

C’è tutta una girandola di definizioni: realismo magico, weird, fantastico puro, letteratura dell’immaginario… Che senso possiamo dare a queste etichette? Ci stiamo dentro, ci aiutano a definirci, oppure ci stiamo scomodi? E perché, pur essendo scrittori di fantascienza, scriviamo anche nel fantastico?

G: Dunque, Nino, vorrei fare il punto con te, perché tutt’e due ci siamo trovati a bazzicare nel campo del fantastico, pur essendo soprattutto autori di fantascienza. C’è tutta una girandola di definizioni: realismo magico, weird, fantastico puro, letteratura dell’immaginario… Che senso possiamo dare a queste etichette? Ci stiamo dentro, ci aiutano a definirci, oppure ci stiamo scomodi?
N: Vero, siamo soprattutto scrittori di fantascienza. O per lo meno io sono partito pubblicando fantascienza. Sulle etichette: Fantascienza? Cos’è la fantascienza? E giù disquisizioni, sottili analisi, ricostruzioni storiche. Lo cito sempre: una volta chiesero al premio Nobel Feynman “che cos’è la fisica?” e lui rispose “quella cosa che fanno i fisici” e passò oltre… Ma se c’è ampio dibattito su cosa sia la fantascienza poi c’è l’ansia dell’etichetta, di quelle etichette che hai citato. Questo racconto si può classificare weird, oppure fantastico puro, oppure… Per non parlare dell’affanno sul proliferare dei sottogeneri di fantascienza…
Io cominciai a leggere fantascienza e fantastico a very very long time ago. Praticamente da bambino. Non avevo ovviamente problemi di cercare l’etichetta. Leggevo tutto. C’erano cose che mi piacevano e cose che mi lasciavano indifferente. E andavo a cercare altri libri del tipo di quelli che mi erano piaciuti. Pura saggezza infantile (semicit. da Kit Carson…).
G: Se andiamo alle origini, ti dirò che io ho tentato a nove anni di scrivere il mio primo romanzo di fantascienza. Ma all’epoca ero influenzata soprattutto dal cinema. Un film in particolare mi aveva impressionato lasciandomi una traccia indelebile. Era “Ultimatum alla Terra”, quello di Robert Wise, del 1951. Poi ho letto avidamente Jules Verne e diversi romanzi di fantascienza per ragazzi. Infine sono approdata a Urania. Ma a quel punto ero già un’adolescente innamorata di E.A. Poe. Ecco la situazione: un occhio alla fantascienza e un occhio al fantastico. Mi pare che tu non sia da meno.
N: Hai ragione sotto molti punti di vista. Se io penso alla mia infanzia, a come ho incominciato a leggere, trovo di tutto. Ero affamato di letture. Leggevo, e giocavo immaginando e recitando storie di ogni tipo, da solo, interpretando vari personaggi. Giocavo nella tipica sala d’entrata genovese. Mio padre mi comprava libri al compleanno e quando ero ammalato. Jules Verne: tutto. Salgari: tutto. E un giorno mi comprò all’edicola un numero di Urania. E così iniziai a leggere fantascienza. E poi, sempre mio padre, mi portava ogni giovedì al CineManin, a Genova. Ogni giovedì davano un film di fantascienza. Quello che mi rimase più impresso, al ricordo, fu L’astronave del dottor Quatermass. Le letture da grandicello: Poe, of course, Hoffmann, Maupassant (i racconti del giorno e della notte) e il realismo magico dei sudamericani, di Marquez e tutti gli altri. Sì, abbiamo credo la stessa base di letture. Non facevamo grande differenza, mi sembra, tra fantascienza, fantastico, mainstream e quant’altro. Questo credo abbia dato un’impronta a quello che avremmo entrambi scritto molto tempo dopo (diciamo pubblicato, perché entrambi abbiamo scritto fin da bambini).
Le etichette le trovo fastidiose, forse una necessità editoriale, ma…
E tu come stai a etichette?
G: A volte ci rifletto, perché cercare di definire le cose è un modo per comprenderle meglio. Che cosa distingue la letteratura fantastica dalla fantascienza e dal fantasy? Fantascienza e fantasy si muovono all’interno di un sistema di regole, di assunti. Per la fantascienza c’è il riferimento a una base scientifica, per quanto vaga e improbabile, a volte sviluppata fino alle estreme conseguenze. Nel fantasy classico (storie con figure fiabesche ed elementi magici) ci sono ugualmente delle regole: ogni personaggio può agire solo in base a determinati poteri che può avere o non avere (l’acquisizione o la perdita dei poteri viene giustificata con motivazioni interne al sistema). Ogni oggetto magico ha determinate caratteristiche e modalità d’uso. Tutto ciò che avviene deve essere giustificato in base a criteri interni all’universo in cui si svolge la storia. Il realismo magico tende a scoprire il senso del magico nella vita quotidiana, osservando la realtà con una sorta di stupore infantile. Il fantastico puro non risponde ad alcuna regola e in questo risiede il suo potere perturbante.
Questo tipo di storia (che a me piace anche chiamare “surreale”) ha la capacità di spiazzare il lettore, di lasciarlo nudo e indifeso davanti a qualcosa su cui non esercita alcun potere.
Qual è il soggetto (o l’oggetto) del fantastico, da dove nasce? Non dal gusto di sviluppare un’idea scientifica fino a conseguenze inaspettate. Non dal gusto di entrare in un mondo governato dalla magia, giocando con l’uso di poteri straordinari.
Per me il fantastico è un modo di amplificare un’emozione in totale libertà. Così, ad esempio, ho potuto parlare dell’amore fra una donna e una nave. Si tratta di qualcosa che ho provato in una particolare occasione, durante un viaggio, e ha trovato voce a dieci anni di distanza. Questa emozione è diventata il fulcro della storia, intensificandosi fino a rompere le barriere del reale. Non pare anche a te di scrivere in modo più libero quando ti muovi nell’ambito del fantastico puro?
N: Per me nella fantascienza non c’è solo la base scientifica. È vero quando scrivo fantascienza c’è una base scientifica che, nel mio caso, è sempre di un certo rigore (non amo molto la fantascienza che spara cose pseudoscientifiche tanto per dire qualche cosa), ma non c’è solo quello. C’è la scoperta, il senso del meraviglioso, l’incontro con l’alieno, allegoria dell’incontro con l’altro da sé, a volte inconoscibile. C’è l’affrontare difficoltà, cose sconosciute, e superarle. C’è dunque la possibilità narrativa di creare anche qui turbamento, riflessione, incertezza, confronto. Trovo il fantasy molto rigido, con le regole ben precise, ciascuno con il suo ruolo. In certo fantasy c’è la recitazione delle solite lotte di potere, che nulla aggiungono a quello che quotidianamente soffriamo, ma che anzi le rafforzano e aggiungono l’idea di forze magiche e che la lotta per il potere è cosa inevitabile e … eterna. Il bene è il bene, il male è il male. A volte il bene è anche un po’ male e viceversa.
Il fantastico puro è come dici tu. L’improvviso irrompere nella quotidianità della vita, che crea maschere di comodo, di un elemento perturbante, che stona, che incrina le maschere, che, come dici tu, costringe a trovarsi nudi e senza la protezione delle routine quotidiane.
La cosa divertente per me è che l’elemento di rottura non è codificato, non è regolato.
Devo dirti che in genere parto da un’idea, una sensazione spesso un’immagine. Come tutto ciò poi si svilupperà e andrà a finire per poi essere etichettato da qualcuno è altra storia.
Ovviamente se qualche editore mi chiede qualche racconto o romanzo di un certo tipo, o etichetta… Io mi comporto così: ho qualche idea che mi frulla per la testa che sviluppata potrebbe andare bene per quello che mi chiedono? Di frullamenti ne ho infiniti. Niente di speciale. Tutti hanno frullamenti infiniti. Se sì, allora mi metto a scrivere. E penso che tu faccia la stessa cosa. O no?
Il processo della scrittura è incredibile, un problema di neuroscienza. Ma perché diavolo ci siamo messi a scrivere? Anche tu come me hai sempre scritto fin da bambina. Chi ce lo fa fare?
G: Quindi tutt’e due abbiamo cominciato presto. Chi ce lo fa fare, chiedi. Per me è sempre stata una specie di necessità, ma non è cominciata con la scrittura. Ho sempre sentito il bisogno di raccontare storie, prima a me stessa e poi agli altri. E questo è iniziato prima ancora di imparare a scrivere. L’arte della narrazione si respirava dentro casa. Mia madre raccontava continuamente fatti ed episodi, e molte storie tratte dalla mitologia greca. Un’anziana prozia che mi accudiva era prodiga di fiabe e aneddoti. E io ero sempre circondata da amici immaginari! L’interesse scientifico invece mi veniva da mio padre, che mi insegnava a guardare le stelle e a interpretare i fenomeni della natura.
N: Infatti ti dicevo prima che il mio gioco preferito da bambino era raccontarmi storie teatralmente in cui io impersonavo me stesso e anche tutti gli altri. Mi ricordo ancora che usai un registratore per fare un monologo sulla amicizia finita di una famiglia che abitava allo stesso piano e che si era traslocata e mia sorella si era messa a piangere (undici anni più grande). Poi adolescente scrivevo lunghe lettere d’amore che non facevano innamorare nessuna e così via. Curioso, anche mio padre mi portava sui monti di Genova e mi faceva scoprire le piante, gli insetti, il brulicare di vita e con lui facevo esperimenti di vario tipo. Mio padre non era uno scienziato, tutt’altro, ma era molto legato a me, senza parere mi educava, mi ha dato l’impronta.
G: Vorrei tornare un momento alle fonti, agli autori che ci hanno ispirato. Credo che nelle diverse fasi della vita abbiamo bisogno di esperienze diverse, anche in campo letterario. Nel mio caso posso dire che durante l’infanzia ho incontrato la fantascienza e la fiaba, mentre il fantastico/weird è stato un incontro dell’adolescenza e della prima gioventù. Ho amato Poe, Maupassant, Oscar Wilde, Kafka, Buzzati, Calvino, Borges. Io penso che il fantastico abbia una particolare valenza nell’esperienza adolescenziale. Leggere testi weird è rassicurante rispetto a certe fantasie divergenti che un ragazzo può coltivare, a certi esperimenti mentali che rischiano di farlo sentire diverso, troppo vicino alla follia. Per me era consolante scoprire scrittori visionari che avevano osato strade insolite, e potermi esprimere liberamente come loro. E tu, in che momento hai incontrato il fantastico? E con quali autori?
N: Sì, abbiamo in comune decisamente le stesse basi di lettura, come abbiamo già detto: Poe, Maupassant, Oscar Wilde, Kafka, Buzzati, Calvino, Borges. E poi l’incontro, quando ormai ero all’università e facevo Fisica, con i sud americani e il realismo magico. Il realismo magico non c’entra niente con la magia. Melquiades, di Cent’anni di solitudine, porta in un villaggio sperduto e isolato dal mondo, in cui la gente lotta per la sopravvivenza e poco sa, le novità come le calamite che attirano i metalli e li mettono in movimento. Appare magia, nel senso di fenomeni incomprensibili. Ma nella lotta quotidiana per vivere in quel posto lontano da tutto il resto del mondo molte cose erano Incomprensibili. Succedevano e bisognava cercare di capirle perché questo evitava sorprese future. Era il motore di una costante ricerca, di una tensione. Le calamite sono il punto di partenza per Buendia, ne è affascinato, le compra per cercare l’oro. Melquiades non è un lestofante o uno sciamano, gli dice che non serviranno a quello. Buendia lo scopre, le calamite attirano il ferro ma non l’oro, sebbene entrambi siano dei metalli, e di lì si appassiona alla ricerca della realtà fisica e non fisica al di là delle apparenze, alla ricerca di regole. Non è magia. Questo mi affascinò profondamente, già ero professore di matematica e fisica e insieme ad altri fondai il collettivo Melquiades, che si occupava di ogni cosa, dalla letteratura alla scienza e alla politica.
G: Sì, la letteratura si intreccia con la vita, in un rapporto reciproco. Le letture influiscono sulla nostra vita più di quanto siamo disposti a credere, e quello che scriviamo non prescinde mai, ne sono convinta, da un elemento autobiografico.
N: Da che cosa parti quando incominci a scrivere?
G: In generale, gli spunti possono essere infiniti. Un ricordo, una conversazione sentita per caso, una persona, un’immagine, perfino una parola. A volte ho il nocciolo di una storia già in testa, altre volte solo una suggestione iniziale, da cui parto senza sapere dove mi porterà il viaggio. Ma se vuoi sapere da dove nascono i miei racconti fantastici, devo rispondere in modo più specifico e con qualche esempio. Almeno un paio sono nati dalla suggestione profonda esercitata da certi dipinti. Ho sempre avuto un rapporto intenso con le arti figurative, ci sono immagini che mi trasmettono emozioni. Amo i Simbolisti, ad esempio, e non solo. Un racconto, che è fra i miei preferiti, è nato invece da un incubo notturno. L’ho scritto in tre giorni, ancora avvolta dall’atmosfera sperimentata in sogno. Il ricordo di un viaggio in Norvegia ha fornito un altro spunto, a dieci anni di distanza. Ci sono ricordi che sedimentano nel tempo prima di trovare la loro forma di espressione. E poi gli oggetti: ho un rapporto speciale con certi oggetti, come se avessero una vita propria. Ora dimmi: nel tuo caso qual è l’innesco che fa deflagrare la creatività?
N: Direi che per me avviene la stessa cosa. Yokufina, il mio primo racconto pubblicato nella mia seconda stagione di scrittore, quella contemporanea, nel 2017, partiva da un’immagine, l’immagine di miei amici che lavando i piatti li sciacquavano sommariamente. Questa era una cosa che mi aveva colpito talmente, a suo tempo, addirittura molti anni prima, che poi scoprii di aver scritto una bozza di racconto. Quando scrissi il racconto non ricordavo affatto quella bozza, partivo dalla considerazione che se non sciacquo bene i piatti qualche cosa rimane del detersivo, e se quel qualche cosa… Cioè la famosa questione: che cosa succederebbe se…
Ne venne fuori, per me, un divertimento unico. Nel frattempo, a distanza di almeno vent’anni da quella immagine, avevo vissuto, passato altre cose, fatto altre esperienze. La satira era immediata, la critica di una società futura in base a quella presente.
Persino l’arte, come hai detto per te, influenza moltissimo quello che scrivo, indirettamente. La cosa che mi ha sempre affascinato è che diversi soggetti guardano da diversi punti di vista la stessa cosa e … vedono cose diverse. Attenzione, non è per me il punto di partenza per un relativismo spinto. La realtà oggettiva esiste, è lì davanti. E se io ne ho la possibilità riesco a capire le diverse interpretazioni che le diverse persone danno, il loro perché. Anzi. Guardando dai diversi punti di vista si riesce a capire forse più a fondo la realtà dell’oggetto osservato. Non è che ognuno può pensare quello che vuole, tutt’altro. Non cito il titolo del mio primo romanzo, che partì proprio da questo. Perché parlo d’arte? Perché c’era una installazione artistica al museo Beaubourg di Parigi che era proprio questo: un groviglio di fili e tre proiettori da tre punti diversi che proiettavano tre ombre completamente diverse. Ma l’oggetto era unico: era solo il punto di vista differente. Ancora: l’immagine di partenza per un altro mio racconto fu un documentario, in cui una coppia anziana, mi sembra nel napoletano, in mezzo alla città, di fronte alla loro casa male in arnese al primo piano, che si apriva su strade trafficatissime, aveva costruito una sorta di recinto, con tante piante appese, invadendo la strada, ed erano contenti. Il traffico scorreva intorno ma loro erano nel loro recinto pieno di piante ed erano contenti dell’illusione che si erano creati.
Questo è fantascienza? No. Ma il racconto che ne nacque sì. Questo è il bello dello scrivere.
Oppure, per parlare di fantastico puro, vidi un concerto, un quartetto che suonava un concerto brandeburghese di Bach. Pensai che erano quattro vite diverse, che ritornavano a case diverse, con compagni o con compagne. Storie molto diverse, eppure suonavano insieme e tutto confluiva e si fondeva in un’interpretazione musicale eccellente. Le loro vite si riversavano nell’interpretazione di quel concerto di Bach e ne nasceva un’unica cosa.
Tu in un racconto hai messo la famosa alluvione di Genova, quella, mi sembra, in cui il Bisagno sfondò le pareti dei negozi lungo un certo punto della riva.

Genova, ottobre 1970
Io penso che tutto quello che viviamo, che ci colpisce, che ci rimane impresso poi può essere riversato trasfigurato, a volte irriconoscibile nella nostra scrittura. Il genere che poi si sceglie, ripeto, che sia fantastico puro, libero, che sia fantascienza, è solo uno strumento, lo strumento che permette di sviluppare quella certa idea di partenza
Se non c’è niente da dire perché parlare? E questo vale per tutti. Non faccio il paragone con autori famosi che lasciarono un’impronta nella fantascienza trasfigurando la loro vita, i loro problemi, il loro pensiero sulla società che vivevano, perché non so tu ma io niente sono. Parlo di Pohl, di Dick, di Bradbury.
Ma quella è la molla dello scrivere.
Tu che ne pensi? Dimmi qualche altra immagine o sensazione tua da cui sei partita per scrivere.
G: Sai, io penso che la prima fase del processo creativo sia sempre inconscia. Almeno lo è per me. Voglio dire: abbiamo in testa uno sconfinato bagaglio di memorie, conoscenze, esperienze e stimoli. Ogni elemento è inerte se resta isolato, ma due cose messe insieme formano già un complesso originale e dinamico, per come si incontrano e per il modo con cui entrano in relazione, che è unico tra infinite varianti. E chi è che sceglie, nell’enorme soffitta che ci abita, le cianfrusaglie vecchie o nuove tra cui creare un collegamento? Qui volevo arrivare: nel mio caso il collegamento scatta da sé e quando arrivo a elaborarlo consapevolmente capisco che è già partito. Poi, mentre credo di aggiungere razionalmente delle cose, mi accorgo che in gran parte stanno arrivando da sole. A volte la scelta di un nome, che sembrava casuale, mi si rivela in un secondo tempo perfino con la storia già scritta! Hai citato il racconto Dispensatori di felicità (nella raccolta La mappa dei gesti possibili) ed è un bell’esempio. Ero partita dall’osservazione di una coppia litigiosa, che trovava la sua coesione nell’amore per un animale domestico, e su quello volevo fare un ragionamento. Ma poi avevo bisogno di un ostacolo che rallentasse certi sviluppi della storia. E lì il ricordo dell’alluvione è venuto da sé, a cinquant’anni di distanza, con dettagli vividissimi che ho riportato nel testo (perfino un numero di targa citato esattamente!).

Genova, ottbre 1970
Così ho deciso che la storia doveva svolgersi a Genova, luogo dell’alluvione, e questo ha liberato tutta una serie di elementi legati alla mia gioventù genovese: per esempio il mestiere del protagonista, che fa l’istruttore di karate nella palestra che io avevo frequentato. Ed è venuto fuori un altro personaggio importante, che vive in una capanna sulle Alpi Liguri: lo stesso luogo dove mio padre aveva costruito una identica baita. E poi c’è l’uso del “baracchino” da radioamatore, strumento anch’esso amato da mio padre. Alla fine mi sono ritrovata con una bella fetta di vita riversata in quel racconto, che era nato da tutt’altre premesse. A proposito, il rapporto con le arti marziali deve essere stato importante per me, perché è rispuntato fuori a sorpresa anche ne L’arte di non muoversi. Mi fermo qui, altrimenti verrebbe fuori un’enciclopedia di tutti i miei riferimenti autobiografici, perché ogni mio scritto ne è pieno. Non lo faccio apposta!
Del resto, Nino, non è quello che ci è successo anche ora? Volevamo fare una riflessione sulla letteratura fantastica e alla fine… abbiamo parlato di noi! Ma non mi pare nemmeno tanto strano: in fin dei conti, raccontare è sempre un modo per raccontarsi.
Ma non è finita qui. Se avete avuto la pazienza di leggere fino in fondo ora potreste ancora fare uno sforzo e andare a guardare il seguente video, dove Giovanna e Nino discutono e sul fantastico, ancora, del senso della scrittura, per loro, da dove possono venire le idee della narrativa dell’immaginario e di altre cose ancora. Nel farlo si sono divertiti molto e sperano che anche voi vi possiate divertire. Forse hanno detto cose anche serie, senza parere, e con leggerezza.
Ma di fatto avevamo già fatto tempo addietro un’altra bella chiacchierata con Silvia Treves e Massimo Citi, su argomenti simili:
E qui di seguito le cover di due nostri lavori recenti, due raccolte di racconti sul fantastico, a cui per diversi motivi teniamo molto:


Bibliografia di Giovanna Repetto
ROMANZI
Il Nastro di Sanchez (finalista Premio Urania) Delos Digital, 2017
Icarus – Watson Edizioni, 2018
Il figlio di Nergal – Delos Digital, 2019
Tequiero La stagione dei mostri – Delos Digital, 2019
Il sigillo del dolore -Kipple Officina Libraria, 2021
L’arte di non muoversi – (Premio Odissea) Delos Digital, 2022
Il cinghiale ringrazia – Ali Ribelli, 2025
La giostra degli avatar – Delos Digital, 2025
GRAPHIC NOVEL
Icarus (con Gino Carosini e Marco Mastroianni) – Ali Ribelli, 2025
RACCOLTE DI RACCONTI
La mappa dei gesti possibili – CS_Libri, 2020
Duchessa (10 racconti) – Delos Digital, 2025
RACCONTI IN ANTOLOGIE E RIVISTE
La via di mezzo in Materia oscura a cura di Emanuela Valentini – Delos Digital, 2017
La legge della penombra (vincitore Short Kipple) – Kipple Officina Libraria, 2018 (poi tradotto per Black Veins)
Passaggio per altrove in Il Buio n° 1 (rivista, pubblicazione indipendente), 2018
Inserti in Lost Tales Andromeda n°2 – Lettere elettriche, 2018 (poi tradotto per Hypnos, vol. 3)
L’amore salato in Strane Creature vol. 1 a cura di Lorenzo Crescentini – Watson Edizioni, 2018
The father’s face in Shadows Booth vol. 2, 2018
Vuoti a perdere in Robot n° 86 – Delos Books 2019
La camera dello sposo in Divergender a cura di Caterina Mortillaro e Silvia Treves – Delos Digital, 2019
I figli di Pareidolia in La prima frontiera a cura di Sandro Battisti – Kipple Officina Libraria, 2019
L’amore universale in Cose da altri mondi, 2019
Terapia virtuale in Cose da altri mondi, 2019
Il giorno della semina Cose da altri mondi, 2019
La pallina in The Quatermass Xperiment, 2019
L’ingaggio in I miei compagni di viaggio a cura di Giovanni Mongini – Edizioni Scudo, 2020
L’altra faccia in Zodiaco a cura di Laura Scaramozzino – Watson Edizioni, 2020
Corpi paralleli – in Temponauti a cura di Franco Forte (Millemondi Urania n.90, finalista Premio Vegetti e Premio Italia) Mondadori, 2021
Ginepraio – in Il Fiore della Quintessenza a cura di Sergio Mastrillo – Ali Ribelli, 2021
Una forma di vita in La Volontà trasgressiva a cura di Sandro Battisti -Kipple Officina Libraria, 2021
Seconda madre – in L’alba dei miei compagni di viaggio a cura di Giovanni Mongini – Edizioni Scudo, 2022
Educazione critica – in Distopia VS Utopia a cura di Valeria Barbera e Andrea Tortoreto – Delos Digital, 2022
Una notte a Roum – Lost Tales Andromeda n. 5 – Letterelettriche, 2023
Nel ventre oscuro di Roma – Esecranda Vol. 7 – Esescifi, 2023
Viti e bulloni – in Dormono sulla collina, a cura di Fabio Aloisio e Alessandro Napolitano – Kipple Officina Libraria, 2023
La lingua segreta – La bottega del Barbieri, 2023
Proficuo scambio – Fondazione SF Magazine, n.31, 2023
La custode di mia sorella – in Bio-Kin , a cura di Lukha Kremo – Kipple Officina Libraria, 2024
Il Lalit – in Fantascientiste Femministe (n), a cura di Laura Coci – Delos Digital, 2025
La canzone di Gipi – in Segnali di luce, a cura di Laura Coci e Roberto del Piano – Delos Digital, 2025
BIBLIOGRAFIA DI NINO MARTINO
ROMANZI
Yokufina, Delos, giugno 2016
Omnimax, Delos, settembre 2017
Errore di prospettiva (finalista al Premi Odissea) Delos, ottobre 2017
Irene (vincitore del premio Odissea), Delos, dicembre 2020
Blu è il colore del tempo, Delos, ottobre 2021
Prigionieri dell’effimero (finalista al Premio Italia e al Premio Futuro Prossimo di Trieste), Delos, dicembre 2023
A coloro che verranno, Delos, dicembre 2021
Le strade della città (finalista al premio Italia), Delos maggio 2024
RACCOLTE DI RACCONTI
La violoncellista inesistente, Delos, maggio 2025
RACCONTI IN ANTOLOGIE E RIVISTE
Racconti degli anni ’60
Antonino Martino. “Un trattato veramente vantaggioso”. Appendice a Galaxy Anno V, n. 2, 1962. Casa Editrice La Tribuna. [Catalogo Vegetti]
Antonino Martino. “Come diventare eroi”. Oltre il Cielo. Missili & Razzi, n. 110, 1962. Edizioni «esse». [Catalogo Vegetti]
Antonino Martino. “Ombre del passato”. Oltre il Cielo. Missili & Razzi, n. 117, 1963. Edizioni «esse». [Catalogo Vegetti]
Antonino Martino. “Quelli dell’universo accanto”. Appendice a Galaxy 63 Anno VI, n. 8, 1963. Casa Editrice La Tribuna. [Catalogo Vegetti]
Racconti dal 2016 in poi
Nino Martino. “A love supreme”. ALIA Arcipelago Vol. 4 (ebook), 2019. Kipple Officina Libraria. Insieme a ‘Gli occhiali’
Nino Martino. “Gli occhiali”. ALIA Arcipelago Vol. 4 (ebook), 2019. Kipple Officina Libraria. Insieme a ‘A love supreme’
Nino Martino. “Benvenuto in paradiso”. DiverGender (antologia), 2019. Delos Digital. Antologia a cura di M.C. Mortillaro e S. Treves.
“Golgo”. Fondazione SF Magazine n. 29 (fanzine), 2022. Fondazione SF. Finalista Premio Italia 2022 (amatoriale)
Nino Martino. “Pianeta d’erba” (prequel del romanzo “Irene”). Robot n. 91 (rivista), 2021. Delos Books / Delos Digital.
Nino Martino. “Lo stagno delle libellule”. Fondazione SF Magazine n. 32, 2025. Fondazione SF.
Nino Martino. “Scelta di parte”. in ‘Bio-kin’ (antologia), 2025. Kipple Officina Libraria. Finalista Premio Italia 2025
Nino Martino. “L’ora blu”. Assalto al sole (antologia), Delos 2020.
Nino Martino “la sfera caduta dal cielo”, Lost Tales Andromeda, 2024
Nino Martino “Zombie”, Alia EVO 4.0, aprile 2020
2 risposte a “Dialogo sul fantastico”
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Molto interessante. Ho invidiato Nino perché suo padre gli era così vicino da piccolo, il mio non lo era ma ha avuto un pregio che gli riconosco volentieri: mi ha regalato il mio libro di fantascienza, un’antologia, “Io robot” che ho tuttora e in seguito un’antologia di autori italiani “Il labirinto del terzo pianeta” con un meraviglioso racconto di Inisero Cremaschi. In questo modo ho capito che poteo scriverne anch’io senza essere uno yankee.
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Un abbraccio, Massimo. A ognuno la sua storia, e come vedi ora tutti e due scriviamo e cose non banali, tu senz’altro e per me devono dire altri…
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