Ovvero lo strano caso di “Arnaud/Marguerite Malaure“

L’ERMAFRODITO… ovvero Lo strano caso di “Arnaud/Marguerite Malaure”
L’ermafrodito, simbolo di dannazione e di perfetta completezza di esistenza allo stesso tempo, è un fantasma culturale che attraversa tutto il mondo. La sua figura si trova, fra cronaca e fantasia, a tutte le latitudini. Nell’interpretazione della Genesi data dal Midrash Rabba, l’androgino è l’essere originariamente creato: «Dio creò l’umanità a sua immagine, ad immagine di Dio egli la creò; maschio e femmina egli la creò». Anche nello Zohar, il Libro dello Splendore, il testo cabalistico più misterioso, si dice che «ogni anima e ogni spirito, prima di penetrare in questo mondo, sono composti da un maschio ed una femmina uniti in un solo essere».
Le divinità egiziane, prima di quelle greche ed ebraiche, furono ermafrodite: lo è Hapi, il dio del Nilo, l’altra è Mut, la Grande Madre, dotata insieme di organi sessuali maschili e femminili. Queste due divinità rinviano al primordiale dio solare Atum che crea la prima coppia della cosiddetta Grande Enneade, Nut e Geb, cielo e terra. Il mito narra che se ne stavano sempre uniti e impedivano alla vita di germogliare, così Atum ordinò di dividerli.

Secoli dopo, Platone, nel Convivio, fa sostenere a Fedro che Eros: «È annoverato tra i più antichi dei, e questo è un onore. Di questa antichità abbiamo una prova: Eros non ha né padre né madre, e nessuno, né in poesia né in prosa, glielo ha mai attribuito». E dunque anche lui è androgino e, come il Dio della Bibbia, crea una razza di creature a lui pari che poi, per volere di Zeus, padre-padrone degli dei e degli uomini, saranno ridotti ai due generi così come li conosciamo. Secondo il poeta latino Ovidio, Ermafrodito, figlio di Ermes e della dea dell’amore Afrodite, era un ragazzo straordinariamente bello che fu reso androgino in seguito all’unione con una ninfa.
La vicenda di Ermafrodito ha inizio proprio a causa di una travolgente passione amorosa. La ninfa Salmace si innamorò del giovane al punto tale da implorare gli dei di legarla per sempre a lui, senza che vi fosse possibilità di essere mai separati: fu così che i due vennero fusi in un unico corpo, metà maschio e metà femmina.

Nel taoismo il Tao, la Via, è essa stessa bisessuata. Anche qui sarà la sua divisione in maschile e femminile a produrre l’ingannevole opposizione tra noi ed il Mondo.
Śiva o Shiva è chiamato, e spesso identificato, con innumerevoli appellativi o epiteti che si riferiscono ai suoi attributi e proprietà. Nello Śiva Puraṇa sono elencati 1008 nomi. Nel nostro caso il termine utilizzato è ardhanārīśvara, il Signore metà donna. In Cina ed in Giappone Bodhisattva – termine che designa «colui che è illuminazione» – viene raffigurato sia in vesti femminili sia in vesti maschili. Avalokiteśvara è il maschio, Kwan Yin è la femmina. Anche Dante, infine, utilizza il termine (Purg. XXVI, 82: Nostro peccato fu ermafrodito) nel significato di eterosessuale, per qualificare il peccato della seconda schiera di lussuriosi incontrata nel 7° girone del Purgatorio, distinti dalla schiera dei sodomiti, il cui peccato era invece stato omosessuale.
Il caso Arnaud/Marguerite Malaure
Il caso venne presentato da François Gayot de Pitaval, un celebre giurista francese, nel 6° volume delle “Causes célèbres et intéressantes, avec les jugements qui les ont décidées”, pubblicato nel 1750. L’autore pubblica per intero la supplica rivolta al Re Sole, che narra per esteso i fatti.
Marguerite Malaure nasce nel 1665 in un villaggio della Guyenne, perde i genitori appena venuta al mondo e viene fatta allevare dal parroco che l’ha battezzata. «Ma – come si legge nella supplica al Re – per negligenza della nutrice, o per debolezza di costituzione, o per qualche sforzo eccessivo essa si è ritrovata con un’ernia considerevole, chiamata in medicina prolapsus uteri».
Scrive la donna nella sua supplica al Re: «La supplicante non ricorda di essere stata in un’altra condizione, lei ci era abituata, nessuno si era preso cura di curarla nella sua infanzia, credeva che tutte le donne fossero allo stesso modo; il che dimostra che lei aveva abbastanza modestia, da essere vista solo in uno stato decente, anche da persone del suo sesso».

Nel 1686, all’età di ventun anni, mentre è a servizio presso una nobildonna di Tolosa, si ammala e viene ricoverata all’Hôtel-Dieu della città. Qui il suo disturbo viene notato casualmente da un medico il quale, non avendo alcuna esperienza di casi analoghi, ne viene ingannato e ritiene la giovane un ermafrodita. Da questo errore deriverà a Marguerite una lunga sequela di vicissitudini, che la porteranno a dover subire per lunghi anni, in tutta la loro violenza, i meccanismi costrittivi incrociati dell’istituzione medica e delle autorità civili ed ecclesiastiche.
L’inesperto medico dà infatti grande pubblicità alla sua pretesa scoperta: vengono consultati i Vicari Generali della diocesi e la giovane, che sembra presentare più accentuati caratteri maschili che femminili, è costretta a indossare abiti da uomo. Ecco come fu narrato il caso di Marguerite al Re: «Fece un gran clamore questa scoperta: inutilmente la curiosità del Pubblico si eccitò, ma ella non volle mai soddisfarla a spese del proprio pudore; lungi dall’offrirsi in spettacolo come le persone che girano il mondo e che chiamano Ermafroditi, ella si mostrò solo a quelli che furono nominati dai Magistrati. Era questo pudore, più naturale al suo che a quello in cui la si voleva, a insegnarle, come per un istinto segreto, che era una donna».
Bordeaux
Non tollerando questa imposizione, [elle porta cet habit avec une extrême répugnance] che sente come lesiva della sua identità sessuale, Marguerite si trasferisce a Bordeaux, riprende il suo abbigliamento femminile e si mette di nuovo a servizio presso una famiglia aristocratica. Nel 1691 viene però riconosciuta come la persona che i Vicari Generali di Tolosa avevano costretto qualche anno prima a indossare abiti maschili. I padroni la licenziano e le autorità di polizia di Bordeaux, con un provvedimento di espulsione, le ordinano di tornare nella città di provenienza, dove viene incarcerata per essere stata sorpresa in abiti femminili. Subisce un processo, e il 21 luglio dello stesso anno i Capitoli di Tolosa emanano una sentenza che costituisce la ratifica formale dell’errore medico di cui Marguerite è stata vittima nel 1686: da quel momento «si chiamerà Arnaud Malaure e andrà vestita da uomo, con divieto di prendere nome e abito da donna, pena la fustigazione».
Vagabondaggio
Sprovvista di ogni mezzo di sostentamento, non conoscendo alcun mestiere che convenisse a un uomo, Marguerite/Arnaud si dà al vagabondaggio ed è costretta a vivere di elemosine.
«Ella non ha conoscenza di alcun mestiere, e l’orrore dello stato di Ermafrodita che le era stato attribuito non le consentiva di lavorare come domestica. Era obbligata a vagare da una città all’altra: ma aveva sempre in mente il suo sesso, ed era persuasa che la modestia fosse l’ornamento più bello …»
La giovane non può fare a meno di vedersi attraverso lo sguardo dell’Altro e la particolare percezione che si ha di lei, indotta dell’iniquo e minaccioso intervento esercitato sulla sua persona dalle istituzioni, più facilmente attratte, complice l’ignoranza, dal fascino del mitico e del mostruoso, che non dalla piatta banalità di un approfondito accertamento medico.
«Dopo questa sentenza, Marguerite venne in Parigi in abito da uomo, e credeva ella stessa di essere Ermafrodito; ella asseriva aver le parti naturali dei due sessi, e di essere in istato di servirsi delle une e delle altre. Si procedeva nelle assemblee pubbliche e specialmente dei medici e dei chirurghi, lasciandosi esaminare, mercé piccola gratificazione, da quelli che ne avevano la curiosità. – Fra quei curiosi che l’esaminavano, ve ne furono senza dubbio molti i quali, mancando di lumi sufficienti onde ben giudicare il suo stato, si lasciarono strascinare nell’opinione più comune ch’ella loro inspirava, cioè di riguardarla come un Ermafrodito. Vi furono anzi medici e chirurgi di gran nome, i quali assicurarono altamente di essere ella veramente tale, quale si diceva essere, e giustificarono con i loro certificati, che si può avere acquistata molta riputazione in medicina ed in chirurgia, senz’aver un gran fondo di cognizione solide e di vera capacità – Infine, il Saviard (Barthélémy Saviard, 1565-1702) trovandosi quasi il solo uomo dell’arte che fosse incredulo, condiscese alle vive sollecitazioni che gli fecero i suoi colleghi di esaminare questo prodigio in loro presenza: ei non l’ebbe sì tosto veduto, che dichiarò loro che quel giovane aveva un’allentatura, e la guarì perfettamente. In tal modo l’enigma inesplicabile d’ermafrodito in quel soggetto, si trovò evidentemente sciolto».
Nella capitale, finalmente, la reale natura del suo disturbo viene riconosciuta, e un facile intervento chirurgico risolve infine il suo problema. Ma solo sul piano medico, s’intende, perché su quello del diritto, civile e canonico, le sue vicissitudini sono ancora lungi dal concludersi.
Il disagio psicologico che le procura il suo travestimento è facilmente intuibile quando si immagini come venisse percepito il contrasto tra la sua figura, i suoi atteggiamenti e il suo comportamento femminile e l’apparenza esteriore, mortificata dagli abiti maschili; e quale occasione continua di situazioni equivoche e imbarazzanti dovesse costituire il suo aspetto e la sua fama di androgina nell’ambiente di marginali che era costretta a frequentare.
supplica al re sole
«La supplicante ha avuto sempre la taglia, il viso, le inclinazioni e i disturbi propri delle donne, anche se in verità era sfigurata dalla malformazione sopraggiunta nella sua persona, che ha dato motivo di farla ritenere un uomo. […] era da compiangere estremamente: incerta lei stessa del suo stato, era presa dagli altri per una di quelle chimere, a cui le favole hanno dato il nome di ermafrodita».
L’ordinanza che la condanna ad essere, suo malgrado, un uomo è, nonostante l’intervento parigino, ancora valida e per interporre appello presso il Parlamento di Tolosa, naturale sede giurisdizionale, la donna, ormai anche anatomicamente “normale”, dovrà recarsi in abiti maschili, ritrovandosi così in una impasse paralizzante: non può comparire a Tolosa in abiti femminili, senza correre il rischio di subire la punizione infamante della fustigazione; d’altra parte non può più riprendere gli abiti maschili senza offendere le convenienze del proprio sesso, contravvenire alle disposizioni di polizia e incorrere nelle censure della Chiesa. «Inoltre – come osserva la supplica – la sua modestia verrebbe ulteriormente mortificata da un ulteriore esame del suo corpo, ed essa sarebbe tanto meno risparmiata dai medici di Tolosa, in quanto a esaminarla sarebbero gli stessi che l’hanno vista la prima volta, i quali la tratterebbero con ostilità, anche a rischio della sua persona, come colei che è stata la causa, benché innocente, della scoperta della loro mancanza di esperienza».
Questi timori convincono la donna, che si trova nella necessità di dover dichiarare il proprio sesso, ad affidarsi alla tutela di un avvocato, il quale rivolge a Luigi XIV la supplica che ha consentito di ricostruire questo caso. In essa si chiede che il sovrano, la cui autorità «è al di sopra delle procedure inutili», avochi a sé la questione e revochi l’ordinanza di Tolosa del 1691 (in quanto frutto di errore di fatto), ordinando «che siano restituiti civilmente alla supplicante il sesso che la natura le ha dato,il nome che le è stato imposto al fonte battesimale, e il vestito che le leggi civili e canoniche le fanno obbligo di portare, che sono le tre cose al mondo di cui meno possiamo essere privati».
conclusione: La sua supplica venne accolta. Il Re nominò una commissione alla quale attribuì il potere di giudicare la questione. La Commissione nominò due medici e due chirurghi per visitare Marguerite e poi riferire; dopo il controllo le conclusioni erano ovvie e scontate. Ella poté così, una volta riconosciuto il suo vero sesso e riacquistato il suo primo nome, indossare di nuovo gli agognati, e per lei più convenienti, abiti femminili. Si impiegò come apprendista in un laboratorio di sartoria ma, abituata a una vita errabonda e, a modo suo, libera, scoprì ben presto tutto il peso della sua nuova condizione di donna. Abbandonò dopo qualche tempo il lavoro e di lei non si seppe più nulla.
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