Efesto, il dio dei robot

Pino La Greca
Talos e gli argonauti
Talos e gli argonauti

“Le tre leggi della robotica sono state inventate da Isaac Asimov nel corso
degli anni Quaranta del Novecento ed hanno caratterizzato la sua
grandissima produzione letteraria. Anche se Asimov non era il primo a
scrivente di Robot da quel momento quasi tutti gli autori si ispirarono a
lui ed alle sue leggi per i loro racconti con la presenza degli androidi.”

Ma chi ha inventato i robot? Se stiamo alla mitologia greca il padre degli
androidi è stato Efesto.

«Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.

Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengono alla Prima Legge.

Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.»

Le tre leggi della robotica sono state inventate da Isaac Asimov nel corso degli anni Quaranta del Novecento ed hanno caratterizzato la sua grandissima produzione letteraria. Anche se Asimov non era il primo a scrivente di Robot da quel momento quasi tutti gli autori si ispirarono a lui ed alle sue leggi per i loro racconti con la presenza degli androidi.

Ma chi ha inventato i robot? Se stiamo alla mitologia greca il padre degli androidi è stato Efesto.

Nella vecchia moneta da 50 lire è rappresentato il dio Efesto greco ovvero il dio romano Vulcano
Efesto, o Vulcano

Il dio fabbro è ricordato come l’artigiano che plasma insoliti esseri dotati di vita, che, una volta, usciti dalla sua officina, entrano negli intrecci narrativi per ricoprire ruoli disparati: già a partire dai poemi
omerici i racconti del mito innestano nella trama di vicende eroiche o divine, o nella descrizione di scenari o ambienti fantastici.

*Talos*, il gigante di bronzo è il protagonista di un intero episodio del IV libro delle Argonautiche di Apollonio Rodio; era un dono fatto a re Minosse dal dio.

Talos e gli argonauti
Talos e gli argonauti

Efesto aveva forgiato il gigante bronzeo per destinarlo ad una sorveglianza continua dell’isola di Creta, e la sua grandezza era giustificata dal fatto che doveva perlustrare l’intera isola ogni giorno per tre volte; la potenza delle braccia, invece, serviva a scagliare massi per colpire a distanza le navi nemiche.

I racconti ispirati al mito di Talos non lo descrivono come una statua semovente, ma egli si presenta di fatto come tale; viene istruito a ripetere senza fine la sua sequenza di azioni sempre uguali, protegge con i gesti e i mezzi che ha a disposizione un territorio, ma si rivela vulnerabile e indifesa dinanzi ad un attacco che non prevede l’opposizione di forze fisiche in uno scontro diretto. Egli esegue degli ordini, e tuttavia non viene mai specificato nei testi quali siano le sue facoltà, non viene confrontato a creature o a uomini reali, viventi; se ne evidenzia quasi sempre la forza, il movimento incessante, e il fatto che pur essendo di bronzo egli è “*animato*”.

*Le Ancelle d’oro – *La più antica presenza delle ancelle ci arriva dall’Iliade, nell’episodio che racconta la visita di Teti al palazzo sottomarino del dio, dove si trova la sua fucina. Carite ha appena invitato Teti a sedersi su un trono d’argento, mentre Efesto, scostatosi dall’incudine, si asciuga il viso ed il torace con una spugna; il dio indossa una tunica, aiutato nel suo passo zoppicante da alcune *ancelle d’oro*, che lo sorreggono, si fa incontro alla dea, siede sul trono
splendente e le parla, prendendole la mano. Questo, dunque, il compito delle fanciulle d’oro: “*Due ancelle si affaticavano a sostenere il loro signore, auree, simili a fanciulle vive; avevano mente nel petto e avevano voce e forza, ed erano istruire nelle opere dagli dei immortali; esse si
affannavano a sorreggere il padrone*”.

Il passo omerico induce subito a due ordini di osservazioni: anzitutto l’evidenziazione del legame intimo tra intelletto, forza vitale e voce, quali elementi distintivi di un essere vivente. Le ancelle d’oro, in seconda istanza, sono istruite dagli dei immortali, cioè sanno come comportarsi grazie all’intervento degli dei; ciò presuppone, da parte loro, una capacità di apprendimento, nonché una predisposizione ad eseguire le mansioni a cui sono via via destinate.

*Le sirene d’oro – *Secondo Pindaro a Delfi, prima del tempio in pietra, ne fossero stati costruiti altri tre: una capanna di rami di alloro; uno di cera d’api e piume d’uccello che poteva volare e che lo fece, scomparendo nella mitica, lontana terra degli Iperborei; un terzo di bronzo costruito da Atena ed Efesto sul cui fronte cantavano le *Keledones*, sei cantatrici (e incantatrici) d’oro. statue viventi di splendide fanciulle dai tratti di uccello.

*I cani da guardia – *“*Come fulgore di sole o di luna, così era l’alta dimora del generoso Alcinoo. Correvano ai lati muri di bronzo, dalla soglia fino all’interno, con un fregio di pietra azzurra  all’intorno. Porte dorate chiudevano, dentro, la casa ben costruita. D’argento erano gli stipiti,
sulla soglia di bronzo, d’argento l’architrave al di sopra, d’oro l’anello della porta. Cani d’oro e d’argento stavano, all’uno e all’altro lato: li fabbricò l’arte ingegnosa di Efesto, perché fossero di guardia alla reggia del grande Alcinoo, immortali e sempre giovani*”.

Così si presenta agli occhi di Odisseo la dimora di Alcinoo: in uno splendore ed una magnificenza irreali, cani d’oro e d’argento sono posti a guardia dell’entrata nella reggia. Nulla di più viene detto, molto probabilmente si trattava di statue in metallo ed il riferimento ad Efesto è  unzionale al fine di accentuare la meraviglia della loro fattura. Altri sono i cani costruiti da Efesto, perché gli dei possano utilizzarli come custodi. Il più celebre è il cane di Zeus, il cane d’oro uscito dalla fucina del dio del fuoco e posto da Rea a guardia della capra nutrice del Cronide. Una volta divenuto adulto il dio rese immortale la capra tramutandola in una costellazione, e consacrò il cane alla guardia del santuario, a lui dedicato, a Creta. In quanto opere di Efesto, i cani di Alcinoo sono dotati, genericamente, di una qualche eccezionalità, e non è possibile rintracciare nelle parole di Omero.

*I tori – *È di nuovo ad Apollonio Rodio che facciamo riferimento. Il poeta descrive l’arrivo degli Argonauti nel palazzo di Eeta in Colchide e lo stupore degli eroi dinanzi all’imponente struttura architettonica; ma soprattutto per le quattro fontane perenni opera del dio Efesto, che stanno
presso la soglia, dalle quali sgorgano fluidi differenti: latte, vino, olio e acqua (ora calda ora gelida). Ma un altro dono ha lavorato il dio per Eeta: “*tori dai piedi di bronzo, e con le bocche di bronzo da cui soffiano un fuoco terribile*”.

Quando Giasone è costretto da Eeta ad aggiogare i tori per ottenere il vello d’oro, essi sono descritti come animali mostruosi e indomabili. Escono all’improvviso da una grotta sotterranea, la loro stalla, sono avvolti da fumo fuligginoso e spirano fiamme di fuoco: “*Come i mantici di
cuoio talora soffiano nei crogioli forati, e ne divampa la fiamma tremenda, talora smettono il soffio, e si leva un boato, allorché il fuoco si slancia dal fondo; così muggivano i tori soffiando dalla bocca la rapida fiamma*”.

colchis bull di Bryan Wynia
colchis bull di Bryan Wynia

Sebbene non sia detto esplicitamente gli zoccoli e il muso di bronzo suggeriscono che tutto il corpo dell’animale sia di metallo, e in esso si generi la fiamma che emanano, del resto i tori vengono propriamente forgiati da Efesto, e non si può dunque escludere che, per analogia con
tutte le altre sue creature, essi siamo interamente di materiale bronzeo.
Segno palese della loro origine è anche la maniera in cui se ne rappresenta la furia: il fiato ardente, la fuliggine, le fiamme provocate da mantici nella fucina del fabbro, gli scoppi del fuoco, divengono ora i muggiti di queste bestie. Esse hanno quindi assimilato nella propria natura e nel
proprio comportamento la veemenza e l’energia che li ha prodotti: la loro vitalità riflette il lavorio violento a cui il metallo è stato sottoposto perché essi fossero creati. I tori, omaggio di gratitudine da parte del dio, pascolano nella piana di Ares ed Eeta li aggioga tutti i giorni (probabilmente per arare) ma non risulta che abbiano un ruolo diverso in seno alla reggia: certamente non sono dei guardiani, ma mantengono le caratteristiche straordinarie di tutti gli esseri che escono dalla fucina di Efesto.

Le creature animate da Efesto nascono come statue fuse dal dio, ma egli vi “*mette l’anima*” le risveglia e le fa vivere, conferisce loro alcune delle facoltà che posseggono i mortali e che divengono del tutto naturali in corpi di metallo. Tutte queste creature hanno un’anima non solo perché si muovono ma anche e soprattutto perché adempiono un compito, perché assicurano lo
svolgersi di una funzione. Senza eccezione, sono tutti sottoposti ad un padrone, tutto eseguono un ordine prestabilito, e sono chiamati a servire, seppure in modi e con finalità diverse. Alle ancelle del fabbro divino questo ruolo è attribuito in modo evidente: esse assistono chi le ha create come delle serve mortali. A partire da Talos, sentinella di un’intera isola, per arrivare ai cani del re dei Feaci, passando per il cane di Zeus e di Europa, insolite guardie del corpo, i compiti sono sempre i medesimi: custodire e proteggere. La vista e il movimento sono i mezzi di cui queste sentinelle si avvalgono, i comportamenti sono del tutto modellati su quelli dei loro prototipi umani e animali.

Gli animali e le altre creature di Efesto non sono solo copie fedeli di originali; sono degli «strumenti» vivi, destinati alla sorveglianza e al servizio, attività che essi dovrebbero compiere in modo impeccabile. E dal momento che sono creati come congegni perfetti e sono di metallo, essi sfuggono a tutti i limiti propri dei mortali.

Sono eterni, non hanno bisogno di mangiare né di dormire, non invecchiano, sebbene dotati di anima non possiedono una volontà e pertanto non sono pericolosi, non possono ribellarsi e agire di loro autonoma iniziativa. In questo senso essi «superano» per un verso la vita (dal momento che non ne conoscono i limiti e le debolezze), e dall’altro però non ne prendono il
posto, in quanto di fatto non vivono compiutamente; hanno energia, ma non volontà autonoma, hanno attitudini e doti che servono ad un fine preciso, creature-ricettacolo in cui vengono infuse solo quelle caratteristiche utili alla loro funzione, e affinché tali virtù eminentemente pratiche si
manifestino al sommo grado di efficienza e perfezione.

Efesto infonde l’animazione, una capacità di movimento autonomo, a manufatti che non l’avrebbero, ma non è artefice di vita, non crea veri e propri esseri viventi. Gli oggetti che escono dalle sue mani sono destinati fin dall’origine a servire, a essere prima d’ogni altra cosa, schiavi.
Proprio in questo consiste dunque il sistema coerente del mondo che ruota attorno ad Efesto: gli oggetti automatici e gli esseri viventi di metallo sono due forme equivalenti di strumenti  estinati ad obbedire, a prestar servizio.

*Il culto – *Nella Lipari cnidia (580 A.c.) troviamo istituiti fin dal momento della fondazione i culti di Eolo e di Efesto. La principale divinità era *Efesto, *a lui era sacra la vicina isola di Hiera (Vulcano), la sua officina, allora in piena attività e che la rendeva inabitabile. È evidente che una divinità dei vulcani, assimilabile ad Efesto, sia sempre stata venerata nelle isole Eolie, fin da quando gli uomini vi si sono per la prima volta stanziati, sia stata anzi la principale divinità delle isole Eolie. Nelle isole essa poteva rivelarsi in tutta la sua forza distruttrice durante i parossismi dei due vulcani attivi, ma si presentava anche come una divinità salutare a causa delle virtù terapeutiche di quelle sorgenti termali e di quelle zone calde fumaroliche che con queste forze endogene sono strettamente connesse. Il dio fabbro proteggeva e curava con le sorgenti termali di acqua calda che faceva sgorgare dal sottosuolo.
Numerose erano le sue sorgenti. Efesto era il protettore delle arti e dell’industria metallurgica, egli aveva inventato e insegnato all’uomo la lavorazione del metallo, proteggeva e tutelava tutti gli operai che nel loro lavoro utilizzavano il fuoco.

moneta della Lipara greca con Profilo di Efesto
moneta della Lipara greca con profilo di Efesto

In quanto al *santuario di Efesto* non è ipotesi inverosimile supporre che esso si trovasse proprio là dove è l’attuale cattedrale, nel punto centrale dell’acropoli. Ed è probabile che questo antico tempio in età tardo-romana sia stato trasformato in cattedrale cristiana, o che almeno una cattedrale cristiana sia stata ricostruita sulle rovine di esso dopo il terremoto del 365 d.C., al tempo degli imperatori Valentiniano I e Valente.

Le Efestie o Lampaforie o Lampadedromie, si celebravano ad agosto, e duravano otto giorni. Durante le feste si svolgeva una corsa di giovani con fiaccole accese nella quale riusciva vincitore chi conservava più a lungo accesa la fiamma. La corsa con le torce era una manifestazione a carattere culturale, prima che sportivo, il suo significato rituale consisteva nel trasporto del fuoco sacro da un altare a un altro.


*Bibliografia*

Esiodo, *Teogonia*,

Omero, *Iliade*

Omero, *Odissea*

Apollonio Rodio, Argonautiche,

Carmine Rapisarda – *Inessa Etna Paternò e il tempio di Efesto*, Edizione
dell’autore, Catania 2012

Luciano De Crescenzo, *I grandi miti greci*, Mondadori, Milano,

Monica Pugliara, *il mirabile e l’artificio, creature animate e semoventi
nel mito e nella tecnica degli antichi, *“L’Erma” di Bretschneider, Roma
2003

Eva Cantarella – Luciana Jacobelli, *Pompei è viva*, Universale Economica
Feltrinelli, Milano, 2014

A. Morelli, *Dei e miti, enciclopedia di mitologia universale*, Fratelli
Melita, Milano, 1987

Per approfondimenti: R. Graves, *I miti greci*.


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