un’eruzione vulcanica di tale violenza – spiega l’archeologo David Rohl – è come l’estinzione dei dinosauri. Un evento così drammatico deve essere stato ricordato in qualche modo. E la sola testimonianza che ritroviamo nella tradizione orale è il mito di Atlantide”. Nel 1973 la geologa americana Dorothy Vitaliano confermò che la topografia di Atlantide narrata da Platone si adattava a quella che doveva essere Thera. La distruzione dell’isola, importante base navale dell’impero minoico, e i conseguenti tsunami avrebbero fatto scomparire quella civiltà e il suo potere nel Mediterraneo.

